Carlo Goldoni

Le baruffe chiozzotte

Il foresto Isidoro

L’atto secondo si apre con Toffolo che si reca alla Cancelleria, e cioè in tribunale (che è anche la sede del governo veneziano) a denunciare l’aggressione da parte di Beppo e Tita-Nane. A raccogliere la denuncia è il veneziano Isidoro, il coadiutore alla Cancelleria (più o meno l’equivalente di quello che oggi sarebbe un sostituto procuratore). Isidoro è il protagonista di questo secondo atto. È un vero e proprio foresto rispetto agli altri protagonisti della commedia, cioè uno ‘straniero’: non parla la stessa lingua (parla il veneziano della città), non appartiene alla loro classe sociale (è un borghese), e rappresenta quell’autorità rispetto alla quale i chioggiotti sono tradizionalmente insofferenti. Quella di Isidoro (quasi un alter ego di Goldoni che, lo ricordiamo, proprio a Chioggia aveva fatto lo stesso mestiere) è una posizione intermedia. Egli non si identifica completamente né con il governo che rappresenta svogliatamente (per esempio, non vuole che Toffolo si rivolga a lui con il titolo di ‘Illustrissimo’ che pure gli spetterebbe) né tantomeno con il mondo dei pescatori nel quale è costretto a mischiarsi per ragioni di lavoro. Nei confronti dei pescatori, però, Isidoro nutre sentimenti ambigui: da un lato si sente superiore a loro perché è un borghese, un funzionario della Repubblica di Venezia, mentre gli altri sono degli umili popolani; dall’altro lato, Isidoro è fortemente attratto dal mondo dei pescatori chioggiotti. In particolare, sembra provare una sorta di invidia per la schietta concretezza della loro vita di tutti i giorni e per la loro vitalità sanguigna: cose da cui il suo status borghese e il suo lavoro d’ufficio lo tengono lontano. Ma, alla fin fine, il senso di superiorità vince sull’invidia e l’attrazione. Isidoro deciderà di immischiarsi nella baruffa e cercherà di ricomporla principalmente per due motivi: dimostrare la propria superiorità di rango e divertirsi manipolando le esistenze dei pescatori (sottomessi al suo potere): «Mi so cossa ghe voria per giustarli. Un pezzo de legno ghe voria. Ma averave per el divertimento (‘Io so cosa ci vorrei per sistemarli. Delle bastonate, ci vorrebbero. Ma avrei perso tutto il divertimento’)» (At. iii, sc. 9). L’incolmabile differenza tra questi due mondi emerge con chiarezza durante gli interrogatori cui Isidoro sottopone tutti i protagonisti della baruffa (a eccezione di Beppo e Titta-Nane che, per paura di essere arrestati, si sono dati alla macchia). Il querelante Toffolo, per esempio, nella prima scena del secondo atto, viene preso in giro per il suo soprannome (Marmottina) e per la scarsa familiarità che dimostra con il lessico della giurisprudenza, che invece Isidoro conosce bene e che usa per confondere le idee all’umile battelante. La stessa dinamica si ripete con Checca, la prima testimone a essere interrogata da Isidoro:

Isidoro e Checca, poi il Comandadore



ISIDORO  Vegni qua, fia, sentéve qua (siede).



CHECCA     Eh! sior no, stago ben in pie.



ISIDORO     Sentéve, no ve vòggio veder in pie.



CHECCA     Quel che la comanda. (siede).



ISIDORO  Cossa gh'avéu nome?



CHECCA     Gh'ho nome Checca.



ISIDORO     El cognome?



CHECCA     Schiantìna.



ISIDORO     Gh'avéu nissun soranòme?



CHECCA     Oh giusto, soranòme!



ISIDORO     No i ve dise Puinetta?1



CHECCA (s’ingrugna)2: Oh! certo, anca elo me vôl minchionare.



ISIDORO     Via se sé bella, sié anca bona. Respondéme. Savéu per còssa che sié chiamada qua a esaminarve?



CHECCA     Sior sì, per una baruffa.



ISIDORO     Contéme come che la xé stada.



CHECCA     Mì no so gnente, che mì no ghe giera. Andava a ca co mia sorela Libera, e co mia sorela Orsetta,

    e co mio cugnà Fortunato; e ghe giera paron Toni, e Beppo Cospettoni, e Titta-Nane,
    che i ghe voleva dare a Tòffolo Marmottina, e elo ghe trava de le pieràe.



ISIDORO     Per còssa mo ghe voléveli dar a Toffolo Marmottina?



CHECCA     Perché Titta-Nane fa l'amore co Lucietta Panchiana3,

    e Marmottina ghe xé andào a parlare, e el gh'ha pagào
    la zucca barucca.



