Dante Alighieri

Paradiso

Il dialogo con un grande antenato: Cacciaguida

Noi sappiamo pochissimo della famiglia di Dante. Pochissimo della moglie Gemma, di cui non parla mai nelle sue opere, pochissimo dei figli. Non sappiamo se i suoi genitori fossero già morti nell’anno 1300, quando è ambientato il viaggio nell’oltretomba. Quel che è certo è che Dante non ne accenna nemmeno nella Commedia.  Arrivato però nel cielo di Marte, dove sono premiati gli spiriti che in vita combatterono per difendere la fede cristiana, Dante incontra un suo antenato di nome Cacciaguida. Della sua vita sappiamo solo quello che Dante stesso ci dice nel corso del suo incontro con lui, che si sviluppa per ben tre canti, dal XV al XVII. Era nato a Firenze nell’XI secolo, e aveva combattuto nella seconda crociata in Terrasanta al fianco dell’imperatore Corrado III. Il dialogo tra i due assolve due importanti funzioni: da un lato, serve a Dante per raccontare, con la nostalgia tipica dell’esule, com’era bella la vita dell’antica Firenze, prima che la città venisse trasformata dalla corruzione e dal malcostume; dall’altro, dà a Dante-poeta la possibilità di formulare la più articolata e più chiara tra le molte profezie che Dante-personaggio ascolta nel corso del suo cammino: Cacciaguida gli rivela finalmente nei dettagli ciò che gli era stato già predetto in maniera più oscura da altri personaggi incontrati nell’inferno e nel purgatorio (come Ciacco nel canto VI dell’Inferno, Farinata nel X, Brunetto Latini nel XV). Il colloquio con Cacciaguida fa insomma piena luce sia sul passato sia sul futuro, intrecciando la storia di Firenze con la vita del protagonista-autore della Commedia.
Cacciaguida non si presenta subito al suo discendente: in un lungo preambolo, che occupa la seconda metà del canto XV (dal v. 97), egli racconta di come fosse serena la vita a Firenze al tempo della sua nascita, duecento anni prima di quella di Dante: una città piccola, sobria, chiusa in una stretta cerchia di mura. Al suo interno vivevano donne dai costumi semplici e virtuosi e uomini, anche di nobile condizione, contenti di vestiti disadorni, tutti dediti al lavoro.

Fiorenza1 dentro da la cerchia antica2,
ond’ella toglie ancora3 e terza e nona4,
si stava in pace, sobria e pudica5.
Non avea6 catenella7, non corona8,
non gonne contigiate9, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi10 la misura.
Non avea case di famiglia vòte11;
non v’era giunto ancor Sardanapalo12
a mostrar ciò che ’n camera si puote13.
[...]
A così riposato, a così bello
viver di cittadini14, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida15
e ne l’antico vostro Batisteo16
insieme fui cristiano e Cacciaguida17.

A questo quadro idilliaco, nel canto XVI Cacciaguida contrappone la presente condizione di Firenze: la popolazione è aumentata di cinque volte, perché la gente del contado è venuta a stabilirsi entro le mura e vi ha portato la corruzione, la disonestà, il vizio; l’antica nobiltà, che custodiva gli autentici valori cristiani, è decaduta, e ora regna il disordine. Questa descrizione ispira a Dante (per bocca di Cacciaguida) una triste constatazione sul destino di tutte le cose terrene, condannate a mutare perpetuamente per poi morire senza lasciare traccia.

Le vostre18 cose tutte hanno lor19 morte,
sì come voi20; ma celasi in alcuna 
che dura molto, e le vite son corte21.
E come ’l volger22 del ciel de la luna
cuopre e discuopre23 i liti24 sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna25.

Nel terzo tempo del dialogo con Dante (nel canto XVII), Cacciaguida gli svela il suo futuro. L’azione del poema si svolge – non dimentichiamolo – nell’anno 1300. Le rivelazioni di Cacciaguida sono dunque già cose note, eventi già vissuti da Dante-poeta (che scrive una quindicina di anni dopo), ma sono nuove e terribili per Dante-personaggio. Dante, dice Cacciaguida, sarà ingiustamente allontanato da Firenze e costretto a lasciare ogni cosa cara, e imparerà «sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale» (cioè la condizione dell’esule, che deve chiedere ospitalità nelle case degli altri). Il suo primo rifugio sarà presso la nobile famiglia degli Scaligeri a Verona, dove riceverà un’accoglienza fraterna, e dove conoscerà Cangrande della Scala (che ospitò Dante proprio durante gli anni in cui andava componendo il suo Paradiso), il capo della fazione ghibellina italiana, che tentò di realizzare quel progetto di unificazione dell’Italia sotto l’insegna imperiale che stava molto a cuore anche a Dante.

