Vasilij Grossman

Vita e destino

Il primo Novecento: una corsa alla morte

Vita e destino è quello che si definisce un “romanzo di idee”, perché molto spesso l’autore interrompe la narrazione per meditare sui fatti che sta raccontando, o su problemi politici, sociali, e insomma sul senso dell’esistenza umana. Nella pagina che segue, Grossman riflette sulla folle “corsa alla morte”, alla morte amministrata, organizzata dall’alto, che è stata la prima metà del XX secolo nei paesi totalitari.

La prima metà del ventesimo secolo sarà ricordata come l’epoca delle grandi scoperte scientifiche, delle rivoluzioni, dei grandiosi mutamenti sociali e delle due guerre mondiali. Ma la prima metà del ventesimo secolo entrerà nella storia dell’umanità come l’epoca del totale sterminio di enormi strati della popolazione ebraica, sterminio basato su teorie sociali e razziali. La contemporaneità con comprensibile ritegno tace su ciò. Una delle particolarità più stupefacenti della natura umana, rivelatasi in questo tempo, è la rassegnazione. Vi furono casi in cui, in prossimità del luogo dell’esecuzione, si formavano enormi file ed erano le vittime stesse a regolare l’andamento delle file. Accadde che quando capitava di dover attendere l’esecuzione dal mattino alla sera tardi, nel corso di una lunga e afosa giornata, le madri, pur essendone consapevoli, si premunissero di bottiglie d’acqua e di pane per i loro bambini. Milioni d’innocenti, sentendo approssimarsi l’ora dell’arresto, preparavano per tempo gli involti con la biancheria, gli asciugamani, e si congedavano dagli intimi. Milioni vissero in giganteschi lager, non soltanto costruiti, ma anche difesi da loro stessi. E non già decine di migliaia, e nemmeno decine di milioni, ma masse gigantesche furono testimoni rassegnati del massacro d’innocenti. E non soltanto testimoni rassegnati: quando giungeva l’ordine, votavano per l’annientamento, con un boato esprimevano il loro consenso agli eccidi di massa. In questa smisurata rassegnazione si rivela qualcosa d’inatteso. Certo, vi era la resistenza, vi erano la virilità e la tenacia dei condannati, le insurrezioni, il sacrificio di sé, quando per la salvezza di un uomo sconosciuto e lontano un altro uomo rischiava la propria vita e la vita della propria famiglia. E tuttavia è indiscutibile la rassegnazione della massa! Che cosa ci dice? Ci parla di un nuovo, inaspettato tratto della natura umana, mai apparso prima? No, questa rassegnazione ci parla di una nuova terribile forza che ha trionfato sugli uomini. L’estrema violenza dei sistemi totalitari si è rivelata capace di paralizzare in interi continenti lo spirito umano. Una volta asservita al fascismo, l’anima dell’uomo definisce quella sinistra e funesta schiavitù l’unico vero bene. Senza rinnegare i sentimenti umani, l’anima-traditrice definisce i delitti commessi dal fascismo la più alta forma di umanità e acconsente a dividere gli uomini in puri, degni ed impuri, indegni. La tensione all’autoconservazione si esprime nell’opportunismo dell’istinto e della coscienza. In aiuto all’istinto accorre la forza ipnotica delle idee universali. Esse giustificano qualsiasi vittima, qualsiasi mezzo con il raggiungimento di un altissimo fine: la futura grandezza della patria, la felicità del genere umano, di una nazione o di una classe, il progresso mondiale. E accanto all’istinto di sopravvivenza, oltre alla forza ipnotica delle grandi idee, agisce anche una terza forza: il terrore davanti alla violenza illimitata del potere, davanti all’assassinio eretto a base quotidiana dello Stato. La violenza dello Stato totalitario è così grande che cessa di essere uno strumento e diventa oggetto di culto mistico, di esaltazione religiosa.

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La gente è arrivata a litigare per il posto nella coda verso la fossa della morte e nell’aria echeggiava una voce eccitata, folle e quasi esultante: «Ebrei, non abbiate paura, va tutto bene, cinque minuti e siamo pronti!». Tutto, tutto produceva sottomissione − e la speranza e la disperazione. Infatti gli uomini, pur subendo la stessa sorte, non hanno lo stesso carattere. È necessario riflettere su quello che un uomo deve provare e sopportare per giungere a considerare una fortuna l’imminenza della morte. Sono molte le persone che dovrebbero riflettervi, e soprattutto coloro che hanno la tendenza ad insegnare come si dovrebbe lottare in condizioni di cui, per loro fortuna, non hanno la minima idea.

