Saverio Bettinelli

Lettere inglesi

Guardare quel che si fa all’estero, far circolare le idee!

Nelle Lettere persiane, Montesquieu aveva avuto un’idea geniale: anziché criticare in prima persona la civiltà francese del suo tempo, aveva fatto finta che a criticarla fosse un viaggiatore persiano arrivato per la prima volta a Parigi: come tutto ciò che per i francesi era normale risultava invece incomprensibile e assurdo agli occhi ingenui dello straniero Usbek!
Nelle Lettere inglesi, Bettinelli fa qualcosa di simile. Scrive dodici lettere sull’Italia e la cultura italiana, e fa finta che il loro autore sia un immaginario viaggiatore inglese di passaggio nel nostro paese. Centra così (come Montesquieu) due obiettivi: mostra quanto poco naturali – agli occhi dello straniero – siano atteggiamenti o idee che tutti quanti riteniamo tali; e fa sorridere il lettore dei suoi stessi pregiudizi e delle sue stesse manie.
La lettera X tocca un tema che stava a cuore a molti intellettuali del Settecento. Sino ad allora, i letterati e i filosofi avevano nutrito spesso un certo orgoglio nazionale che li portava a guardare con sospetto ai modi di vita e alle idee degli stranieri. Ma un aspetto importante della cultura dei Lumi è l’apertura verso le altre civiltà: Voltaire, per esempio, afferma di stimare più la società inglese di quella francese, e guarda con favore ai tentativi di riforma portati avanti da Caterina II di Russia e da Federico II di Prussia. Si comincia insomma a pensare che difendere a ogni costo la cultura della propria nazione – o affidarsi troppo all’imitazione dei classici – sia un errore, un segno di scarsa intelligenza; e che occorra invece prendere esempio dai buoni usi e costumi degli stranieri. In questa lettera, Bettinelli articola appunto questo punto di vista. 

Dai francesi si prende la cucina, il vestire, ogni moda più frivola, e siamo stolidi a segno1 di mandar de’ milioni in Francia per averne dei drappi2, e de’ cuochi, che potremmo farci da noi con un poco di attenta industria3. Perché, in vece, non prendiamo da loro delle buone tragedie e commedie, per farne noi delle simili, perché non imitiamo i loro storici e i loro oratori migliori [...]? Ma fareste ben altro che commedie, e noi ben altro che opere, se, riunendoci insieme con gli altri, e comunicandosi insieme i vari popoli i lor vantaggi, si uscisse una volta dalle puerilità nazionali. Voi avreste dei chirurghi, per esempio, nelle vostre città di provincia, dove spesso non ho veduti che maniscalchi4 e barbieri, e particolarmente salvereste la vita a centinaia di bambini e a molte madri, che periscono miseramente, o si guastano per colpa delle mammane5 inesperte ed ignare d’ogni studio dell’arte che pur tanto importa quanto la vita e la propagazione degli uomini. Questo è ben altro che teatro e commedia! Ma questo m’ha sempre per verità fatto stupore. E non avete rossore, o signori lombardi, o veneti, o quali vi siete, di lasciar perire i vostri figli e le vostre spose, mentre avete non in Francia o in Inghilterra, che a questo provvidero da gran tempo, ma in Bologna e nel centro d’Italia avete una scuola sì eccellente pei parti, e nel signor Galli6 un maestro sì grande e sì benemerito? Le vostre città fanno delle accademie, dei prìncipi di quelle, delle feste, dei rinfreschi dispendiosi, senza parlar del danaio7, che impiegasi in conviti, in vane pompe8 e comparse per tutto9, e intanto non sanno spendere una parte di quel danaio mandando a Bologna degli allievi ad imparare un’arte sì necessaria. Le giovani spose, che tanto spesso vediam morire o isterilire per parti mal rilevati10, ben volentieri darebbono qualche zecchino per questo, come gli dan per un’opera ogn’anno, per un palco, per un’assemblea. E perché dunque non vi sarà un buon cittadino che le consigli [...]?

