Dante Alighieri

Rime

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

Il sonetto Guido, i’ vorrei, scritto da Dante negli anni della sua giovinezza, è insieme un augurio e un sogno. Sarebbe bello, dice Dante, se un incantesimo trasferisse lui e gli amici Lapo e Guido e le rispettive amanti su un battello che li portasse in un pacifico, infinito viaggio, tutto speso in conversazioni sull’amore. 

Guido1, i’ vorrei che tu e Lapo2 ed io 
fossimo presi per incantamento3
e messi in un vasel ch’ad ogni vento4
per mare andasse al voler vostro e mio;

sì che fortuna od altro tempo rio5
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo7 sempre in un talento8,
di star insieme crescesse il disio9.

E monna10 Vanna11 e monna Lagia12 poi,
con quella ch’è sul numer de le trenta13,
con noi ponesse il buono incantatore14:

e quivi ragionar15 sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta16
sì come credo che saremmo noi17.

 

 

Metro: sonetto di schema ABBA ABBA CDE EDC. Da notare la consonanza (-nt-) tra le rime B e D.

CONDIVIDERE L’ESPERIENZA DELL’AMORE Noi siamo abituati a pensare all’amore come a una sfera dell’esistenza assolutamente privata: chi ama qualcuno tende a vivere da solo, ad allontanarsi dagli altri. E siamo abituati a pensare alla poesia d’amore come a una libera confessione o riflessione sull’amore che non ha altri interlocutori se non la donna amata o il pubblico. In Guido, i’ vorrei, invece, questo sentimento mostra il suo carattere sociale: al suo centro sta l’idea del gruppo, dell’amicizia, cioè della condivisione di un’esperienza (il viaggio sulla nave incantata) e di un affetto (l’amore, appunto). E l’interlocutore diretto non è il pubblico dei lettori, non siamo noi, ma è un singolo individuo, Guido. È un po’ come ascoltare di nascosto i discorsi che si fanno tra due amici che si conoscono da tempo, e che possono alludere con poche parole a cose o persone su cui entrambi sono informati. Non è strano, perciò, che alcuni dettagli del sonetto restino oscuri per noi: non è a noi, a un pubblico indistinto, che Dante parlava, ma a un unico destinatario.

COME IN UNA FIABA Il motivo della nave incantata è molto diffuso nei romanzi d’avventura e nella tradizione popolare, nelle fiabe (di una «magic swirlin’ ship», una “nave magica che gira in un vortice” parlerà, per esempio, anche una canzone di Bob Dylan, Mr Tambourine Man); ma è possibile che qui Dante alluda in particolare al Roman de Tristan (1170 ca.), dove si narra di come il mago Merlino avesse fabbricato una nave capace di viaggiare da sola, senza bisogno di pilota, e di come questa nave, «la nef de joie et de deport» (“la nave della gioia e del piacere”), fosse stata usata da Tristano e Isotta per passare – durante la loro fuga d’amore – dalla Cornovaglia all’isola della Fortuna. In ogni caso, qui Dante dà un’interpretazione originale di questo motivo letterario: lo riempie cioè di un contenuto lirico personale e lo usa come un pretesto per parlare del suo amore e di quello dei suoi amici. 

IL “GENERE” DI GUIDO, I’ VORREI Oggi tendiamo a pensare che la poesia sia l’espressione di un’idea, o l’effusione di un sentimento, insomma qualcosa di molto serio che riflette la visione del mondo dell’autore. Nel Medioevo la poesia poteva essere qualcosa di assai diverso, qualcosa di più vicino alla sfera del gioco e del divertimento che a quella dell’espressione individuale. Esisteva per esempio il genere del plazer (“piacere”), un testo nel quale il poeta elencava una serie di cose o spettacoli piacevoli, augurandosi che potessero toccare in sorte a se stesso o a un amico, o alla donna amata. Ecco per esempio i primi otto versi di un sonetto di un poeta contemporaneo di Dante, Folgore da San Gimignano:

Alla brigata nobile e cortese,
in tutte quelle parti dove sono,
con allegrezza stando sempre dono,
cani, uccelli e danari per ispese,

ronzin portanti e quaglie a volo prese, 
bracchi levar, correr veltri a bandono:
in questo regno Nicolò incorono,
perch’elli è ’l fior della città sanese.