Qual si partio26 Ipolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca27,
tal28 di Fiorenza partir ti convene29.
Questo30 si vuole e questo già si cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca31.
La colpa seguirà la parte offensa32
in grido33, come suol; ma la vendetta34
fia testimonio al ver che la dispensa.
Tu lascerai ogne cosa diletta35
più caramente; e questo è quello strale36
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì37 come sa di sale 
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale38.
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia39
con la qual tu cadrai in questa valle40;
[...]
Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello41
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello42;
ch’in te43 avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo44.
Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue45.

Il dolore dell’esilio sarà addolcito dalla fama che a Dante verrà dalla sua opera: la Commedia – spiega subito dopo Cacciaguida – parlerà non solo ai contemporanei ma alle generazioni future. Dante chiede allora consiglio al suo antenato: deve o no riferire ciò che ha visto durante il suo viaggio oltremondano? Teme infatti che, facendolo, farà arrabbiare molti lettori, rischiando di perdere, oltre alla sua città natale, anche altri possibili rifugi; tacendo, però, capisce che verrà meno al suo ruolo di poeta, e si renderà indegno del rispetto dei posteri. Così Dante sintetizza il senso del suo viaggio.

Giù per lo mondo sanza fine46 amaro,
e per lo monte del47 cui bel cacume48
li occhi de la mia donna mi levaro49,
e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume50;
e s’io al vero son timido amico, 
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico51.

La risposta di Cacciaguida è ferma: Dante dovrà rivelare al mondo tutto ciò che ha visto. E se qualcuno si sentirà offeso, perché ha la coscienza sporca, tanto peggio per lui: il suo racconto sarà «vital nodrimento» (un alimento che dà vita) per tutta l’umanità.

indi rispuose: «Coscïenza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca52.
Ma nondimen, rimossa53 ogne menzogna,
tutta tua visïon54 fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna55.
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto56, vital nodrimento57
lascerà poi, quando sarà digesta58.
Questo tuo grido59 farà come vento,
che le più alte cime60 più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento61.
Però62 ti son mostrate in queste rote63,
nel monte e ne la valle dolorosa64
pur65 l’anime che son di fama note,
che l’animo di66 quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,
né per altro argomento che non paia67».

PERCHÉ DANTE FA IL SUO VIAGGIO Nelle parole di Cacciaguida sono spiegate le ragioni e il significato profondo della Commedia, il compito che Dio ha assegnato a Dante: riferire sulla terra ciò che ha visto nell’aldilà. Per questo, dice Cacciaguida, le anime dei tre regni si sono mostrate a Dante e sono state così prodighe di racconti e di insegnamenti: perché il genere umano, a cui lui rivelerà quelle verità, sia rieducato a vivere in maniera giusta e retta. Già Beatrice, nel canto XXXII del Purgatorio, aveva detto a Dante: «in pro del mondo che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi / ritornato di là, fa che tu scrive». Più in là, nel canto XXVII del Paradiso, Dante incontrerà anche san Pietro, che gli dirà: «e tu, figliuol, che per lo mortal pondo / ancor giù tornerai, apri la bocca, / e non asconder quel ch’io non ascondo». Ma solo qui Cacciaguida riepiloga fulmineamente l’intero percorso del poema, e lo definisce a chiare lettere per quello che è: un percorso provvidenziale, un viaggio voluto da Dio.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Riassumi il contenuto dei passi antologizzati in non più di 10 righe.

ANALIZZARE

2 Quale figura retorica scandisce i vv. del canto XV?

Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote.

3 «Non faceva, nascendo, ancor paura»: che cos’è questa paura? Di che cosa hanno timore i padri, all’epoca di Dante?

