Italo Calvino

La speculazione edilizia

Il boom economico e la mutazione antropologica

Proponiamo la lettura integrale del capitolo XIV del romanzo. È un capitolo “di cerniera”: la narrazione della storia, degli eventi, viene sospesa, per descrivere la trasformazione della vita in Liguria negli anni della speculazione edilizia.

Troppo chiuso in sé e indifferente d’altro ed aspro era il carattere della vecchia gente di ***1. Alla pressione delle pullulanti intorno genti italiane non resse, e presto imbastardì2. La città s’era arricchita ma non seppe più il piacere che dava ai vecchi il parco guadagno3 sul frantoio o sul negozio, o i fieri svaghi della caccia ai cacciatori, quali tutti loro erano un tempo, gente di campagna, piccoli proprietari, anche quei pochi che avevano da fare con il mare e il porto. Adesso invece li premeva il modo turistico di godere la vita, modo milanese e provvisorio, lì sulla stretta Aurelia4 stipata di macchine scappottate e roulottes, e loro in mezzo tutto il tempo, finti turisti, o congenitamente sgarbati dipendenti dell’«industria alberghiera». Ma sotto mutate forme, l’operosa e avara tradizione rurale durava ancora nelle dinastie tenaci dei floricoltori, che in anni di fatiche familiari accumulavano lente fortune; e l’alacrità mercantile nel ceto mattiniero dei fioristi. Tutti i nativi godevano o vantavano diritti di privilegiati; ed il vuoto sociale formatosi al basso attraeva, dai popolosi giacimenti di mano d’opera dell’estrema punta d’Italia le folle dei cupi calabresi, invisi5 ma convenienti di salario, sicché ormai una barriera quasi di razza divideva la borghesia dalle classi subalterne, come nel Mississippi6, ma non impediva ad alcuni fra gli immigrati di tentare bruschi soprassalti di fortuna salendo alle dignità di proprietari o fittavoli e insidiando così anch’essi quei malcerti privilegi.
Pochi guizzi7 negli ultimi cent’anni aveva avuto la gente rivierasca, passate le generazioni mazziniane che credettero nel Risorgimento, forse mosse dalla nostalgia delle estinte autonomie repubblicane. Non le riebbero; l’Italia unita non piacque loro; e, disinteressandosene, brontolando contro le tasse, s’attaccarono più di prima allo scoglio, salvo a saltar di lì nel Sud America, grande loro impero familiare, luogo delle corse giovanili e dello sfogo delle energie e dell’ingegno, per chi si trovasse a esuberarne. Sulle riviere s’attestarono gli inglesi, nei loro giardini, gente posata e individuale, tacitamente amica di persone e natura così scabre. Vicino, la Francia indorava Nizza, riempiendo questa riva d’invidia. Era ormai nata la civiltà del turismo, e la striscia della costa prosperò, mentre l’entroterra immiseriva e prendeva a spopolarsi. Il dialetto divenne più molle, con cadenze infingarde8; il noto intercalare osceno perse ogni violenza, assunse nel discorso una funzione riduttiva e scettica cifra d’indifferenza e sufficienza. Ma in tutto questo si poteva ancora riconoscere un’estrema difesa dell’atavico nerbo morale9, fatto di sobrietà e ruvidezza ed understatement, una difesa che era soprattutto uno scrollar di spalle, un negarsi. (Non dissimile l’atteggiamento poi espresso da una generazione di poeti rivieraschi, in versi e prose di pietrosa essenzialità che passarono ignoti ai conterranei e celebrati e malcompresi dalla letteratura dei fiorentini). Dominante il fascismo, s’accentuò – pur essendo già ben nota – l’estraneità dello Stato, mentre la cosmopoli degli ibernanti stranieri10 cedé, tra le due guerre, a un primo sedimentarsi di genti pan-italiane, nelle classi alte e nelle basse.
Ora, dopo la seconda guerra mondiale, era venuta la democrazia, ossia l’andare ai bagni l’estate d’intere cittadinanze. Una parte d’Italia, dopo un incerto quinquennio o giù di lì, ora aveva il benessere, un benessere sacrosantamente basato sulla produzione industriale, ma pur sempre difforme e disorganico data l’economia nazionale squilibrata e contraddittoria nella distribuzione geografica del reddito e sperperatrice nelle spese generali e nei consumi; però, insomma, sempre era benessere, e chi ce l’aveva poteva dirsi contento. Quelli che più potevano dirsi contenti (e non si dicevano tali, credendo fosse loro dovuto molto di più, che invece o non meritavano o non era né possibile né giusto che avessero) dai centri industriali del Nord tendevano a gravitare sulla Riviera e particolarmente su ***. Erano proprietari di piccole industrie indipendenti (se alimentari o tessili) o subfornitrici d’altre più grandi (se chimiche o meccaniche), dirigenti aziendali, direttori di banca, capiservizio amministrativi cointeressati agli utili, titolari di rappresentanze commerciali, operatori