Alla compagnia nobile e cortese, ovunque siano i suoi membri, e pregando che siano felici, dono, regalo [con la fantasia] cani, uccelli e soldi, cavalli e quaglie prese al volo, e bracchi che stanino la preda, e veltri [cioè cani da caccia] che corrano sfrenatamente (a bandono). E re di questo regno incorono Nicolò, perché lui è il più nobile fra i cittadini di Siena. 

Non bisogna pensare però che temi e formule come questi appartenessero soltanto ai poeti colti. In realtà, come capita spesso nella letteratura medievale, questa tradizione dotta ha molti contatti con i canti popolari, in alcuni dei quali ricorre il motivo dell’augurio associato a un elenco di oggetti di natura disparata. Si confrontino per esempio questi versi di un canto popolare siciliano: 

Oh Diu, ch’avissi ’na montagna d’oro, 
quattrucent’unzi di rennita l’annu, 
di lu Gran Turcu vorria lu tisoru, 
e di lu Gran Signuri lu comannu

Oh Dio, se avessi una montagna d’oro, e quattrocento onze [le onze, o oncie, sono monete] di rendita l’anno! E vorrei tutto il tesoro del Sultano dell’Impero ottomano (lu Gran Turcu), e il potere del Padreterno

L’AUGURIO DI DANTE Il sonetto Guido, i’ vorrei appartiene in certo modo alla famiglia di testi dei plazer medievali. Dante fa un augurio («io vorrei»), e a questo augurio fa seguire... che cosa? Di fatto, quelli che Dante immagina non sono beni e piaceri materiali; il sogno, l’augurio, riguarda un viaggio fiabesco. L’originalità di questa poesia si può misurare dunque attraverso il confronto con gli altri plazer romanzi. Quasi tutti condividono la struttura di Guido, i’ vorrei, l’elenco di cose belle. Ma per quasi tutti le cose belle sono, per l’appunto, cose: «Una ricca rocca e forte manto / volesse Dio che monte Ricco avesse», scrive Cino da Pistoia; «Ar’ agues eu mil marcs de fin argen» (“Oh, se avessi mille marchi di argento fino”), scrive un trovatore. E sono anche cose fantastiche: parlare tutte le lingue, restare per sempre giovane, avere oro o argento a carrettate. Anche quando l’augurio riguarda l’amore, quello che il poeta esprime è un desiderio di possesso. Per esempio, Lapo Gianni scrive: 

Amor, eo chero mia donna in domino
l’Arno balsamo fino,
le mura di Firenze inargentate,
le rughe di cristallo lastricate,
fortezze alt’e merlate,
mio fedel fosse ciaschedun latino

Amore, io [ti] chiedo di poter avere la donna che amo in mio potere; [chiedo] che l’Arno diventi balsamo sopraffino; [chiedo] che le mura di Firenze siano d’argento; [chiedo] che le strade (rughe) siano lastricate di cristallo; [chiedo] torri alte e ornate di merli; [chiedo] che tutti gli italiani (ciaschedun latino) fossero miei sudditi.

Al contrario, Dante dà un’interpretazione lirica di questo motivo tradizionale: il suo è un sogno cortese di affetti e di pace, non di ricchezze. Diciamo: un’interpretazione non materialistica di un motivo per eccellenza materialistico. 

«QUELLA CH’È SUL NUMER DELLE TRENTA» Chi è la donna che è «sul numer delle trenta»? Questa perifrasi doveva essere trasparente per il destinatario del sonetto, Guido, ma non lo è per noi. Nella Vita nova (capitolo 2), Dante racconta di aver composto una poesia in cui erano elencate (elencate, non disposte in una classifica dalla più alla meno bella) le sessanta donne più belle di Firenze:

E presi li nomi di sessanta le più belle donne della cittade ove la mia donna fue posta dall’Altissimo Sire, e compuosi una pìstola [una lettera] sotto forma di serventese [un genere poetico affine alla canzone][...] e [...] in alcuno altro numero non sofferse [tollerò, ammise] lo nome della mia donna stare, se non in su lo nove, tra li nomi di queste donne. 