4 Quale figura retorica scandisce i vv. «A così riposato ... ostello»?

5 Dai una breve definizione di similitudine. Che cosa accomuna Dante e Ippolito nella similitudine dei vv.: Qual si partio Ipolito d’Atene / per la spietata e perfida noverca, / tal di Fiorenza partir ti convene.?

6 Il v. là dove Cristo tutto dì si merca contiene un’allegoria che censura la corruzione della Chiesa, un’allegoria che ha una fonte evangelica. Trova questa fonte, anche aiutandoti con la rete.

7 In che modo Dante parla del suo esilio? Con rabbia? Indignazione? Rassegnazione?

8 Chiarisci i motivi dell’esitazione di Dante alla fine del canto XVII, quando domanda a Cacciaguida se è opportuno che riferisca ciò che ha visto nel suo viaggio. Che cosa teme Dante?

CONTESTUALIZZARE 

9 «Fiorenza dentro de la cerchia antica»: ti pare che Dante (che qui parla per bocca del suo antenato) possa essere definito nostalgico? Un reazionario? (Dante reazionario è il titolo di un saggio di Edoardo Sanguineti).

10 Dante cita Sardanapalo come esempio di perversione. Da quali fonti può aver attinto questa informazione?

INTERPRETARE

11 Nel canto XVII è ricordato per ben due volte il viaggio di Dante, ma con modalità diverse. Prova a individuare le differenze e a darne un’interpretazione.

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  1. Fiorenza: è l’antica forma del nome di Firenze che Dante adotta costantemente nelle sue opere. 



    Firenze, dentro alla più antica cinta muraria, dove ancora c’è quella chiesa che suona l’ora terza e nona, stava in pace e vi si conduceva una vita equilibrata e onesta.

     
  2. cerchia antica: la prima e la più piccola delle tre cinte murarie che un tempo circondavano Firenze, eretta fra il IX e il X secolo. Cacciaguida (e Dante con lui) guarda con nostalgia a quella Firenze piccola e virtuosa.
  3. ond’ella ... ancora: da cui trae ancora; dal campanile della chiesa di Badia.
  4. terza e nona: l’indicazione delle ore nove di mattina (terza) e tre pomeridiane (nona); le ore canoniche venivano computate a partire dal sorgere del sole: il computo varia, dunque, a seconda delle stagioni, ma la prima ora corrispondeva approssimativamente alle sei del mattino, la terza erano le nove, la sesta era mezzogiorno ecc.
  5. sobria e pudica: misurata nelle sue esigenze e onesta nei costumi.
  6. Non avea: non c’erano (cfr. il francese il n’y avait pas).



    Le donne non portavano inutili e vistosi ornamenti, come collane (catenella), ornamenti del capo (corona), vesti ricamate e ricche di fregi (gonne contigiate), cinture, che fossero più appariscenti della persona stessa che le indossava. 

     
  7. catenella: collana o bracciale.
  8. corona: monile per il capo, di forma circolare. L’antitesi tra la Firenze di Cacciaguida e quella di Dante è sottolineata dalla serie martellante delle negazioni: ben nove («Non avea... non... non... non... non faceva... non fuggien... Non avea... non v’era giunto...»). Il sottinteso è che tutto ciò che non c’era, di sfarzo e orpello, nella Firenze di Cacciaguida, c’è invece in quella di Dante: i costumi sono peggiorati.
  9. contigiate: ricamate, adorne di fregi (dall’antico francese cointise, “ornamento”).
  10. quinci e quindi: letteralmente “di qui e di là”, cioè da una parte e dall’altra, per difetto e per eccesso.



    La nascita di una figlia non preoccupava i padri, perché l’età [in cui le figlie si maritavano] e la dote non eccedevano [allora] il giusto mezzo né in un senso [sposandosi le ragazze troppo presto] né nell’altro [imponendo esse alla famiglia un sacrificio finanziario eccessivo per il matrimonio].

     
  11. di ... vòte: prive di prole; e quindi anche: troppo grandi per i pochi figli che vi abitano. Ma l’accento batte soprattutto (anche alla luce dei due versi seguenti) su un egoistico e vizioso controllo delle nascite.



    Non vi erano case troppo grandi, cioè sproporzionate rispetto ai bisogni di chi le abitava; la depravazione morale di Sardanapalo non era ancora penetrata nelle camere da letto.

