Fëdor Dostoevskij

Delitto e castigo

Il giudice istruttore Porfirij Petròvič

Al pari degli altri personaggi principali del romanzo, anche il giudice istruttore Porfirij Petròvič pensa che tutto ciò che accade richieda un’interpretazione complessiva della realtà, quella che in Raskòlnikov si esprime nella sua filosofia criminale, in Sònja nell’accettazione cristiana della sofferenza e in Marmelàdov nel compiacimento con cui mette in scena la propria miseria. Il modo di agire del magistrato è del tutto inaspettato: la sua indagine sul delitto non segue le procedure consuete, non parte dall’esame degli indizi, dagli interrogatori. Al contrario, dopo aver ricostruito la dinamica del crimine, egli siimpegna in un’indagine psicologica sul colpevole e in una riflessione sulle “ragioni filosofiche” che possono averlo spinto ad agire in quel modo. In una scena magnifica, dopo aver parlato della coscienza del criminale-tipo, Porfirij Petròvič comunica a Raskòlnikov la sua convinzione che sia lui il colpevole del delitto, e davanti alla timida negazione del ragazzo gli spiega che ha deciso di lasciarlo libero perché, a suo dire, in cella potrebbe sentirsi sollevato, «in pace»: ciò che lui vuole è invece che Raskòlnikov si maceri nel senso di colpa, e che alla fine confessi.

«L’assassino si è dimenticato di chiudere la porta, però ha ucciso, ucciso due persone, per obbedire a una sua teoria. Le ha uccise, ma non ha nemmeno saputo prendere il denaro, e quel che è riuscito a sgraffignare lo ha nascosto sotto una pietra. Non gli è bastato aver sofferto quella tortura, quando si trovava dietro la porta, mentre da fuori cercavano di sfondarla e il campanello suonava; no, eccolo che ritorna, quasi nel delirio, più tardi, nell’appartamento ormai vuoto, per ricordarsi del suono di quel campanello; sente il bisogno di risentire quel brivido nella schiena… Va bene, ammettiamo pure che sia malato, però ecco un’altra ipotesi: ha ucciso, però si considera un uomo onesto, rispetta il suo prossimo, va in giro con un’aria di angelo pallido… No, qui Nikòlka non c’entra affatto, caro Rodiòn Romànovič, Nikòlka non c’entra affatto!».

Queste parole, dopo quelle che erano state dette prima e che somigliavano a una ritrattazione, furono troppo impreviste. Raskòlnikov si mise a tremare tutto, come trafitto da un coltello.

«Allora…, chi… ha ucciso?…» domandò non potendone più, con la voce che gli veniva a mancare. Porfirij Petròvič addirittura si abbandonò sulla spalliera della sedia, come se fosse anche lui non meno sorpreso da questa domanda.

«Come sarebbe a dire “chi le ha uccise?”» ripeté, come se non credesse alle sue orecchie. «Ma le avete uccise voi, Rodiòn Romànovič! Voi le avete uccise», aggiunse, quasi in un sussurro, con un tono di profonda convinzione.

Raskòlnikov balzò su dal divano, rimase in piedi per qualche secondo, poi sedette di nuovo, senza dire una sola parola. Tutto il suo viso fu percorso da piccole contrazioni.

«Vi trema di nuovo il labbro, proprio come quella volta», mormorò Porfirij Petròvič, quasi in tono di simpatia. «A quanto sembra, Rodiòn Romànovič, voi mi avete frainteso», aggiunse, dopo un silenzio. «Per questo siete rimasto così sorpreso. Io sono venuto qui proprio per dirvi tutto e giocare a carte scoperte».

«Non sono stato io a ucciderle», bisbigliò Raskòlnikov, col tono di certi bimbi impauriti quando vengono colti in fallo.

«No, siete stato voi, Rodiòn Romànovič, voi e nessun altro», mormorò Porfirij in tono severo e sicuro.

Tacquero tutti e due, e quel silenzio durò molto a lungo, per una decina di minuti. Raskòlnikov aveva appoggiato i gomiti sulla tavola e si arruffava i capelli con le dita, senza parlare. Porfirij Petròvič sedeva tranquillo e aspettava. A un tratto Raskòlnikov guardò Porfirij con aria di disprezzo.

«Di nuovo il vostro vecchio gioco, Porfirij Petròvič! Sempre gli stessi trucchi: ma non vi vengono a noia?».

«Eh, smettetela, a cosa mi servono ora i trucchi! Sarebbe diverso se qui ci fossero dei testimoni; noi, invece, siamo qui a quattr’occhi. Lo vedete anche voi che non sono venuto per darvi la caccia come a una lepre. Che confessiate o no in questo momento, per me è lo stesso. Dentro di me sono convinto anche senza che confessiate».

«Se è così, perché siete venuto?» domandò Raskòlnikov con rabbia. «Ve lo domando di nuovo: se mi considerate colpevole, perché non mi chiudete in prigione?».

