Mary Shelley

Frankenstein

Il mostro fugge dalla casa dei De Lacey

Disgustato dall’esito del suo esperimento, Frankenstein fugge via, abbandonando la sua creatura. L’essere non ha neppure un nome – in inglese è semplicemente the being –, e il suo aspetto mostruoso fa sì che tutti lo respingano. Ha solo due modi per imparare a comprendere il mondo degli uomini: osservarli da lontano e leggere. è dunque attraverso i libri – soprattutto Il paradiso perduto di Milton (1608-1674) e I dolori del giovane Werther di Goethe – che il mostro sviluppa una lingua e una sensibilità umane. Queste gli danno il coraggio di presentarsi a un vecchio di nome De Lacey che, essendo cieco, non potrà giudicarlo per il suo aspetto esteriore. Da alcuni mesi, infatti, il mostro vive acquattato in un capanno, vicino a un casolare dove il vecchio abita con i suoi due figli: osservandoli, il mostro ha appreso molto sugli umani e sulle loro abitudini, e spesso ha compiuto per loro piccoli servigi (come raccogliere la legna), ma sempre senza farsi vedere.
Nel racconto di questo episodio il ruolo di narratore passa dallo scienziato al mostro: è lui, adesso, che dice io e che riferisce i fatti dal suo punto di vista.

Bussai. «Chi è?», chiese il vecchio. «Entrate».



Entrai. «Scusate l’intrusione», dissi. «Sono un povero viandante che chiede un po' di riposo; mi fareste una grande cortesia se mi permetteste di restare pochi minuti vicino al fuoco».



«Entrate», disse De Lacey, «e cercherò di soddisfare i vostri bisogni; sfortunatamente i miei figli non sono in casa, e io sono cieco, quindi mi sarà difficile procurarvi del cibo».



«Non vi disturbate, mio cortese ospite; il cibo ce l’ho; è il calore e un luogo dove riposare che mi mancano».



Sedetti e cadde il silenzio. Io ero conscio che ogni minuto era prezioso per me, ma non sapevo come avviare una conversazione, quando il vecchio si rivolse a me.



«Dal vostro modo di parlare, straniero, suppongo che siate un mio compatriota; siete francese?»



«No, ma sono stato educato da una famiglia francese e capisco solo quella lingua1. Ora sto andando a mettermi sotto la protezione di alcuni amici, che amo sinceramente e sulla cui benevolenza ho qualche speranza».



«Sono tedeschi?».



«No, sono francesi2. Ma cambiamo argomento. Io sono una creatura infelice e sola; mi guardo intorno e non vedo né un parente né un amico su tutta la terra. Queste care persone dalle quali sto andando non mi hanno mai visto prima e sanno assai poco di me. Io sono pieno di paure perché se fallirò ora, sarò per sempre un estraneo nel mondo».



«Non disperate. Essere senza amici è davvero un gran male, ma il cuore degli uomini, quando non sia influenzato da ovvi interessi personali, è ricco di amore fraterno e di carità. Fidate dunque nelle vostre speranze; e se questi vostri amici sono davvero buoni e amabili, non disperate».



«Sì, sono buoni; sono veramente le migliori creature del mondo; ma, sfortunatamente, hanno dei pregiudizi nei miei riguardi. Io ho un animo buono; la mia vita è stata sin qui senza colpa e, in qualche modo, benefica; ma un fatale pregiudizio vela i loro occhi, e dove dovrebbero vedere un amico dolce e sincero, essi vedono solo un orribile mostro».



«Questo è certamente un caso sfortunato; ma se voi siete davvero senza macchia, non potete disingannarli?».



«È ciò che cercherò di fare; ed è per questo che mi sento in preda a tanti timori. Io amo teneramente questi amici; sconosciuto, per molti mesi, ogni giorno, ho compiuto verso di loro delle gentilezze; ma essi credono che io voglia far loro del male, ed è questo il pregiudizio che spero di vincere».



«Dove abitano questi amici?».



«Non lontano da qui».



Il vecchio fece una pausa, poi continuò. «Se voi voleste confidarmi senza riserve i particolari della vostra storia, potrei forse esservi utile nel dissipare il malinteso. Io sono cieco e non posso giudicarvi dal vostro aspetto, ma c’è qualcosa nel vostro modo di parlare che mi dice che siete sincero. Sono povero e in esilio3 ma mi darà un grande piacere poter essere in qualche modo di aiuto a un essere umano».



«Uomo eccellente! Vi ringrazio e accetto la vostra generosa offerta. Voi mi sollevate dalla polvere con la vostra cortesia; e ho fede che con il vostro aiuto non sarà escluso dalla comunanza e dalla simpatia dei vostri simili».



«Che il ciel non voglia! Anche se foste davvero un criminale, questo potrebbe solo spingervi alla disperazione, non condurvi verso la virtù. Anch’io sono uno sventurato e la mia famiglia è stata condannata, benché innocente; giudicate, dunque, se non posso simpatizzare con le vostre disgrazie!».



«Come posso ringraziarvi, mio eccellente e unico benefattore? Dalle vostre labbra ho udito per la prima volta una voce di bontà diretta a me. Ve ne sarò grato per sempre; e la vostra umanità di ora mi fa sentire sicuro di riuscire con quegli amici che sto per incontrare».



«Posso sapere il nome di questi amici e dove abitano?».