ISIDORO     Ben; ho capìo, baste cusì. Quanti anni gh'avéu?



CHECCA     El vuol saver anca i anni?



ISIDORO     Siora sì; tutti chi se esamina, ha da dir i so anni; e in fondo de l'esame se scrive i anni. E cusì, quanti ghe n'avéu?4



CHECCA     Oh! mi no me li scondo i mi anni. Disisette fenìi.



ISIDORO     Zuré d'aver dito la verità.5



CHECCA     De còssa?



ISIDORO     Zuré, che tutto quel che avé dito nel vostro esame, xé la verità.



CHECCA     Sior sì; zuro che ho dito la verità.



ISIDORO     El vostro esame xé finlo.



CHECCA     Posso andar via donca?



ISIDORO     No, ferméve un pochetto. Come stéu de morosi!



CHECCA     Oh! mì, no ghe n'ho morosi.



ISIDORO     No disé busìe.



CHECCA     Òggio da zurare?



ISIDORO     No, adesso no avè più da zurar; ma le busie no sta ben a dirle. Quanti morosi gh'avéu?



CHECCA     Oh mì! nissun me vuol, perchè son poveretta.



ISIDORO     Voléu, che ve fazza aver una dota?



CHECCA     Magàri!6



ISIDORO     Se gh'avessi la dota, ve marideressi?



CHECCA     Mì sì, lustrissimo, che me mariderìa.



ISIDORO     Gh'avéu nissun per le man?



CHECCA     Chi vôrlo che gh'abbia?



ISIDORO     Gh'avéu nissun che ve vaga a genio?



CHECCA     El me fa vergognare.



ISIDORO     No ve vergogné, semo soli; parléme con libertà.



CHECCA     Titta-Nane, se lo podesse avere, mì lo chioràve.7



ISIDORO     No xélo el moroso de Lucietta?



CHECCA     El la gh'ha licenzià.



ISIDORO     Se el l'ha licenziada, podemo veder, se el ve volesse.



CHECCA     De quanto saràla la dota?



ISIDORO     De cinquanta ducati.8



CHECCA     Oh siorsì! Cento me ne dà mio cugnà.

    Altri cinquanta me ne ho messi da banda [f] col mio balon.
    Mi credo che Lucietta no ghe ne daghe tanti.



ISIDORO     Voléu che ghe fazza parlar a Titta-Nane?



CHECCA     Magàri, lustrissimo!



ISIDORO     Dove xélo?



CHECCA     El xé retirà.



ISIDORO     Dove?



CHECCA     Ghel dirò in t'una recchia, che no vorìa che qualcun me sentisse. (gli parla all'orecchia)



ISIDORO     Ho inteso. Lo manderò a chiamar. Ghe parlero mì, e lassé far a mi.

    Andé, putta, andé, che no i diga.... se me capì! (suona il campanello)



CHECCA     Uh! caro lustrissimo benedetto



COMANDADORE     La comandi.



ISIDORO     Che vegna Orsetta.



COMANDADORE  Subito.



ISIDORO     Ve saverò dir, ve vegnirò a trovar.



CHECCA (s'alza)  Lustrìssimo, sì. (da sé) Magàri,

      che ghe la fasse veder a Lucietta! magari!