In somma, miei cari italiani, [i] buoni cervelli [...] sono tra voi lontani l’uno dall’altro, dispersi, solitari, lasciati a se stessi e al lor proprio modo di pensare, ed occupati in oggetti diversi. Or l’uomo è più dotto (persuadiamoci bene di questo), l’uomo è più dotto perché ha più idee, queste ci vengono dalla lettura e dalla conversazione, e furon bene rassomigliate11 all’aria, che si respira senza avvedersene, al sole che colorisce le carni insensibilmente standovi esposte. Chi è privato di quest’aria e di questo sole, non ha né il respiro, né il colore degli altri. Parigi e Londra sono appunto città ove si respira e si colorisce ognun facilmente per averci unione di molti e molta unione di tutti. Andate nelle botteghe: ci troverete un tratto, una disinvoltura, una cultura, e quasi erudizione, che non facilmente incontrasi nella nobiltà provinciale, e perché? Perché quegli artefici son dentro anch’essi di quell’atmosfera, benché siano all’estremità12. Mi rappresento questa comunicazione di una gran città in una cascata d’acque, che, da un gradino all’altro scendendo, e d’una in altra conca versandosi, ogni parte più bassa ne irrigano: così dalla corte al primo rango della città, da questo al secondo, indi a’ mercanti, agli artieri13 ed al popolo si diffonde il pensare, il parlare, le opinioni e il buon gusto. Quindi avviene che nelle nostre metropoli difficilmente si veggono adesso certe opinioni stravaganti14, che nelle vostre provincie ardiscon mostrarsi, a dispetto del secolo illuminato.

L'ARTE TRA L'INGHILTERRA E L'ITALIA  Bettinelli parte con una considerazione relativa all’arte: inglesi (perché si finge che chi scrive sia inglese) e italiani farebbero bene a imitare ciò che, nel campo del teatro, si è fatto e si fa in Francia: allora l’Inghilterra avrebbe la sua tanto desiderata riforma teatrale; e l’Italia avrebbe un teatro più vivo e popolare. Ma la verità è che non è l’arte, quella che sta a cuore a Bettinelli: l’imitazione degli stranieri dovrebbe aver luogo soprattutto nei settori vitali per una società, come la medicina. Per secoli, e si può dire fino alle soglie del Novecento, il parto è stato per le donne la principale causa di morte (un saggio molto interessante su questo tema è quello di Paolo Mazzarello, E si salvò anche la madre, Torino, Bollati Boringhieri 2015). Ma nel Settecento l’ostetricia fa molti passi avanti, e Bettinelli si stupisce che le donne italiane non abbiano quasi beneficiato di questi progressi non solo perché non si imitano le pratiche mediche vigenti in Francia e in Inghilterra, ma perché neppure si mandano i giovani a studiare all’università di Bologna, che era allora una delle più avanzate d’Europa, preferendo spendere i soldi in feste, banchetti, lussi. Il criterio da seguire – argomenta Bettinelli – dovrebbe essere quello dell’utilità, non quello dell’apparenza e della "bella figura" (le feste, i «rinfreschi dispendiosi», le «comparse per tutto»): e in questo richiamo alla concretezza, all’efficacia pratica si esprime uno degli aspetti caratteristici del pensiero settecentesco (lo stesso che spiega perché tanti intellettuali con formazione filosofica o giuridica si mettono a scrivere di commercio e di agraria, cioè delle discipline che mirano a migliorare le condizione materiali degli esseri umani).

