Francesco Berni

Rime

Il capitolo delle pesche

Lo scrittore greco Luciano di Samosata (II d.C.) aveva scritto l’Elogio della mosca, il filosofo e vescovo Sinesio di Cirene (IV d.C.) aveva risposto con l’Elogio della calvizie all’Elogio della capigliatura di Dione Crisostomo (I-II. d.C.). Questa tradizione antica di lodi di cose irrilevanti o spiacevoli è una delle componenti della poesia burlesca del Cinquecento.
Berni scrive poesie in lode de’ ghiozzi (un tipo di pesce poco pregiato), dei cardi, dell’orinale, della gelatina, dell’ago. Una delle ragioni per cui questa poesia è interessante è il gusto intellettuale del paradosso : il poeta si dimostra abile e inventivo, perché trova modo di elogiare cose, oggetti che generalmente (e ragionevolmente) non vengono elogiati: la lode della donna amata era comune, ma la lode della gelatina? Un’altra ragione è più schiettamente comica: ciascuno degli oggetti lodati ha un doppio senso sessuale, spesso omosessuale. Le poesie, quindi, vanno lette in due modi: ogni frase ha un significato letterale e uno allegorico. La ricerca di questo secondo senso, che va condotta con ogni possibile malizia, dà al lettore il piacere del gioco e della barzelletta sconcia.
Le pesche celebrate in questo capitolo sono sia i frutti del pesco sia, soprattutto, le natiche maschili.

 

    Tutte le frutte1, in tutte le stagioni,
    come dir mele rose, appie e francesche2,
3   pere, susine, ciriegie3 e poponi,
    son bone, a chi le piacen4, secche e fresche;
    ma, s’i avessi ad esser giudice io,
6   le non hanno a far nulla5 con le pesche.
    Queste son proprio secondo il cor mio6:
    Sàsselo7 ogniun ch’io ho sempre mai detto
9   che l’ha fatte messer Domenedio.
    O frutto sopra gli altri benedetto,
    buono inanzi, nel mezzo e dietro pasto;
12   ma inanzi buono e di dietro8 perfetto!
    Dioscoride, Plinio e Teofrasto9
    non hanno scritto delle pesche bene,
15   perché non ne facevan troppo guasto10;
    ma chi ha gusto fermamente tiene11
    che le12 sien le reine delle frutte,
18   come de’ pesci i ragni13 e le murene.
    Se non ne fece menzïon Margutte14,
    fu perché egli era veramente matto
21   e le malizie non sapeva tutte15.
    Chi assaggia le pesche solo un tratto16
    e non ne vòle a cena e a desinare,
24   si può dir che sia pazzo affatto affatto17
    e che alla scuola gli bisogni18 andare
    come bisogna a gli altri smemorati
27   che non san delle cose ragionare.
    Le pesche eran già cibo da prelati19,
    ma, perché ad ogniun piace20 i buon bocconi,
30   voglion oggi le pesche insino a i frati,
    che fanno l’astinenzie21 e l’orazioni;
    così è intravenuto ancor de’ cardi22,
33   che chi ne dice mal Dio gliel perdoni;
    questi alle genti son piaciuti tardi,
    pur s’è mutata poi l’oppinïone
36   e non è più nessun che se ne guardi23.
    Chi vuol saper se le pesche son buone
    et al giudizio mio non acconsente,
39   stiasene al detto24 dell’altre persone,
    c’hanno più tempo e tengon meglio a mente,
    e vedrà ben che queste pesche tali25
42   piacciono a’ vecchi più che all’altra gente.
    Son le pesche apritive e cordïali26,
    saporite, gentil27, restorative,
45   come le cose c’hanno gli speziali28;
    e s’alcun dice che le29 son cattive,
    io gli farò veder con esse in mano30
48   ch’e’ non sa se sia morto o se si vive31.
    Le pesche fanno un ammalato sano,
    tengono altrui del corpo ben disposto32,
51   son fatte proprio a beneficio umano.
    Hanno sotto di sé misterio ascosto33,
    come hanno i beccafichi e gli ortolani34
54   e gli altri uccei che comincian d’agosto35,
    ma non s’insegna a tutti i grossolani36;
    pur chi volesse uscir di questo affanno37
57   trovi qualche dottor che glielo spiani38,
    ché ce n’è pur assai39 che insegneranno
    questo secreto et un’altra ricetta
60   per aver delle pesche tutto l’anno.
    O frutta sopra l’altre egregia40, eletta,
    utile dalla scorza infino all’osso,
63   l’alma e la carne41 tua sia benedetta!
    vorrei lodarti e veggio ch’io non posso,
    se non quanto è delle stelle concesso
66   ad un ch’abbia il cervel come me grosso42.
    O beato colui che l’usa43 spesso
    e che l’usarle molto non gli costa,
69   se non quanto bisogna averle appresso44!
    E beato colui che da sua posta45
    ha sempre mai46 qualch’un che gliele dia
72   e trova la materia ben disposta47!
    Ma io ho sempre avuto fantasia,
    per quanto possi un indovino apporre48,
75   che sopra gli altri avventurato49 sia
    colui che può le pesche dare e tôrre50.


