Arlotto Mainardi

Motti e facezie del Piovano Arlotto

Facezia fatta al Ponte a Sieve dal Piovano faccendogli freddo

La beffa è uno strumento per farsi valere. Non solo nel senso teorico di dimostrare la superiorità del proprio intelletto, ma anche nel senso molto più pratico di prevalere sugli altri nella lotta per la sopravvivenza. Può capitare, per esempio, di essere bagnati fradici e infreddoliti e di non riuscire ad asciugarsi e a scaldarsi perché davanti al focolare staziona un branco di estranei prepotenti, che non mostra alcuna intenzione di farti spazio. La necessità aguzza l’ingegno, e il Piovano Arlotto non ci mette molto a trovare un modo per sbarazzarsi degli avversari molesti, e per prendersi una gustosa rivincita.

Tornando il Piovano Arlotto di Casentino una domenica sera alloggiò a una osteria al Ponte a Sieve1, tutto molle, istracco2 e pieno di freddo e di fango perché tutto quello giorno non finì3 di piovere e così tutta la notte seguente.

Smontato da cavallo vassene4 a uno grande fuoco gli5 aveva fatto l’oste, dove erano forse trenta contadini, perché invero oltre al piovere era freddo; e sempre il dì e la sera delle feste è loro usanza di fare ridotto6 all’osteria a bere, a giucare, e dire di quelle loro novellacce e bugie.

Stavano quella sera fitti a quel fuoco intorno e quasi al Piovano a dosso, in modo che il povero uomo non si poteva né rasciugare né riscaldare né ancora a mala pena rivolgersi7; né giovava il dire dell’oste né il suo8, ché quelli contadini non si volevano partire9.

Indegnato il Piovano immaginò in che modo potesse levare quelli villani da quello fuoco.

Cominciò a stare maninconoso e afflitto; non si rallegrava, non parlava, non motteggiava.

Di questo forte10 maravigliandosi l’oste, che cognosceva che ’l Piovano sempre soleva istare lieto e giocondo, e che quella sera appena non parlava, disse: «Piovano, che avete voi questa sera che voi istate così in èstesi11? che mi pare impossibile e contro a vostro costume e natura, ché sempre solete istare lieto e iocondo. Se voi vi sentite male o briga alcuna, ditelo, ché non è cosa che io e tutti i mia parenti non adoperassino12 per voi», istimando l’oste che non13 avessi riceùto qualche villania14 da qualcuno in Casentino15,  perché quelli contadini sono mali uomini.

Rispuose il Piovano: «E’ m’è venuto uno tristo16 caso che m’è cascato di questo carnaiuolo17 circa a quattordici lire di moneta e dicianove fiorini larghi, ma io ho isperanza di ritrovarne qualcuno, perché io so non18 gli ho perduti se none da cinque miglia in qua; nel tal luogo19 io bevvi, e nel montare a cavallo da lì a mezzo miglio che io ero isceso per spandere acqua20, il carnaiuolo si stracciò a una bulletta21 dello arcione, e quelli danari mi sono cascati a poco a poco di quello luogo dove è rotto il carnaiuolo, e so che per il tempo22 niuno è venuto drieto a me. Voglio uno servigio da te che domattina a buona ora, se non piove, che tu venga meco, o mandi ch’io so23, a ritrovarne qualcuno».

Non più chete24 queste parole, si viddono partire quelli contadini piano piano, a dua, a quattro, a sei, e non ve ne restò veruno, e tra loro feciono uno certo pissi pissi25 ed insieme consigliorono26 che in quel punto si dovessi andare a cercare di quelli danari per rubarli al Piovano.

E di subito con fiaccole e lanterne e con capperoni27, non curando il28 mal tempo, ché forte pioveva, andorono a cercare di questi danari – e tra loro fu uno figliuolo dell’oste e dua suoi nipoti –; i quali ebbono la mala e pessima notte, e più di tre n’amalò di pessime febre, e il nostro Piovano istette al fuoco largo e triunfò29, e quelli contadini trovorono i danari in sogno.
L’oste la mattina gli volle donare lo scotto30 e voleva andare adiutarlo a cercare, e non sapeva che quelli villani vi fussino iti31 la notte.

IL PIOVANO E I CONTADINI  Fra i molti tipi di beffatori con cui è imparentato il Piovano Arlotto, c’è quella speciale categoria di eroi popolari che sono i contadini astuti. Con il modello di Marcolfo/Bertoldo condivide soprattutto la capacità di ottenere successo nel mondo grazie alla propria arguzia, nonostante i suoi umili natali. Tra Quattrocento e Cinquecento, un campione di quella categoria è anche Campriano contadino, protagonista di una fortunata novella in ottave nella quale Campriano si prende più volte gioco di alcuni cittadini, architettando incredibili burle ai loro danni. Ma il Piovano, per quanto eroe popolare, è un uomo di città. È insomma un eroe popolare dei cittadini, che tradizionalmente non vedono di buon occhio i contadini. Capita spesso che i miseri identifichino i propri nemici in chi è più misero di loro. La satira del villano, non a caso, è un filone letterario molto fortunato a quell’epoca non soltanto fra le classi alte ma anche fra quelle medio basse, purché urbane.