«Che domanda! Vi risponderò punto per punto: anzitutto, non mi conviene arrestarvi subito».

«Perché non vi conviene? Se siete sicuro, dovete…».

«Che importa, che io sia sicuro o no! Per ora non sono altro che sogni, idee mie. E poi, perché chiudervi dentro, dove stareste in pace? Lo sapete anche voi, visto che volete andarci. Se, per esempio, portassi lì quel tale artigiano1 ad accusarvi, voi gli direste: “Sei ubriaco? Qualcuno ti ha forse visto insieme a me? Io ti ho preso semplicemente per un ubriaco e infatti lo eri”. Be’, e allora io cosa potrei rispondervi, tanto più che le vostre parole sarebbero più verosimili delle sue? La sua deposizione non è altro che psicologia, cosa che non si addice affatto al suo muso, mentre voi cogliereste proprio nel segno, perché quella canaglia beve a tutto spiano e tutti lo sanno benissimo. E poi io stesso vi ho già confessato apertamente, e più di una volta, che la psicologia è un’arma a doppio taglio, e che il secondo taglio è più affilato del primo, molto più verosimile del primo, e che inoltre, per il momento, non ho nessuna prova contro di voi. Anche se finirò per mettervi dentro, e anche se sono venuto (ciò che è fuori dalle norme) a spiegarvi tutto in anticipo, nondimeno vi dico chiaro e tondo (e nemmeno questo è normale) che a me non conviene minimamente. In secondo luogo, sono venuto da voi…».

«In secondo luogo…?». Raskòlnikov continuava ad ansimare.

«Sono venuto perché, come ho già detto poc’anzi, ritenevo mio dovere darvi una spiegazione. Non voglio che mi consideriate un mostro, tanto più che sono sinceramente ben disposto nei vostri confronti, lo crediate o no. Di conseguenza, e in terzo luogo, sono venuto per farvi una proposta, in termini chiari e netti: costituitevi e confessate. Per voi sarà molto più vantaggioso, e anche per me, dato che non ci dovrò più pensare. Be’, è sincerità questa oppure no?».

IL DETECTIVE ASTUTO  «Come sarebbe a dire “chi le ha uccise?” – ripeté, come se non credesse alle sue orecchie. – Ma le avete uccise voi, Rodiòn Romànovič! Voi le avete uccise». Il modo in cui Porfirij Petròvič conduce l’interrogatorio di Raskòlnikov ha ispirato molti romanzi polizieschi e molti film: Porfirij è il detective astuto, sornione, quello che raggiunge il suo obiettivo non attraverso la violenza o l’inganno ma attraverso il dialogo (si osservi, nel brano antologizzato, il modo sapiente in cui alterna bonarietà e risolutezza: «Eh, smettetela, a cosa mi servono ora i trucchi!») e il buon uso dell’intelligenza.

LA CAPACITÀ DI INTROSPEZIONE PSICOLOGICA   Ma, come l’Auguste Dupin dei racconti di Edgar Allan Poe, il Porfirij Petròvič di Dostoevskij non è solo un uomo acuto ma anche uno straordinario conoscitore dell’animo umano. Il suo interesse per gli elementi apparentemente secondari della scena, la sua sensibilità per la sofferenza umana, la sua eccezionale capacità d’introspezione psicologica – tutto questo fa di lui, a suo modo, un pensatore, quasi un doppio del protagonista. Nella sua caccia al colpevole si concede il lusso di scoprire le carte in anticipo: sa che Raskòlnikov è l’assassino, glielo dice, ma gli dice anche che, pur continuando a tenerlo d’occhio, lo lascerà libero. Tutto questo perché ha capito “chi” è Raskòlnikov, sa che è un uomo che ha bisogno di giustificare filosoficamente le sue azioni, di “far tornare i conti”: un bisogno che gli impedirà di fuggire e che lo spingerà invece a cercare quasi spontaneamente la pena, il giusto castigo. Riconosciuto in Raskòlnikov un filosofo come lui, Porfirij Petròvič sa che può giocarsela alla pari, e infine vincere. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Chi è un giudice istruttore, nel nostro ordinamento giudiziario?



2. Come reagisce Raskòlnikov alle parole del giudice istruttore?



3. Perché il giudice istruttore decide di non arrestarlo?



4. Quale proposta fa il giudice istruttore all’assassino?



ANALIZZARE


5. Qual è la posizione del narratore? Ti sembra assente dalla scena oppure il suo punto di vista affiora in alcuni punti del brano?



INTERPRETARE


6. Perché, a tuo avviso, il giudice istruttore è convinto che Raskòlnikov finirà per confessare?



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  1. quel tale artigiano: un testimone che Raskòlnikov ha incontrato il giorno del delitto, e che potrebbe deporre contro di lui.
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