IL RITARDO CULTURALE ITALIANO  Ma nell’ultimo paragrafo Bettinelli fa una riflessione ulteriore, e passa dal piano della realtà osservata a un piano più astratto. Perché, si domanda, l’Italia sconta questo ritardo culturale rispetto ai grandi paesi europei? La risposta è netta: perché all’Italia manca quello spazio per la "civile conversazione", per il libero scambio delle idee che nelle altre nazioni si trova nelle grandi città. Gli ingegni italiani esistono, ma sono isolati, incomunicanti: manca un tessuto cultuale che permetta loro di interagire, anche perché manca una struttura statale unitaria che sappia coordinare i loro sforzi e le loro ricerche. Questa frammentazione è il problema cruciale della cultura italiana (ed è un problema su cui rifletterà amaramente, decenni dopo, anche Leopardi nello Zibaldone) non solo perché impoverisce il dibattito tra gli intellettuali, ma perché fa sì che «il pensare, il parlare, le opinioni e il buon gusto» non si comunichino neppure al popolo: che è quanto invece accade in Inghilterra. Mancando una "cultura alta" dotata di una voce autorevole, che sappia farsi ascoltare, manca anche una cultura diffusa a livello popolare: e l’ignoranza, la superstizione, le «opinioni stravaganti» dominano incontrastate.

UNO STILE "PRATICO"  Prestiamo attenzione allo stile adoperato da Bettinelli, perché è un buon esempio dello stile chiaro e diretto che s’incontra spesso nella prosa illuminista. Il lessico è concreto e preciso, tratto dalla vita quotidiana (i barbieri, gli artieri, le mammane, i maniscalchi: sono tutte figure famigliari); e la costruzione del discorso mira non alla creazione di una "bella pagina", ma alla persuasione del lettore: di qui i dispositivi tipici della prosa dimostrativa (o, per usare il termine della retorica greca, epidittica), come le domande retoriche («E perché dunque non vi sarà un buon cittadino che le consigli?»), le esclamazioni («Questo è ben altro che teatro e commedia!»), le apostrofi al lettore: «In somma, miei cari italiani...», o «E non avete rossore, o signori lombardi, o veneti, o quali vi siete...», qui con quella coda sprezzante, «o quali voi siete», che sembra presa di peso dalla lingua parlata. La prosa di Bettinelli è limpida, ordinata (lo si vede anche per esempio dall’esplicitazione dei nessi logici: «Quindi avviene che nelle nostre metropoli...»), ma insieme è tesa, appassionata: la prosa di chi vuole che il lettore abbandoni la sua opinione e adotti la propria.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Quali sono i principali difetti della nobiltà della provincia italiana?



COMPRENDERE


2. In quali punti della lettera si sottolinea il paradosso che le attività utili sono trascurate mentre quelle inutili sono considerate nobili?



CONTESTUALIZZARE


3. «Il pensare, il parlare, le opinioni e il buon gusto» e le idee che circolano vincono l’ignoranza e danno respiro alla civiltà. Si tratta del civile conversare, ma anche del “gusto” che rende raffinato e civile l’individuo. Come, secondo Bettinelli, si dovrebbero diffondere nell’arretrata Italia il “gusto” e la civiltà?



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  1. siamo ... segno: siamo stupidi a tal punto.
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  3. drappi: stoffe.
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  5. con ... industria: con un minimo di iniziativa.
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  7. maniscalchi: gli addetti alla ferratura dei cavalli.
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  9. mammane: donne che aiutano le altre donne a partorire, di solito senza alcuna preparazione medica.
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  11. signor Galli: Giovan Antonio Galli (1708-1782) fu un celebre ostetrico dell’Università di Bologna.
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  13. danaio: denaro.
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  15. vane pompe: lussi futili.
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  17. comparse per tutto: ‘far comparsa’ voleva dire ‘curare le apparenze in modo da fare bella figura’: potremmo parafrasare perciò con ‘smania di far bella figura ovunque (per tutto)’.
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  19. mal rilevati: mal gestiti, mal portati a termine.
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  21. bene rassomigliate: giustamente paragonate.
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  23. all’estremità: non al centro della società ma (in quanto più umili) ai suoi margini, nei ranghi più bassi.
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  25. artieri: artigiani.
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  27. stravaganti: assurde.
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