Mi fermai. Questo, pensai, è il momento decisivo, quello che mi avrebbe donato o sottratto la felicità per sempre. Lottai vanamente per trovare la fermezza necessaria a rispondere, ma lo sforzo mi stremò; mi abbandonai su una sedia e scoppiai in forti singhiozzi. In quell’istante sentii i passi dei miei più giovani protettori4. Non c’era un attimo da perdere, strinsi la mano del vecchio e gridai: «Questo è il momento! Salvami, proteggimi! Tu e la tua famiglia siete gli amici che cerco! Non mi abbandonare nell’ora del giudizio!».



«Gran Dio», esclamò il vecchio, «chi siete?».



La porta del casolare si aprì; Felix, Agatha e Safie5 entrarono. Chi può descrivere il loro orrore e la loro costernazione al vedermi? Agatha svenne, e Safie, incapace di aiutare l’amica, si gettò fuori del casolare. Felix si slanciò in avanti e con forza sovrumana mi strappò da suo padre, al quale cingevo le ginocchia, e in un impeto d’ira mi colpì violentemente con un bastone.



Avrei potuto farlo a pezzi, come il leone strazia l’antilope. Ma il mio cuore si fermò, come per una crudele malattia, e io mi trattenni. Vidi che era sul punto di colpirmi ancora e allora, sopraffatto dalla pena e dall'angoscia, abbandonai la casa e, nel generale tumulto, mi rifugiai, non visto, nel capanno.





    (traduzione di M.P. Saci e F. Troncarelli, Garzanti 1991)

SPERANZE DELUSE    Il mostro ha sperato nella benevolenza del vecchio De Lacey e questi, commosso dalla sua storia e non influenzato dal suo aspetto, gli ha offerto la sua amicizia. Di fatto, De Lacey è l’unico personaggio del romanzo che tratti il mostro con un po’ di compassione (anche perché è cieco: solo i deboli, sembra dire la Shelley, sanno compatire i deboli). Ma i suoi figli, Felix e Agatha, si fanno spaventare dall'aspetto esteriore del mostro e lo cacciano violentemente di casa. Così l'unica speranza di essere accettato dagli umani svanisce, e da qui in poi il mostro non avrà altro scopo che quello di vendicarsi del suo creatore, arrivando a uccidere tutte le persone a lui care.

LA SOLITUDINE DELLA CREATURA   Alla radice del romanzo c’è dunque la storia di un abbandono: il mostro è un «figlio» rinnegato, che vorrebbe soltanto che il padre e gli altri esseri umani lo accettassero e lo amassero per com’è; mentre il dottor Frankenstein è un «padre» insoddisfatto della creatura che ha messo al mondo, e con il suo rifiuto le nega ogni possibilità di essere amata. Il suo desiderio di «dare la vita» lo accomuna a una divinità, e contemporaneamente all’artista che pone le sue creazioni al di sopra di tutto. Il romanzo diventa così anche una riflessione sull’ambizione smisurata dell’uomo, e sul prezzo che si paga quando si perseguono a ogni costo i propri desideri, riguardino essi la scienza o l’arte. In questa chiave è importante il sottotitolo del romanzo, Il moderno Prometeo: spesso evocato dalle opere del primo Ottocento, Prometeo era il titano che aveva rubato il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, compiendo un gesto di esplicita insubordinazione verso l’autorità. Il richiamo a questa figura mitologica alludeva dunque al fatto che per guadagnare la propria libertà l’uomo deve sfidare gli dèi, compiere un atto di ribellione. Questa affermazione dell’io, però, ha un prezzo molto alto, e gli scrittori di questi anni sembrano già intravedere gli sviluppi ambigui di un gesto che, se è da un lato liberatorio, dall’altro è anche estremamente individualista, incurante del male che altri devono patire.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. La “creatura”, il “mostro”, decide di rivelarsi alla famiglia De Lacey, presso la quale si nasconde. Che cosa si aspetta? Qual è la reazione dei vari componenti della famiglia?



INTERPRETARE


2. «Io ho un animo buono; la mia vita è stata sin qui senza colpa e, in qualche modo, benefica; ma un fatale pregiudizio vela i loro occhi, e dove dovrebbero vedere un amico dolce e sincero, essi vedono solo un orribile mostro», dice la creatura. Il mostro non ha colpe, ma il suo aspetto è atroce, e questo fa sì che gli altri, i “normali”, lo rifiutino. È la bruttezza, l’unica colpa del “mostro”? Può la bruttezza (è questo l’interrogativo che affiora nel brano) essere considerata una colpa?



3. Il mostro di Frankenstein, orribile ma di buon cuore, ti ricorda altri “mostri”della letteratura o del cinema?



Stampa
\r
    \r
  1. No ... lingua: il mostro ha letto il diario del suo creatore, il dottor Frankestein, che è scritto in francese: perciò conosce soltanto quella lingua.
  2. \r
  3. No, sono francesi: il mostro allude alla famiglia di De Lacey.
  4. \r
  5. Sono ... esilio: De Lacey veniva da una famiglia benestante, ma era caduto in disgrazia e si era ritirato nella città di Ingolstadt, nel sud della Germania.
  6. \r
  7. giovani protettori: sono i due figli di De Lacey, Felix e Agatha, che il mostro chiama così perché, nonostante non lo abbiano mai visto, gli hanno permesso di capire molte cose sul mondo degli umani.
  8. \r
  9. Safie: è una ragazza di origini arabe che ha perso i genitori, ed è amica e ospite di Felix e Agatha.
  10. \r
\r