 

I TOPOI  Non è possibile riconoscere un ordine razionale nel susseguirsi delle lodi. Ma benché regnino la casualità e la divagazione, i capitoli di Berni e dei poeti che a lui si ispirano prevedono alcuni topoi: la preferenza per l’oggetto cantato rispetto ad altri oggetti più o meno simili (qui «mele rose, appie e francesche / pere, susine, ciriegie e poponi» «secche e fresche»); l’enumerazione delle qualità dell’oggetto (vv. 43-45, 49-51); l’elogio di chi lo apprezza e il biasimo per chi non lo gradisce (vv. 13-21).

I CARATTERI DELLA POESIA BERNESCA: OSCENITÀ...  Quando Berni dice di amare le pesche, fa – diremmo oggi – coming out, cioè dichiara la propria omosessualità. Il contesto (una poesia di livello stilistico basso) e i modi goliardici rendono innocua, e dunque socialmente accettabile, questa dichiarazione. Si ride grasso sull’omosessualità per non prenderla sul serio e per confinarla nel campo dei vizi privati, verso i quali si prova una condiscendente tolleranza. La poesia bernesca si basa anche sulle oscenità: i vv. 10-12 probabilmente alludono a figurae veneris (l’espressione latina che indica le posizioni dell’amore); i vv. 46-48 suggeriscono ai detrattori dell’omosessualità di provarla per convincersi del piacere che dà; i vv. 73-76 invitano all’omosessualità.

...BLASFEMIA...  Un’altra caratteristica tipica della poesia bernesca è la blasfemia. Per esempio ai vv. 8-9, Berni afferma che le pesche sono un frutto ottimo perché fatte da Dio. Nella lettura simbolica può significare che l’omosessualità non è peccaminosa come la chiesa sostiene, perché è amore verso una creatura di Dio. Allo stesso modo, il v. 63 è parodico della formula della benedizione: la benedizione è rivolta all’anima e alla carne delle pesche, cioè delle natiche. I vv. 52-54 contengono un’allusione un passo blasfemo del Morgante di Pulci (25, 217): 1

         e’ sapeva e’ v’è misterio sotto:
         e finalmente or l’ avea ritrovato:
         cioè che Cristo a Maddalena apparve
         in ortolan, che buon sozio gli parve.1

1. “lui sapeva che sotto c’era un mistero e ora finalmente l’aveva capito: Maddalena pensò che Cristo potesse essere un uomo valido perché le apparve nelle vesti di ortolano”.

Pulci fa riferimento a quanto racconta il Vangelo di Giovanni (20, 15) sulla resurrezione di Cristo: la Maddalena non riconosce Cristo risorto e pensa che sia un contadino. Pulci gioca sul doppio senso della parola ortolano che, oltre a significare “contadino”, è un tipo di uccello: quest’ultima accezione è quella usata da Berni al v. 53. Il riferimento implicito e dotto si aggiunge a quello esplicito a Margutte. In questo modo, spiega una specialista di letteratura cinquecentesca, Silvia Longhi, «Berni fornisce un’indicazione sostanziale sulla genesi delle lodi, additando decisamente un testo, il Morgante, e soprattutto in esso il cantare XVIII, che anche per altri versi apparirà capitale nella sua formazione».

...E SATIRA  Un’altra caratteristica della poesia bernesca è la satira contro i gruppi di potere. Ai vv. 28-36 Berni allude all’omosessualità ecclesiastica: i primi a praticarla sono stati i preti, poi i frati, anche quelli di vita più rigida. Anche in questo caso, il contesto fa sì che la denuncia sia accettabile e del tutto innocua, tanto più che Berni è lui stesso un ecclesiastico: questi versi non hanno alcuna carica eversiva, né contestatrice.

LA FORMA SEMPLICE  La sintassi ha un andamento colloquiale: mancano figure di inversione (anastrofe e iperbati) e le inarcature sono poche. Lo stile, adattandosi al contenuto, è semplice, dimesso (si paragonino i versi di Berni a quelli, per esempio, di Della Casa). La poesia di Berni è una poesia di cose, non di concetti o di idee. E le parole e le espressioni si ripetono spesso – per esempio: «[gli altri frutti] non hanno a far nulla con le pesche» (v. 6), «frutto sopra gli altri benedetto» (v. 10), «le sien le reine delle frutte» (v. 17), «frutta sopra l’altre egregia» (v. 61).

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Chi sono «Dioscoride, Plinio e Teofrasto» (v. 13)? Perché Berni cita questi “vecchi saggi”?