ANALISI DEL TESTO

IL REALISMO  La scena è tratteggiata con estremo realismo, anche linguistico: il dialogo procede serrato, con tratti colloquiali, come dimostrano le molte ripetizioni, le riprese, gli equivoci (in parte espressamente provocati da Isidoro, in parte dovuti alla differente estrazione sociale dei due). Da un lato abbiamo Checca, impaurita dal luogo in cui si trova, dal confronto con l’autorità, che parla con molta ingenuità della sua vita: l’aspirazione al matrimonio, la vergogna di parlarne con un estraneo, l’orgoglio femminile per i soldi messi da parte col proprio lavoro, il desiderio di rivalsa nei confronti di Lucietta; dall’altra parte abbiamo Isidoro, che ha da tempo messo gli occhi sulla ragazza (che è la più carina del gruppo), e che si esibisce in tutto il repertorio del paternalismo interessato: per prima cosa ostenta la propria autorità, abusandone per intimorire la giovane, per prenderla in giro e per venire a sapere della sua situazione sentimentale (tra l’altro, a differenza di quanto ha fatto con Toffolo, non ha problemi a farsi chiamare ‘Illustrissimo’ dalla ragazza); poi, una volta imposta questa autorità, se ne serve in modo benevolo, promettendo alla ragazza una dote e promettendo di mettere una buona parola per lei con Titta-Nane, che nel frattempo ha rotto il fidanzamento con Lucietta. È da notare come l’atteggiamento di Isidoro sia, in fondo, ipocrita e subdolo. Non gli importa veramente della vita di Checca, vuole solo farsi bello ai suoi occhi, giocare con lei (cosa che cercherà poi di fare anche con tutti gli altri personaggi delle Baruffe) e, accessoriamente, conoscere la dinamica dei fatti. Isidoro, cioè, benché decida di immischiarsi nella baruffa prevalentemente per divertimento, non dimentica il suo compito professionale e istituzionale, e infatti riuscirà, tra una promessa di aiuto e l’altra, a farsi rivelare da Checca il nascondiglio di Titta-Nane. La distanza tra il mondo di Isidoro e quello di Checca (e di tutti i chioggiotti) è insomma incolmabile. Questa separazione viene perfettamente rispecchiata da Goldoni nell’organizzazione scenica della commedia. Il secondo atto, infatti, si svolge tutto nello spazio chiuso della Cancelleria (si tratta dello spazio di Isidoro), mentre il primo e il terzo si svolgono negli spazi aperti dei chioggiotti: la strada e il canale. Queste diverse ambientazioni rappresentano anche fisicamente la distanza che intercorre tra i pescatori e l’autorità che li governa, tra il mondo del popolo e quello della borghesia cittadina.

I REGISTRI LINGUISTICI Dopo Checca, vengono interrogate Orsetta e Libera (che si finge sorda perché non vuole dichiarare la propria età), e infine Fortunato, personaggio caratterizzato da un comicissimo difetto di pronuncia: parla velocissimo mangiandosi le sillabe. Tra il suo difetto di pronuncia e la differenza di estrazione e, quindi, di lingua, il suo dialogo con Isidoro è un perfetto capolavoro di incomunicabilità. Il linguaggio assolutamente naturale e spontaneo di Fortunato risulta incomprensibile al borghese Isidoro, abituato a una lingua cittadina e ‘ufficiale’. I due, insomma, parlano due lingue diverse, anche se sono nati a pochi chilometri di distanza: «M’ala capìo? (Mi ha capito?)» – «Gnanca una parola (Neanche una parola)» – «Mi pao chiozzotto, utissimo. De che paese xéla, utissimo? (Io parlo chioggiotto, Illustrissimo. Di che paese è lei, Illustrissimo?)» – «Mi son venezian; ma non ve capisso una maledetta (Sono veneziano, ma non vi capisco per un accidenti)» (At. ii, sc. 15). 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. In che cosa consiste la baruffa, la lite di cui parla la commedia? Da che cosa origina?



2. Qual è il ruolo di Isidoro nel sistema dei personaggi della commedia?



ANALIZZARE


3. In quali battute del brano affiorano con più evidenza i caratteri dei due personaggi? Come definiresti, attraverso tre aggettivi, Checca e Isidoro?



4. Il dialetto, per Goldoni, è un mezzo per rappresentare realisticamente un ambiente e una situazione o è un mezzo per far ridere? Argomenta la tua risposta con esempi dal testo.



INTERPRETARE


5. Qual è l’atteggiamento di Isidoro nei confronti di Checca? Vuole ottenere delle informazioni da lei? La vuole sedurre? La vuole solo tormentare



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  1. puinetta: ricottina.
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  3. s’ingrugna: fa il broncio.
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  5. Come al solito i personaggi sono indicati con i loro soprannomi: Panchiana sta per ‘parolaia, fanfarona’ e, più sotto, Cospettoni per ‘grandi aringhe’.
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  7. quanti...gh’aveu: nella pratica criminale dello Stato Veneto è ordinato che prima di dar il giuramento ai testimoni si domandi la loro età, affine [‘allo scopo’] di vedere se sono in età di giurare. Ciò si pratica ancora [‘anche’] verso quelli che mostrano età provetta [‘matura’, e cioè anche nei confronti di chi è visibilmente maggiorenne].
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  9. zuré...verità: la vuol far giurare di aver detto la verità in rapporto alla baruffa, ma Checca crede la voglia far giurare circa l’età.
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  11. magari!: Dio lo volesse!.
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  13. mi lo chiorave: lo prenderei per marito [letteralmente: ‘io me lo prenderei’].
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  15. de...ducati: vi sono moltissime doti di fondazione [e cioè doti che vengono elargite da varie istituzioni pubbliche, come in questo caso, o private] che si dispensano alle fanciulle: quelle di 50 ducati sono delle migliori, riguardo a quella sorta di gente [e cioè per una popolana come Checca].
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