Johann Wolfgang Goethe

I dolori del giovane Werther

Il dramma di Werther

Durante la danza, Werther si innamora perdutamente di Lotte, pur sapendo che è già promessa sposa a un altro giovane di nome Albert. «Chi è Albert?» Un giovane tranquillo, buono e generoso, che Werther non può fare a meno di ammirare, nonostante per lui rappresenti un avversario. Albert infatti è l'opposto di Werther: un solido borghese, non brillante né singolare, ma tranquillo e rassicurante, maturo. Un aspetto che contrasta con il carattere irrequieto di Werther: di lui, l'autore ci racconta i pensieri più profondi ma anche i lati più ridicoli e infantili, descrivendo per esempio il modo in cui ammorba le signore con le sue considerazioni letterarie durante il viaggio in carrozza, o la sua goffaggine di fronte a Carlotta. È interessante però che Goethe non metta mai in cattiva luce “l'antagonista” Albert, rendendo così ancora più doloroso e insolubile il conflitto interiore di Lotte, la quale forse, intimamente, ricambia i sentimenti di Werther.
Per quanto si sforzi di rispettare le convenzioni e i sentimenti altrui, in ogni caso, Werther non riesce a reprimere la sua passione. Una sera, mentre Albert è in viaggio, legge al chiaro di luna le liriche del poeta tedesco Friedrich Gottlieb Klopstock (1724-1803) insieme a Carlotta, e le strappa un bacio. La consapevolezza di non poter realizzare i suoi desideri, unita alla vergogna per il gesto sleale che ha commesso nei confronti di Albert, lo convince che non gli resti altra strada che il suicidio.

Albert tornò e Lotte gli corse incontro impacciata e confusa, lui era di cattivo umore, non era riuscito a concludere i suoi affari e aveva trovato nel podestà del paese vicino un uomo ostinato e pedante. Anche le cattive strade lo avevano irritato.

Chiese se fosse accaduto qualcosa e lei, con troppa fretta, rispose che Werther era stato da loro la sera prima. Domandò se fosse arrivata la posta ed ebbe come risposta che nel suo studio c’erano alcuni plichi e una lettera. Andò di là e Lotte rimase sola. La presenza di suo marito, che amava e rispettava, aveva fatto una nuova impressione al suo cuore. Il pensiero della sua magnanimità, del suo affetto e della sua bontà aveva tranquillizzato il suo animo sentì un intimo desiderio di seguirlo, prese il suo lavoro e andò nello studio come aveva l’abitudine di fare spesso. Lo trovò occupato ad aprire i plichi e a leggere. Alcuni di questi pareva che non contenessero cose molto piacevoli. Ad alcune domande rispose evasivamente e quindi si mise al leggio per scrivere.

Rimasero così per un’ora l’uno accanto all’altra e l’animo di Lotte si fece sempre più cupo. Sentiva come le sarebbe stato difficile rivelare a suo marito quello che le pesava sul cuore, anche se fosse stato di buon umore: cadde perciò in una malinconia tanto più angosciosa quanto più inutilmente cercava di nasconderla e di inghiottire le lacrime.

L’arrivo del servitore di Werther la mise nel più grande imbarazzo; questi porse il biglietto ad Albert che si voltò calmo verso sua moglie dicendo: – Dàgli le pistole. Gli auguri di buon viaggio da parte mia – aggiunse rivolto al giovanotto. Queste parole la colpirono come un fulmine, vacillò nell’alzarsi in piedi, non sapeva quel che le stesse accadendo. Lentamente andò verso la parete, ne staccò tremando l’arma, la spolverò incerta e avrebbe esitato ancora a lungo, se Albert non l’avesse sollecitata con uno sguardo interrogativo. Consegnò al giovane il fatale strumento, senza riuscire a pronunciare parola, e quando questi fu uscito, ripiegò il lavoro e ritornò in camera sua in uno stato di indicibile incertezza. In cuore presentiva ogni sorta di orrori. Stava quasi per gettarsi ai piedi di suo marito, raccontargli tutto, la storia della sera prima, la sua colpa, i suoi timori. D’altra parte però non vedeva che esito potesse avere un simile gesto e ancor meno osava sperare di poter persuadere il marito a recarsi da Werther. La tavola fu apparecchiata e una buona amica, che era entrata solo un momento per chiedere una cosa e voleva andarsene subito, ma poi invece rimase, rese più sopportabile la conversazione a tavola; si fecero forza, parlarono, raccontarono, si distrassero.

Il giovane portò le pistole a Wether, che le prese eccitato e commosso quando sentì che era stata Lotte a consegnargliele.

[...]

Un vicino vide il bagliore della polvere e udì lo sparo; ma poiché tutto tornò subito tranquillo, non ci pensò più.

La mattina alle sei il servitore entra nella stanza con la candela. Trova il suo padrone a terra, la pistola e del sangue. Lo chiama, lo scuote; nessuna risposta, solo rantola ancora. Corre a chiamare i medici, a chiamare Albert. Lotte sente suonare il campanello, è tutta presa da un tremito. Sveglia il marito, si alzano, il servitore porta singhiozzando e balbettando la notizia, Lotte cade svenuta ai piedi di Albert.