di borsa, professionisti affermati, proprietari di cinema, negozianti, esercenti, tutto un ceto intermedio tra i detentori dei grossi pacchetti azionari ed i semplici impiegati e tecnici, un ceto cresciuto al punto da costituire nelle grandi città delle vere e proprie masse, la gente insomma che poteva acquistare in contanti o ratealmente un alloggio al mare (oppure affittarlo per stagioni o annate intere, ma questo era meno conveniente) e anche che aveva voglia di farlo, aspirando a vacanze relativamente sedentarie (non per esempio a grandi viaggi o cose estrose) che poi con la macchina si potevano movimentare vertiginosamente, perché in un salto si poteva andare a prendere l’aperitivo in Francia. Ormai a *** i ricchissimi venivano solo di passata, in corsa tra un Casinò e l’altro, e nello stesso modo veloce ci venivano gli operai delle grandi industrie, in «lambretta», a ferragosto, con le mogli in pantaloni cariche dello zaino sul sedile posteriore, a fare il bagno stipati nelle esigue strisce di spiaggia, ripartendo poi per pernottare nelle pensioni più economiche d’altre località della costa. Più a lungo si fermava l’esercito sterminato delle dattilografe e impiegate contabili in shorts che occupava le pensioni locali con dietro il codazzo della gioventù studiosa o ragioniera, gloria dei dancings.
Ma questo era solo per lo stretto tempo delle ferie: la colonia stabile di *** era costituita da quel ceto medio-borghese che s’è detto, abitatore d’agiati appartamenti nelle proprie città e che qui tale e quale riproduceva (un po’ più in piccolo; si sa, si è al mare) gli stessi appartamenti negli stessi enormi isolati residenziali e la stessa vita automobilistico-urbana. In questi appartamenti ai mesi freddi venivano a svernare i vecchi: genitori, nonni, suoceri, che prendevano il sole di mezzogiorno sulle passeggiate a mare come già quarant’anni prima i granduchi russi tisici e i milord. E alla stagione in cui un tempo i milord e le granduchesse lasciavano la Riviera e si spostavano nelle ombrose Karlsbad e Spa11 per la cura delle acque, ora negli appartamenti balneari ai vecchi davano il cambio le signore coi bambini e per i mariti occupatissimi cominciava la corvée delle gite tra sabato e domenica.
Era una folta Italia in tailleur, in doppiopetto, l’Italia ben vestita e ben carrozzata, la meglio vestita popolazione d’Europa, quale contrasto per le vie di*** con le comitive goffe e antiestetiche dei tedeschi inglesi svizzeri olandesi o belgi in vacanza collettiva, donne e uomini di variegata bruttezza, con certe brache al ginocchio, coi calzini nei sandali o con le scarpe sui piedi nudi, certe vesti stampate a fiori, certa biancheria che sporge, certa carne bianca e rossa, sorda al buon gusto e all’armonia anche nel cambiar colore. Queste falangi straniere12 che, avide di bagni fuori stagione, prenotavano alberghi interi succedendosi in turni serrati da aprile a ottobre (ma meno in luglio e agosto, quando gli albergatori non concedono sconti alle comitive) erano viste dagli indigeni con una sfumatura di compatimento, al contrario di come una volta si guardava il forestiere, messaggero di mondi più ricchi e civilmente provveduti. Eppure, a incrinare la facile alterigia13 dell’italiano ben messo, disinvolto, lustro, esteriormente aggiornato sull’America, affiorava il senso severo delle democrazie del Nord, il sospetto che in quelle ineleganti vacanze si muovesse qualcosa di più solido, di meno provvisorio, civiltà abituate a concludere di più, il sospetto che ogni nostra ostentazione di prosperità non fosse che una facile vernice sull’Italia dei tuguri montani e suburbani, dei treni d’emigranti, delle pullulanti piazze di paesi nerovestiti: sospetti fugacissimi, che conviene scacciare in meno d’un secondo.
A Quinto tutti questi sentimenti insieme, ed un tardivo culto della rustica fierezza delle generazioni antiche (che la memoria del padre da poco morto, vecchio da poter essergli stato nonno, tipico superstite di quel ceppo, gli avvicinava) rendeva vieppiù estranea la *** d’oggi. Ma al solito volendo contrastare se stesso (in una scherma dove ormai non si sapeva più che cosa di lui fosse autentico e cosa coartato14) si persuadeva che proprio la nuova borghesia degli alloggetti a *** fosse la migliore che l’Italia potesse esprimere.
Intruppato in questa folla civile, realizzatrice, adultera, soddisfatta, cordiale, filistea, familiare, bemportante, ingurgitante gelati, tutti in calzoncini e maglietta, donne uomini bambini giovanetti nell’assoluta parità delle età e dei sessi, in questo fiume pingue e superficiale sull’accidentata realtà italiana, Quinto si disponeva a passare l’estate a ***.

