Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Racconti di Pietroburgo

Il naso

I Racconti di Pietroburgo sono una raccolta di racconti ambientati a Pietroburgo. La raccolta viene realizzata dopo la morte di Gogol’, unendo tre racconti pubblicati nella raccolta Arabeschi del 1835, (La Prospettiva Nevskij, Memorie di un pazzo, Il ritratto) e due racconti successivi (Il naso, 1836, e Il cappotto, 1842).
La scrittura di Gogol’ muove spesso da dettagli marginali, realistici, che attraverso successive amplificazioni portano a esiti imprevedibili e surreali. Uomini comuni, fatti della vita quotidiani o normalissimi scenari pietroburghesi innescano situazioni paradossali, che suscitano un senso di smarrimento nel lettore. È ciò che accade nel racconto Il naso (pubblicato per la prima volta nel 1836 sulla rivista «Il Contemporaneo»), nel quale un barbiere, facendo colazione al mattino con un panino appena sfornato, si ritrova in mano il naso di un cliente. L’inizio del racconto è uno dei più celebri (e geniali) della letteratura mondiale.

Il 25 marzo accadde a Pietroburgo un fatto stranissimo. Il barbiere Ivan Jakovlevič, abitante sulla prospettiva Voznesenskij1 (il cognome è andato perduto, e perfino sulla sua insegna, dov’è raffigurato un signore con una guancia insaponata e la scritta: «Si cava anche sangue», non è indicato nulla di più), il barbiere Ivan Jakovlevič si svegliò piuttosto presto e sentì un profumo di pane caldo. Sollevatosi un po’ sul letto, vide che la sua consorte, una signora piuttosto rispettabile, grande amante del caffè, toglieva dal forno dei pani appena cotti.
«Oggi, Praskov’ja Osipovna, non berrò il caffè», disse Ivan Jakovlevič, «e invece ho voglia di mangiarmi un panino caldo con la cipolla».
(Cioè Ivan Jakovlevič avrebbe voluto l’uno e l’altro, ma sapeva che era assolutamente impossibile pretendere due cose in una volta, perché Praskov’ja Osipovna non amava affatto certi capricci.) «Che lo scemo si mangi pure il pane; tanto meglio per me», pensò la consorte, «mi resterà una tazza di caffè in più». E gettò un panino sul tavolo.
Ivan Jakovlevič per decenza si infilò il frac sopra la camicia e, sedutosi davanti al tavolo, salò e preparò due cipolle, prese in mano il coltello e, assunta un’espressione concentrata, si accinse a tagliare il pane. Tagliato che l’ebbe in due metà, ci guardò dentro e, con sua gran meraviglia, vide biancheggiare qualcosa. Ivan Jakovlevič frugò delicatamente col coltello e la tastò col dito. «È sodo!» disse fra sé, «che cosa sarà mai?».
Infilò due dita e tirò fuori – un naso!… Ivan Jakovlevič si senti cadere le braccia; prese a strofinarsi gli occhi e a darsi pizzicotti: un naso, proprio un naso! e che oltretutto gli sembrava di conoscere. Il terrore si dipinse sulla faccia di Ivan Jakovlevič. Ma quel terrore era nulla in confronto all’indignazione che assalì la sua consorte.
«Da dove hai tagliato quel naso, animale!» gridò infuriata. «Furfante! Ubriacone! Io ti denuncio alla polizia. Razza di malfattore! Già da tre persone ho sentito che quando fai la barba dai certe tirate ai nasi che per poco non si staccano».
Ma Ivan Jakovlevič era più morto che vivo. Aveva riconosciuto il naso: era nientemeno che dell’assessore di collegio Kovalëv, a cui faceva la barba ogni mercoledì e domenica.
«Aspetta, Praskov’ja Osipovna! Lo metterò in un angoletto, avvolto in uno straccio; che resti lì un pochino, poi lo porterò fuori».
«Non voglio neanche sentirne parlare! Io, permettere che un naso tagliato resti in casa mia?… Questo rammollito! Sa soltanto passare il rasoio sulla coramella2, e presto non sarà neppure in grado di fare il suo dovere, perdigiorno, buono a nulla! Dovrei forse rispondere per te alla polizia?… Ah, tu sporcaccione, stupido sciocco! Fuori! Fuori! Portalo dove vuoi! Che non ne senta neppure l’odore!».
Ivan Jakovlevič stava lì, assolutamente annichilito. Pensava, pensava – e non sapeva cosa concludere.
«Lo sa il diavolo come è successo», disse infine, dopo essersi dato una grattatina dietro l’orecchio. «Ormai non saprei dire con certezza se ieri sono tornato ubriaco oppure no. Ma secondo tutte le apparenze dev’essere un fatto che non sta né in cielo né in terra: perché il pane è un prodotto da forno, mentre il naso è tutt’altra cosa. Non ci capisco niente!…».
Ivan Jakovlevič tacque. Il pensiero che i poliziotti potessero trovare il naso in casa sua e incriminarlo, lo sconvolse completamente. Già vedeva un colletto scarlatto, elegantemente ricamato in argento, uno spadino… e tremava in tutto il corpo. Finalmente trovò la sua biancheria e gli stivali, si infilò tutta quella robaccia e, accompagnato dalle non lievi esortazioni di Praskov’ja Osipovna, avvolse il naso in uno straccio e uscì in strada.
Voleva sbolognarlo da qualche parte: magari in una colonnina sotto un portone, oppure lasciarlo cadere in qualche modo, come per distrazione, e poi svoltare in un vicolo. Ma, per sua disgrazia, gli capitava sempre qualche conoscente che cominciava subito l’interrogatorio: «Dove vai?» o «Chi vai a radere così presto?» – tanto che Ivan Jakovlevič non riusciva a trovare il momento giusto. Un’altra volta l’aveva già lasciato cadere, ma una guardia da lontano glielo indicò con l’alabarda, dicendo: «Raccoglilo! Hai lasciato cadere qualcosa!». E Ivan Jakovlevič dovette raccattare il naso e nasconderselo in tasca. Lo prese la disperazione, tanto più che la gente continuava ad aumentare per strada, a mano a mano che cominciavano ad aprirsi i negozi e le botteghe.