2. Chi sono gli speziali (v. 45)? Perché si chiamano così?

ANALIZZARE

3. Berni ironizza, nel testo, sui costumi degli ecclesiastici. Dove, in particolare? Perché?

INTERPRETARE

4. Quali parti del testo di Berni trovi più divertenti, e perché?

5. In che modo era vista l’omosessualità, tra gli uomini del Cinquecento? Per farti un’idea, leggi la voce Omosessualità di Philippe Brenot nell’Enciclopedia Treccani online, poi relaziona in classe.

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  1. le frutte: il sostantivo frutta ha nella lingua antica due plurali: “le frutta” (rimasto in alcuni toponimi: per esempio Piazza delle frutta a Padova) o “le frutte”.

  2. mele ... francesche: sono tipi di mela.

  3. ciriege: la -r- proviene dall’etimo latino: ciliegia in latino si dice cérasum (da cui ceràsa di molti dialetti); poponi: meloni.

  4. a ... piacen: a chi piacciono; le è pronome soggetto ed è tratto toscano.

  5. le ... nulla: sono di gran lunga inferiori.

  6. son ... mio: si accordano ai miei gusti.

  7. sàsselo: se lo sa; (è forma della diatesi media); sempre mai: sempre; mai è rafforzativo.

  8. dietro: dopo.

  9. Discoride ... Teofrasto: il primo è un medico greco del I d.C.; il secondo uno scrittore latino di scienze naturali del I a.C.; il terzo un filosofo greco del IV-III a.C., che ha scritto di botanica.

  10. troppo guasto: un grande consumo.

  11. fermamente tiene: ha la convinzione.

  12. le: il solito pronome soggetto toscano.

  13. i ragni: la tracina o pesce ragno.

  14. non ... Margutte: Margutte non le nomina. Margutte è uno dei protagonisti del Morgante di Pulci: nella sua professione di fede (Il vanto di Margutte) non nomina le pesche.

  15. era...tutte: Berni fa riferimento a due versi del Morgante riferiti a Margutte: «O veramente matto da catene!» (I 13) e «Io so di questo ogni malizia e frode» (XVIII 122).

  16. solo un tratto: soltanto una volta.

  17. affatto affatto: completamente. Replicare due volte un aggettivo o un avverbio è un modo per farne il superlativo: per esempio «va bene che ti piace il giallo, ma il tuo maglione è proprio giallo giallo».

  18. bisogni: è forma toscana del verbo difettivo bisognare. Con bisogna del verso successivo forma un poliptoto.

  19. prelati: preti, ecclesiastici.

  20. piace: il soggetto è «i buon bocconi»: è una possibilità della lingua antica, così come il troncamento buon per buoni.

  21. astinenzie: è forma più vicina all’etimo latino abstinentia.

  22. è ... cardi: è capitato anche per i cardi; Berni ha scritto un capitolo In lode dei cardi.

  23. non ... guardi: non c’è più nessuno che li rifiuti.

  24. stiasene al detto: si fidi delle parole.

  25. tali: di questo tipo; è una zeppa, cioè una parola che trova la sua giustificazione nella necessità del metro e non nel significato del discorso.

  26. apritive e cordïali: lassative e corroboranti.

  27. gentil: delicate.

  28. come ... speziali: come i prodotti che vendono i farmacisti.

  29. le: pronome soggetto.

  30. con ... mano: mettendogliele in mano.

  31. si vive: forma della diatesi media.

  32. tengono ... ben diposto: mantengono in forma il corpo di chiunque.

  33. sotto ... ascosto: dentro di sé nascosta una forza misteriosa.

  34. beccafichi e ortolani: sono due tipi di uccello celebrati nel Morgante.

  35. che ... agosto: in agosto iniziano a essere abbastanza grandi da poter essere cacciati.

  36. grossolani: persone rozze.

  37. affanno: curiosità.

  38. dottor ... spiani: persona colta che glielo spieghi.

  39. ché ... assai: infatti ce ne sono molti.

  40. egregia: eccellente.

  41. l’alma e la carne: la tua anima e la tua carne; cioè l’osso e la polpa.

  42. grosso: rozzo. In questa terzina Berni adatta allo stile comico uno dei topoi della lirica, quello dell’ineffabilità: la donna amata o l’esperienza amorosa sono talmente sublimi da non poter essere descritte con esattezza per le scarse capacità del poeta o per l’insufficienza del mezzo linguistico (per esempio nel sonetto Negli occhi porta di Dante «Quel ch’ella par quando un poco sorride / non si può dicer» o nel sonetto Tanto gentile: «dà per gli occhi una dolcezza al core, / che ’ntender non la può chi non la prova»).

  43. l’usa: le usa; cioè le mangia.

  44. se ... appresso: (gli costa) quel poco che serve per averle vicino.

  45. da sua posta: quando gliene viene il desiderio.

  46. sempre mai: vedi al v. 8.

  47. la ... disposta: la polpa matura.

  48. possi ... apporre: un indovino possa cogliere nel segno. Il congiuntivo possi (che a noi suona come un errore) è del toscano e della lingua antica.

  49. avventurato: fortunato.

  50. tôrre: forma contratta dell’infinito togliere e cioè “prendere”.