LA TECNICA DEL TIME LAPSE In questo capitolo Calvino descrive la trasformazione della vita in una picco- la città della costa ligure con una tecnica che potremmo chiamare time lapse (letteralmente “tempo intervallo”). Sullo schermo, il time lapse permette di osservare la tra- sformazione atmosferica di uno spazio fisico, accelerando la velocità di riproduzione del tempo filmato. Tenendo fermo lo sguardo sulla piccola città dove è ambientato il romanzo, Calvino fa scorrere, in queste poche pagine, qua- si un secolo di storia, dall’Unità d’Italia fino agli anni del boom economico.

IMMOBILITÀ E TRASFORMAZIONE Alcuni elemen- ti restano immobili (per esempio il carattere introverso e schivo degli abitanti), altri elementi invece si trasfor- mano: se osserviamo gli spazi fisici, spariscono gli alberi e aumentano a dismisura le case; se osserviamo invece gli esseri umani, si trasformano soprattutto i turisti. La Rivie- ra ligure, da metà Ottocento fino agli anni del fascismo, è meta di un turismo d’élite europeo, per lo più aristocratico. Con il dopoguerra e il boom economico questo mon- do scompare, per essere sostituito dal turismo di massa. Aumentando vertiginosamente il numero delle persone che scelgono di passare le estati al mare in Liguria, diventa necessario costruire nuove case e abbattere gli alberi. È solo a partire dagli anni Cinquanta, infatti, che la costa ligure inizia a trasformarsi in una distesa informe di paral- lelepipedi di cemento.

LA RIVIERA LIGURE PRIMA Calvino ha scritto questo romanzo breve quasi contemporaneamente a Il barone rampante: forse non a caso. Prima della speculazione edilizia degli anni Cinquanta la Riviera ligure poteva essere osservata dal mare come un vero proprio bosco continuo, interrotto qua e là da qualche terrazzamento coltivato e da piccole città. Si poteva saltare su un albero a Sanremo e scendere a Nizza senza mai toccare terra: lo racconta in molte interviste Libereso Guglielmi, botanico cresciuto fin da ragazzo sotto la tutela di Mario Calvino, nonché compagno di giochi dello stesso Italo.