RIDERE DELLA REALTÀ ATTRAVERSO IL FANTASTICO In questo brano vediamo in funzione un procedimento narrativo tipico di Gogol’: è spesso una semplice parola, una frase, un modo di dire (come «dai certe tirate ai nasi che per poco non si staccano») a trasformarsi in un generatore automatico di eventi e di intrecci. Si parla di un naso e, inspiegabilmente, appare un naso. Oggetti fuori posto, piccole anomalie nella normale catena degli eventi diventano così spie del fatto che il mondo è irrazionale e privo di senso. Per Gogol’, infatti, la cosa più anormale è proprio la normalità, una normalità che neanche i dati più concreti e univoci – come per esempio le date e i luoghi («Il 25 marzo accadde a Pietroburgo un fatto stranissimo») – riescono a rendere comprensibile.
Questo è l’inizio del racconto. Il resto è ancora più strano, perché il naso prende vita, acquista la parola, si muove libero per le strade di Pietroburgo, e mette in moto un intreccio che serve a Gogol’ per mettere alla berlina la stupidità e l’ipocrisia della borghesia russa: Gogol’ usa cioè il fantastico per far ridere della realtà, che è l’obiettivo di qualsiasi buon racconto umoristico.

L’EREDITÀ DI GOGOL’ Ma Il naso resta un racconto fantastico. E l’esempio di Gogol’ avrà un’influenza decisiva su tutte quelle narrazioni otto-novecentesche che definiamo “surreali” o grottesche. Confrontiamo per esempio l’inizio impassibile di questo racconto di Gogol’ (con il barbiere che trova un naso nella pagnotta, e viene subito rimbrottato dalla moglie) con l’altrettanto impassibile inizio di uno dei più celebri racconti del Novecento, La metamorfosi di Kafka: «Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto». Due cose impossibili: un naso in mezzo al pane, un uomo trasformato in insetto. Eppure la reazione dei personaggi (e del narratore) non è quella che ci aspetteremmo: la follia della situazione non sembra tale a nessuno, tutti sembrano considerare perfettamente normale ciò che è accaduto, e questo aumenta la stranezza, il raccapriccio, e il divertimento del lettore.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Dove trova il naso Ivan Jakovlevič? Qual è la sua reazione? E quella della moglie?

2 La prima parte della scena è una satira della vita familiare. Che rapporti hanno i due coniugi?

INTERPRETARE

3 Il naso è un racconto surreale. Che cosa si intende con questo aggettivo? Fai una ricerca sul dizionario o sull’enciclopedia.

4 Conosci altri libri o film in cui accadono cose assurde e insensate come il ritrovamento di un naso, cose che però vengono presentate con un tono pacatissimo, come se fossero perfettamente normali? Tra i registi, puoi fare una ricerca su David Lynch.

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  1. prospettiva Voznesenskij: una delle strade di principali di Pietroburgo.
  2. coramella: striscia di cuoio che si usava un tempo per affilare i rasoi e i coltelli.