Il «numer de le trenta» di Guido, i’ vorrei sembra essere legato a quell’episodio e a quella poesia, che però non si è conservata. «Sul numer de le trenta» vorrebbe dire insomma che la donna che Dante si augura come compagna di navigazione figurava al trentesimo posto in quella lista (e dunque non può essere identificata con Beatrice, che è «in su lo nove», in nona posizione). Oppure il significato è “più bella delle trenta donne più belle”, cioè “sopra, più in alto delle trenta [donne più belle]”, ovvero “la più bella di tutte”? Difficile arrivare a una conclusione sicura. Il fatto che una poesia faccia riferimento a un episodio sul quale il lettore difficilmente può essere informato (chi potrebbe capire questo verso senza conoscere, prima, la Vita nova?) si spiega, come si è detto, con la circostanza che Guido, i’ vorrei è un testo di corrispondenza, e nei testi di corrispondenza questo codice allusivo aveva una sua giustificazione: chi doveva capire – il destinatario del sonetto – avrebbe capito.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Dante si rivolge a un destinatario ben definito: di chi si tratta? Questo che cosa comporta?

2 Spiega l’espressione «vivendo sempre in un talento».

ANALIZZARE

3 Questo sonetto presenta delle analogie con il genere trobadorico del plazer: documentati ed elenca per iscritto tutte le caratteristiche di questo genere.

CONTESTUALIZZARE 

4 Chi sono i protagonisti di questo sonetto? Fai una ricerca e raccogli notizie su di loro.

5 La terza donna citata nel sonetto risulta di difficile identificazione: considera gli indizi in tuo possesso e ricostruisci quanto sai di lei.

INTERPRETARE

6 Le donne, qui come altrove, sono le interlocutrici privilegiate nel “ragionar d’amore”: perché?

7 Chi potrebbe essere «il buono incantatore»? Cerca informazioni nei commenti alle Rime che puoi trovare in biblioteca, e fai un’ipotesi.
 

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  1. Guido: è Guido Cavalcanti (1258 ca.-1300), l’amante della “Vanna” citata nei versi successivi.
  2. Lapo: è il poeta Lapo Gianni de’ Ricevuti, amico di Dante, notaio e poeta vissuto tra il XIII e il XIV secolo.
  3. presi per incantamento: rapiti per incantesimo; traduce una formula ricorrente nei romanzi del ciclo di re Artù, par enchantement.
  4. in un vasel ... vento: in un’imbarcazione, in un vascello che qualsiasi vento spiri.
  5. fortuna ... rio: tempesta o altra cattiva condizione atmosferica. Da notare, nella disgiuntiva, il progresso dal fatto particolare, specifico (la tempesta), alla categoria generale (il cattivo tempo), un po’ come nel canto XXIV dell’Inferno, vv. 113-114 «per forza di demon ch’a terra il tira, / o d’altra oppilazion che lega l’omo». 
  6. vivendo: vivendo va riferito ai noi che viaggiano insieme.
  7. in un talento: in concordia, in comunione d’intenti.
  8. disio: desiderio.
  9. monna: monna è forma contratta di madonna, cioè mia donna; analogamente, nell’italiano antico si usava messere, da mio sire, “mio signore”.
  10. Vanna: è diminutivo di Giovanna, la donna amata da Cavalcanti.
  11. Lagia: Lagia, o Alagia, è la donna amata da Lapo.
  12. quella ... trenta: colei che sta tra le trenta [donne]; oppure “colei che è la più bella tra le trenta [donne]”; verso ambiguo e della cui interpretazione diremo nell’Analisi del testo.
  13. il buono incantatore: il benevolo, cortese mago. Si tratterebbe di Merlino, secondo alcuni commentatori, data l’allusione al vascello che Merlino avrebbe costruito per Tristano e Isotta (vedi più avanti l’Analisi del testo): ma che qui Dante alluda a quella leggenda non è del tutto sicuro. E del resto, anche ammesso che la nave di Merlino ispiri il sonetto, ciò non significa che qui Merlino debba comparire come personaggio: «qui vuol dire solo colui che fa l’incantesimo, chiunque esso sia» (Barbi-Maggini).
  14. quivi ragionar: il significato di queste parole sembra ovvio ma non lo è: quivi non significa “qui” bensì “là”, cioè “sulla nave”. E ragionare non voleva dire “ragionare” bensì “parlare, conversare” (ancora oggi il verbo ha questo significato, ma soltanto in Toscana: si ragionava del più e del meno vuol dire “si parlava del più e del meno”). 
  15. fosse contenta: il verbo sottinteso è sempre vorrei che
  16. credo ...  noi: come senz’altro saremmo noi.