IL GUSTO FREDDO DELLA VENDETTA  In questa facezia, gli antagonisti del Piovano sono proprio i contadini: sono dei «mali uomini», come sa bene anche l’oste di Pontassieve (che pure è un oste di campagna), dei viziosi che passano i giorni festivi «all’osteria a bere, a giucare, e dire di quelle loro novellacce e bugie», degli incivili che non lasciano avvicinarsi al fuoco un uomo zuppo di pioggia e mezzo assiderato nonostanti le insistenti richieste sue e dell’oste. Perciò si meritano la sua giusta, fredda, vendetta. Se il meccanismo della vendetta può scattare, peraltro, è solo grazie alla loro natura gretta e disonesta: il Piovano Arlotto si limita a fingere di aver perso per strada dei denari e il resto lo fanno i contadini stessi che, invece di aiutarlo a ritrovarli, se ne escono alla chetichella dall’osteria e si condannano da soli a passar la notte sotto il temporale nella vana speranza di esser loro a trovare quei fantomatici denari perduti: di rubarli, in poche parole, al Piovano.

UN ABILE COMMEDIANTE  Il momento in cui il protagonista passa dalla momentanea condizione di vittima di un sopruso a quella di trionfatore e vendicatore è emblematico del suo genio estemporaneo e delle sue eccezionali doti recitative: «Cominciò a stare maninconoso e afflitto; non si rallegrava, non parlava, non motteggiava». È un atteggiamento del tutto normale per uno infradiciato e infreddolito come lui, tanto che anche il lettore sulle prime potrebbe pensare che il malumore dipenda da quello. Ma è un atteggiamento vistosamente contro il «costume e [la] natura» del Piovano, e perciò attira subito – come previsto – l’attenzione dell’oste, che lo conosce bene. Così la trappola può esser tesa e scattare: è una trappola che fa leva sulla sua conoscenza dell’animo umano (l’avidità dei contadini, la premura dell’oste) e fa perno sulla sua bravura di attore: tanto bravo è il Piovano, che ci casca anche l’oste, il quale non capisce che è uno scherzo e la mattina dopo, per solidarietà, non gli fa pagare il conto. Essere intelligenti conviene. 

Arlotto Mainardi, nato a Firenze nel 1396, fu pievano della chiesetta di San Cresci a Macinoli per lungo tempo e acquisì fama per il suo spirito e per l'invenzione di motti e beffe. Poco dopo la sua morte, avvenuta nel 1484, un amico anonimo raccolse nelle Facezie, un libro che trovò grande fortuna in Italia, Francia e Germania, alcune delle sue beffe, insieme ad altre di dominio popolare o raccontate da altri.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riscrivi in italiano corrente la novella. Puoi iniziare così:



ANALIZZARE


2. In un contesto di verbi al passato, all’inizio della frase che apre il secondo paragrafo, l’autore usa all’improvviso un verbo al presente: vassene. Perché?



3. Nel penultimo paragrafo l’autore usa l’espressione «trovorono i danari in sogno»: che cosa significa?



INTERPRETARE


4. Il carattere dei contadini che subiscono la beffa nel racconto è descritto sia esplicitamente sia attraverso le loro azioni. Che tipi sono? Spiegalo in un breve testo descrittivo di circa 15 righe.



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  1. Ponte a Sieve: gruppo di case sul ponte che passa il fiume Sieve, affluente dell’Arno. Oggi è la cittadina di Pontassieve.
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  3. molle, istracco: forme fiorentine popolari per “bagnato, stanco”.
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  5. finì: smise.
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  7. vassene: se ne va. La brusca comparsa di un verbo al presente segna il passaggio dall’antefatto al vivo del racconto.
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  9. gli: che gli.
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  11. fare ridotto: ripararsi; rifugiarsi; riunirsi.
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  13. rivolgersi: girarsi; muoversi.
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  15. né giovava ... suo: e non serviva né che l’oste né che lui lo chiedessero apertamente.
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  17. partire: allontanare; andarsene.
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  19. forte: molto.
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  21. èstesi: estasi; è una storpiatura popolare: il Piovano è assorto e impassibile in modo innaturale.
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  23. non è … adoperassino: non c’è niente che non faremmo.
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  25. istimando ... che non: sospettando che; chiedendosi se.
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  27. villania: offesa; ingiustizia; trattandosi di contadini, o villani, il termine è quantomai appropriato.
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  29. Casentino: vallata appennica a est di Firenze (oggi in provincia di Arezzo): la via che porta in città passa appunto da Pontassieve.
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  31. tristo: misero; sciagurato.
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  33. carnaiuolo: carniere; bisaccia.
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  35. so non: so che non.
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  37. nel tal luogo: l’espressione è generica, ma serve a suggerire che il Piovano indicasse un luogo ben preciso, che però, per capire la storia, non ha più davvero importanza.
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  39. spandere acqua: versare un liquido che non è esattamente acqua.
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  41. bulletta: chiodo.
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  43. per il tempo: a causa del maltempo.
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  45. ch’io so: chi so io; una persona di mia fiducia.
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  47. non … parole: prima ancora che tacessero queste parole; il Piovano non fa quasi in tempo a finir di parlare che i contadini abboccano alla sua esca.
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  49. pissi pissi: bisbigliare.
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  51. consigliorono: decisero.
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  53. capperoni: grossi cappucci.
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  55. non curando il: senza preoccuparsi del.
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  57. triunfò: se la spassò.
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  59. scotto: la cena, e il suo pagamento.
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  61. iti: andati.
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