IL NUOVO HABITAT “AUTOMOBILISTICO-URBANO” Il nuovo habitat “automobilistico-urbano” ha trasformato la vita nella Riviera, divorando anzitutto natura e alberi. La costa è diventata in pochi anni uno spazio soffocato da abitazioni a forma di parallelepipedi, da macchine, da turisti in calzoncini corti, da gelati mangiati in piedi. Calvino non è un romantico: crede nel progresso ed è un razionalista. Non ha alcuna nostalgia del passato. Il punto è un altro: lo sviluppo economico della Riviera poteva prendere tantissime altre strade, tranne una, che è invece quella che i vari imprenditori edili hanno scelto: la distruzione insensata di un paesaggio naturale meraviglioso.
Diventa chiaro a questo punto il legame tra i due romanzi: con la scrittura del Barone rampante Calvino ha voluto salvare la memoria e l’incanto di quell’habitat naturale che, nella Speculazione edilizia, il presente ha divorato senza alcuna prospettiva se non quella del guadagno immediato a ogni costo.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Com’è cambiato nel giro di pochi anni, secondo Calvino, il paesaggio della Liguria?

2 Oltre a parlare dei cambiamenti del paesaggio, Calvino parla di profondi mutamenti di valori. Com’è cambiata, a suo avviso, la società italiana?

3 Che differenza c’è tra la «vecchia gente di ***» e i cittadini di Milano?

4 La forza delle pagine di Calvino sta nella loro concretezza, cioè nella loro adesione ai dati della vita reale, all’esperienza quotidiana che ogni lettore può condividere. Discuti questa affermazione facendo riferimento al brano appena letto (considera per esempio le righe nelle quali Calvino descrive i turisti).

CONTESTUALIZZARE

5 Fai una ricerca sul boom del turismo in Italia negli anni Cinquanta. Crea quindi una mappa in cui indichi le cause e gli effetti di questo fenomeno. Poi spiegala in forma orale o scritta.

Stampa
  1. ***: il nome della città che Calvino de- scrive è taciuto e sostituito da tre asterischi (è un espediente comune: l’ha usato anche Manzoni nei Promessi sposi, per esempio).
  2. Alla pressione ... imbastardì: all’impatto del turismo di massa, ovvero di un numero sempre crescente di nuovi turisti, la piccola città ligure non riuscì a mantenere la propria identità e si trasformò.
  3. parco guadagno: un guadagno modesto.
  4. sulla stretta Aurelia: la via Aurelia è l’antica via consolare di età romana, poi trasformata in strada statale, che da Roma risale la costa tirrenica per arrivare fino in Francia. È la strada statale che attraversa tutta la Liguria.
  5. invisi: mal visti.
  6. Mississippi: Stato meridionale degli Stati Uniti d’America, celebre negli anni Cinquanta per le politiche di segregazione razziale contro la popolazione nera.
  7. guizzi: scatti, balzi in avanti.
  8. con cadenze infingarde: Calvino descrive la trasformazione della Liguria a fine Ottocento, quando la regione diventa meta del turismo aristocratico europeo, soprattutto durante la stagione invernale. Il contatto con questa nuova realtà cosmopolita trasforma anche la cadenza del dialetto: i suoni diventano più rilassati, meno aspri.
  9. atavico ... morale: il carattere dei liguri conservava ancora l’antica energia morale, fatta di sobrietà e parsimonia.
  10. la cosmopoli ... stranieri : il turismo degli aristocratici europei che venivano in villeggiatura durante l’inverno.
  11. Karlsbad e Spa: sono due stazioni termali famose per essere meta della buona società europea, specie in inverno. Karlsbad è una piccola città della Germania meridionale, mentre Spa è in Belgio.
  12. falangi straniere: espressione metaforica con cui Calvino descrive le comitive di turisti stranieri che invadono la Liguria come schiere di soldati in guerra.
  13. alterigia: presunzione, superbia.
  14. coartato: costretto.