Quando il medico giunse presso l’infelice, lo trovò a terra, non c’era nulla da fare, il polso batteva ancora, le membra erano tutte paralizzate. Si era sparato alla testa sopra l’occhio destro, il cervello era schizzato fuori. Ad ogni buon conto gli fecero un salasso al braccio, il sangue uscì, respirava ancora.

Dal sangue che macchiava il bracciolo della sedia, si poteva dedurre che aveva compiuto il gesto stando seduto davanti alla scrivania, poi era caduto a terra e nelle convulsioni si era rotolato intorno alla sedia. Era steso sulla schiena accanto alla finestra, completamente vestito, con gli stivali, il frac azzurro e il panciotto giallo.

La casa, il vicinato, la città intera erano in subbuglio. Entrò Albert. Werther era disteso sul letto, con la fronte fasciata; il viso come quello d’un morto, non si muoveva più. Dai polmoni veniva ancora un orribile rantolo, ora debole, ora più forte. Si aspettava la fine.

Del vino aveva bevuto solo un bicchiere. Sul leggio era aperta Emilia Galotti1.

Dello smarrimento di Albert, della disperazione di Lotte non voglio dire parola.

Il vecchio podestà, appena avuta la notizia, arrivò di galoppo e tra lacrime cocenti baciò il moribondo. I suoi figli più grandi arrivarono a piedi poco dopo di lui, caddero in ginocchio accanto al letto con l’espressione del dolore più irrefrenabile gli baciarono la bocca e le mani e il più grande, che lui aveva amato di più, non gli si staccò dalla bocca fino a quando non spirò e non si dovette portar via a forza il ragazzo. Morì a mezzogiorno. La presenza e le disposizioni del podestà impedirono l’accorrere della folla. Fu sepolto la sera verso le undici nel posto che aveva indicato. Il vecchio e i figli seguirono la salma, Albert non ne ebbe la forza. Si temeva per la vita di Lotte. Lo portarono a spalle alcuni artigiani. Nessun prete lo accompagnò.

L'ATTO ESTREMO   Nell'ultima parte del romanzo, l'editore prende nuovamente la parola, e racconta come si è conclusa la vicenda di Werther. Albert torna dal suo viaggio, e Lotte, vedendolo preso dai suoi affari, non trova il coraggio di confessargli cosa è accaduto la sera prima: l’incontro con Werther, il bacio. Sopraggiunge il servo di Werther, e si fa consegnare da Carlotta due pistole per il suo padrone, che dice di essere in procinto di partire. L'augurio di “buon viaggio” pronunciato da Albert in questa circostanza suona sinistro: Carlotta sembra infatti presentire che, con quelle pistole, Werther ha in realtà intenzione di uccidersi.

LA FORTUNA DI WERTHER   La scena del suicidio di Werther è raccontata in maniera molto scarna, quasi come in un verbale di polizia. Per la stesura di questo brano Goethe si basò sul resoconto, fattogli da un amico, circa la morte di un conoscente comune, un giovane di nome Karl Wilhelm Jerusalem che si era tolto la vita in seguito a una delusione amorosa. Molte altre figure del romanzo sono tratte dalla vita reale, a cominciare proprio da Lotte e Albert, ispirati a due amici di Goethe. Tali elementi biografici contribuirono al successo del romanzo: in esso non si raccontava solo la vicenda privata di un giovane dalla sensibilità patologica, ma anche il disagio crescente delle nuove generazioni nei confronti delle abitudini e delle convenzioni borghesi. I giovani tedeschi iniziarono così a vestirsi come Werther (il famoso frac azzurro con il panciotto giallo) e a ostentare comportamenti analoghi – incluso il suicidio. Di conseguenza, il romanzo venne considerato pericoloso, dichiarato immorale e messo all'indice – cosa che, paradossalmente, ne favorì la diffusione anziché contrastarla. Il Werther diventò così una fonte di ispirazione per numerosi altri scrittori: tra questi, in Italia, Ugo Foscolo (1778-1827), che raccontò una vicenda molto simile nelle Ultime lettere di Iacopo Ortis.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi lo stato d’animo di Lotte al ritorno del marito, riflettendo in particolare sul suo conflitto interiore.



2. Per quale ragione il narratore definisce le pistole «fatale strumento»?



3. Perché le parole di Albert («Gli auguri buon viaggio da parte mia») colpiscono Lotte come un fulmine?



ANALIZZARE


4. Che libro stava leggendo Werther prima di uccidersi? Questa lettura ha (anche) un significato simbolico?



5. Chi è il narratore di quest’ultima parte del romanzo?



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  1. Emilia Galotti: Il dettaglio, naturalmente, non è secondario. Emilia Galotti (1772) è un dramma di Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) nel quale la protagonista, la giovane borghese Emilia, prega il padre di pugnalarla per non dover diventare l’amante del principe Gonzaga. «Dio, che cosa ho fatto!», esclama il padre dopo l’atto; ed è celebre la risposta di Emilia morente, mentre bacia la mano al padre: «Ha appena spezzato una rosa, prima che la tempesta la sciupasse» («Eine Rose gebrochen, ehe der Sturm sie entblättert»).
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