LA DISCUSSIONE SUI TOTALITARISMI    La discussione sui regimi totalitari ha riempito biblioteche intere, almeno a partire da un fortunato libro della filosofa Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (uscito per la prima volta in inglese nel 1951). Come sono nati, come si sono consolidati e come concretamente hanno funzionato quegli Stati che, nella prima metà del Novecento, sono stati retti da governi autoritari nei quali tutto il potere era concentrato in un solo partito o in un solo ristretto gruppo dirigente, e veniva mantenuto attraverso la violenza e il controllo poliziesco? Questo l’interrogativo al quale la Arendt (come molti studiosi dopo di lei) tentò di rispondere.

RIFLESSI DEL TOTALITARISMO SULL’ANIMA    Ebbene, in questa pagina di Vita e destino (scritta più o meno negli anni in cui la Arendt lavorava al suo libro) Grossman non parla dell’organizzazione statale in generale, ma dei riflessi che un potere totalitario ha sull’anima delle persone: riflette, per così dire, sul prodotto finito, sul modo in cui gli esseri umani cambiano, una volta subito il trattamento che il fascismo, il nazismo e il comunismo fecero subire alle loro vittime (vittime che erano sia i cittadini italiani, tedeschi e sovietici sia particolari gruppi umani – come gli ebrei – che questi Stati consideravano nemici). «Una delle particolarità più stupefacenti della natura umana, rivelatasi in questo tempo, è la rassegnazione», scrive Grossman. Le vittime aspettano pacificamente nei lager il loro turno per essere deportate; fanno la fila per essere uccise. Questo, commenta Grossman, non è un tratto nuovo, un’aberrazione della psicologia umana: è solo che la violenza totalitaria ha saputo «paralizzare in interi continenti lo spirito umano». L’ha fatto in due modi: da un lato distinguendo tra esseri umani «puri», meritevoli di vivere, e uomini «impuri, indegni» ; dall’altro, indicando a tutti i cittadini grandi idee universali che giustificano qualsiasi sacrificio (anche quello della propria vita): «la futura grandezza della patria, la felicità del genere umano, di una nazione o di una classe, il progresso mondiale». Davanti a questo potere sacralizzato, l’individuo prova una soggezione di tipo quasi religioso (si è parlato infatti spesso di statolatria, di devozione mistica allo Stato): la morte, giunti a quel punto, diventa non solo una consolazione, ma un premio. 

Vasilij Grossman ebbe la sventura di vivere in un paese tragico, in tempi tragici: l’Unione Sovietica nella prima metà del Novecento. Passò attraverso la carestia degli anni Venti, la rivoluzione comunista, due guerre mondiali.

Dalla celebrità alla censura  Nato nel 1905 a Berdichev, in Ucraina, da una famiglia ebrea, segue l’Armata Rossa in Europa come corrispondente di guerra per il giornale «Stella Rossa»: i suoi articoli, rifusi poi nel romanzo Il popolo è immortale (1942), lo rendono celebre e ben accetto al regime comunista. È testimone dei combattimenti a Stalingrado, poi di quelli nella regione di Kiev, quindi segue l’esercito sovietico in Polonia e in Germania. Al ritorno dal fronte, comincia a lavorare a un grande romanzo sulla guerra, una specie di Guerra e paceaggiornato ai suoi tempi: la prima parte, sotto il titolo Per una giusta causa, esce a puntate sulla rivista «Novyi Mir» nel 1952 ed è un successo. La seconda parte, Vita e destino, non vede mai la luce mentre l’autore è in vita, perché Grossman viene accusato dalla censura di «gravi errori politici», cioè di una visione troppo critica del potere sovietico. Il Kgb gli confisca il suo archivio e tutte le carte relative al romanzo sul quale sta lavorando (e persino il nastro della macchina per scrivere!), costringendolo di fatto al silenzio per il resto della sua vita. Muorea Mosca nel 1964, poco più che sessantenne, per un cancro allo stomaco. I suoi libri cominciarono ad apparire in Occidente durante gli anni Settanta e Ottanta, ma solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica la sua opera completa ha potuto circolare in tutto il mondo. Oggi Vita e destino e Tutto scorre sono considerati due dei libri più importanti del XX secolo. 

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