     
  12. Sardanapalo: Assurbanipal, re dell’Assiria (VII secolo a.C.), noto nel Medioevo per la mollezza dei suoi costumi e per le abitudini depravate. Qui sta per “la lussuria, la libidine”.
  13. ciò ... puote: a quali eccessi si possa giungere nel chiuso delle proprie stanze.
  14. A ... cittadini: a una vita civile (viver di cittadini) tanto pacifica (riposato) e pura (bello); fida: tutelata da una fiducia reciproca (ignara degli odi di parte). Si notino le iterazioni così / così / così / così, che rendono bene il trasporto e la commozione di Cacciaguida, al ricordo di quei tempi.



    In mezzo a una vita cittadina così serena e bella, in cui ognuno poteva fidarsi dell’altro, in una dimora (ostello) così decorosa, la Vergine Maria, invocata nelle doglie da mia madre, mi fece nascere; e nell’antico Battistero di San Giovanni fui battezzato.

     
  15. Maria ... grida: mi diede (regge i tre complementi di termine che precedono) la Vergine (soggetto), invocata (da mia madre) nelle doglie del parto; alte grida: ad alta voce, con fede e convinzione.
  16. Batisteo: Battistero di San Giovanni; antico perché eretto sulle rovine di un tempio pagano.
  17. insieme ... Cacciaguida: contemporaneamente (con il battesimo) fui fatto cristiano e presi il nome di Cacciaguida. Il trisavolo di Dante risulta già morto in un documento del 1189. Non ne sappiamo altro, se non quello che ci rivela Dante in questo e nei due canti successivi.
  18. vostre: umane. 



    Tutte le cose sulla terra sono destinate a finire, così come gli uomini stessi; ma alcune cose [come le città o le dinastie] durano molto più della vita di un singolo, così che egli non è in grado di accorgersi della loro fine.

     
  19. lor: una propria.
  20. voi: voi uomini.
  21. ma ... corte: ma (questa morte) non si percepisce (letteralmente “si nasconde”) in certe (cose umane) che durano a lungo, mentre le esistenze (dei singoli uomini o delle diverse generazioni) sono brevi (e dunque non arrivano a vedere la fine di quelle cose). Singolare forza ha la e in funzione avversativa che separa il verso in due parti contrapposte: anche sul piano del contenuto il “durar molto” dei processi di decadenza storica si oppone alla brevità della vita umana.
  22. (i)l volger: il ruotare.



    E come l’influsso della luna genera le maree (coprendo e scoprendo di continuo le spiagge), così la Fortuna fa di Firenze [a volte esaltando e a volte abbassando il suo onore].

     
  23. discuopre: scopre; con l’alternarsi delle maree.
  24. liti: lidi, spiagge. 
  25. così ... Fortuna: allo stesso modo la Fortuna opera su Firenze (alzandone e abbassandone le sorti, di stirpe in stirpe). Mai come ora il discorso su Firenze si era collocato in una dimensione così oggettiva e universale, fra le “cose umane che nascono e muoiono” e il moto perenne delle maree.
  26. Qual si partio: similitudine tra Dante, cacciato da Firenze, e Ippolito, cacciato da Atene (partìo è partì, con -o epitetica).



    Come (Qual) Ippolito dovette allontanarsi da Atene a causa della (per la) spietata e perfida matrigna, così è necessario che tu ti allontani da Firenze.

     
  27. noverca: matrigna (derivato da novus). Il mito narra infatti che Fedra, dopo aver cercato invano di sedurre il figliastro Ippolito, lo calunniò inducendo il padre di lui, e proprio marito, Teseo a cacciarlo da Atene (cfr. Ovidio, Metamorfosi, XV, vv. 493 ss.).
  28. tal: allo stesso modo, innocente e calunniato.
  29. convene: è necessario.
  30. Questo: la tua condanna, il tuo esilio. Ricordiamo che nel gennaio del 1302, mentre si trovava a Roma, ambasciatore presso il papa, Dante venne condannato per baratteria: avrebbe dovuto rendere gli illeciti guadagni, pagare una multa di 5000 fiorini e andare in esilio per due anni. Dante non si assoggettò alla condanna, basata su calunnie, che venne mutata in esilio perpetuo (e pena di morte se fosse entrato nei territori di Firenze); a: da; pensa: sta tramando.



    Questo si vuole, e questo già si prepara (si cerca), e presto verrà messo in atto da chi sta tramando ciò là dove ogni giorno si fa mercato delle cose di Dio [cioè nella Curia romana].

     
  31. à dove ... merca: nel luogo in cui ogni giorno si fa mercato delle cose di Dio. La perifrasi (chi ecc.) allude alla curia romana, e molto probabilmente allo stesso papa Bonifacio VIII: è evidente che questa allusione si riconnette alla polemica contro il potere del papa che serpeggia in tutto il poema, ma è anche un’allusione specifica all’appoggio segreto prestato da Bonifacio VIII, attraverso Carlo di Valois, al partito dei Neri e al colpo di stato in Firenze.
  32. offensa: offesa, danneggiata.



    Come sempre avviene, la responsabilità verrà addossata dalla voce popolare (in grido) alla vittima (laparte offensa); ma la giusta punizione divina darà testimonianza della verità che ne è la dispensatrice. Tu lascerai tutte le cose che ami di più; e questa è quella freccia che l’arco dell’esilio scaglia per prima.

     
  33. in grido: nella fama, dalla voce popolare.
  34. la vendetta ... dispensa: è possibile che Dante alluda alla fine tragica dei veri colpevoli, Bonifacio VIII e Corso Donati. 
  35. diletta: amata.
  36. strale: dardo, freccia; metafora del dolore, all’interno della metafora dell’arco che saetta, che “scaglia” per primo il dardo del dolore provato lasciando le cose care.
  37. sì: davvero.



    Tu proverai davvero come è amaro (sa di sale) il pane che si riceve dagli altri, e quale duro cammino (calle) sia scendere e salire per le scale di altri.

     
  38. come ... scale: quanto sia umiliante elemosinare l’ospitalità altrui; un enjambement anticipa e mette in risalto uno dei versi più famosi della Commedia.
  39. compagnia ... scempia: i cattivi e stolti compagni: sono i Bianchi fuorusciti e i ghibellini. 



    E quello che ti riuscirà più pesante da sopportare saranno i cattivi e stolti compagni, con i quali ti troverai precipitato in quella misera condizione;

     
  40. questa valle: quella misera condizione; biblicamente, valle di dolori, cioè l’esilio.
  41. ostello: dimora ospitale (cfr. francese antico ostel, “alloggio, albergo”).



    Il tuo primo rifugio e la tua prima dimora sarà la cortesia del nobile signore dell’Italia settentrionale (gran Lombardo) che porta nella sua insegna l’aquila imperiale sopra la scala; il quale avrà nei tuoi confronti un riguardo così benevolo che, quanto al concedere e al domandare (del fare e del chieder), tra voi due, sarà primo quello che in genere è secondo.

     
  42. la ... uccello: la perifrasi allude agli Scaligeri di Verona, e in particolare a Bartolomeo, presso il quale Dante soggiornò fra il 1303 e il 1304. Il segno imperiale dell’aquila (per cui è ovvio il rimando all’intero canto VI del Paradiso) indica l’appartenenza degli Scaligeri al campo ghibellino, cioè agli alleati dell’imperatore.
  43. in te: verso di te.
  44. fia ... tardo: verrà per primo quello che in genere viene dopo. In altre parole, la generosità del benefattore sarà tale da prevenire le richieste del beneficato.
  45. colui ... sue: chi, alla sua nascita, fu così fortemente (forte, avverbio) influenzato (impresso) da questo pianeta (Marte) che memorabili saranno le sue gesta militari e civili. La perifrasi designa Cangrande I della Scala, fratello minore di Bartolomeo e di Alboino, al quale successe nella signoria di Verona, tenendola dal 1312 fino alla morte (1329). Cangrande fu nominato, insieme ad Alboino, nel 1311, vicario imperiale. Dante fu alla sua corte per un lungo periodo durante gli anni dell’esilio.



    Con lui vedrai chi, alla sua nascita, fu così fortemente influenzato da questo pianeta [Marte], che le sue gesta saranno memorabili.



     
  46. sanza fine: eternamente. La perifrasi dell’intero verso sta per: “attraverso l’inferno ”.



    Scendendo per l’inferno, e risalendo per il purgatorio, dalla cui luminosa cima (bel cacume) mi sollevarono in alto gli occhi di Beatrice, e poi attraversando i cieli, di astro celeste in astro celeste (di lume in lume), io ho appreso verità che, se riferisco, saranno per molti aspre da apprendere;

     
  47. del: dal.
  48. cacume: vetta (dal latino cacumen). La vetta del purgatorio è il paradiso terrestre.
  49. mi levaro: mi fecero ascendere al cielo.
  50. quel ... agrume: cose che, se io le riferisco (in Terra, nel mio poema), per molti avranno un sapore aspro, cioè riusciranno gravemente moleste; agrume: propriamente, nel Trecento, “ortaggio dal sapore aspro”; ma qui conta il senso astratto di “agrezza, asprezza”. Così Dante definisce, in due versi, il primo corno del dilemma: teme che chi ascolterà ciò che ha da dire si possa offendere, risentire; il secondo è nella terzina seguente.
  51. e s’ io ... antico: ma se io (tacendo per prudenza) mostrerò di amare tiepidamente la verità, temo di abbreviare la mia fama (viver, infinito sostantivato, “vita”; anzi “quella seconda e più duratura vita che è la gloria, il continuare a vivere”) presso i posteri (“coloro che chiameranno antica questa nostra epoca”). Insomma: se non dice tutta la verità, non rischia forse che la sua opera non sopravviva nella memoria dei lettori futuri?



    e d’altra parte, se non sono un buon amico della verità, temo di perdere la memoria tra le generazioni future.

     
  52. Coscïenza ... brusca: ogni coscienza offuscata per le colpe proprie o dei suoi congiunti certamente (pur) troverà aspro (brusca) il tuo franco resoconto (cfr. ridico e grido).



    quindi rispose: «Una coscienza offuscata dalla propria vergogna o da quella di qualcun altro troverà dure le tue parole.

     
  53. rimossa: messa da parte.



    Tuttavia, respinta ogni menzogna, rendi manifesta la tua visione; e lascia pure che si lamenti chi ha ragione di lamentarsene. 

     
  54. visïon: ciò che hai veduto, e nel contempo appreso sul conto degli esseri umani.
  55. lascia ... rogna: lascia che si gratti chi ha la rogna; la rogna è una malattia della pelle; qui, per traslato: “colpa vergognosa”. Insomma: si offenda pure chi ha buone ragioni per sentirsi offeso.
  56. molesta ... gusto: sgradevole appena sentita (letteralmente: “al primo assaggio”).



    Perché se la tua voce sarà sgradita all’inizio, come una medicina sarà poi vitale, una volta digerita.

     
  57. nodrimento: nutrimento.
  58. digesta: digerita; fuor di metafora: “assimilata, riconosciuta giusta e vera”.
  59. Questo ... grido: le parole alte e solenni di questa tua opera poetica.



    Il tuo racconto farà come il vento che colpisce le cime più alte; e questo ti fa onore.



     
  60. le ... cime: fuori di metafora, “i personaggi più noti e potenti”.
  61. non ... argomento: non costituisce un piccolo motivo di gloria.
  62. Però: per questa ragione (da unire con che).



    Per questo nei cieli del paradiso, sul monte del purgatorio e nella valle dell’inferno, ti si sono mostrate le anime di persone famose, perché chi ti ascolta non presta attenzione né si affida a esempi oscuri e ignoti, né ad argomenti che non appaiano evidenti».

     
  63. in queste rote: nei cieli che stai attraversando; perifrasi per “nel paradiso”.
  64. nel monte ... dolorosa: nella montagna (del purgatorio) e nell’abisso di dolore (dell’inferno).
  65. pur: soltanto.
  66. di: per.
  67. che l’animo ... paia: perché (Però ... che) l’animo umano, rispetto a ciò che ascolta, non si acquieta (quanto ai suoi dubbi) né giunge a credere con fermezza davanti a un esempio che abbia (aia) fondamento sconosciuto e oscuro (radice incognita e ascosa) o ad altro tipo di dimostrazione (argomento) che non appaia in piena evidenza. Insomma, quando si vuole, come Dante vuole, impartire agli uomini una lezione morale, occorre che il discorso sui vizi e sulle virtù riguardi persone famose: altrimenti il lettore non si convince, non resta impressionato.