Alberto Moravia

L’epidemia

Il racconto iniziale

Pubblicata nel 1944, la raccolta L’epidemia riunisce racconti usciti su rivista tra il 1941 e il 1943. Il racconto iniziale, che dà il titolo al libro, fu pubblicato su «Letteratura» nel 1941. Si presenta come un resoconto storico: in un’epoca imprecisata, in un luogo imprecisato, si è diffusa una strana epidemia. Ma basta leggere qualche riga (e ricordarsi che Moravia scrive nel 1941) per capire che L’epidemia è una satira del regime fascista. 

Dicono le cronache che, verso quell’epoca, in quel paese, incominciò a diffondersi una singolare malattia o per lo meno affezione, perché da molti è tuttora negato che fosse una malattia vera e propria. Si trattava in breve di questo. Un bel mattino, al risveglio, una persona si accorgeva ad un tratto di puzzare. Ma non ai piedi o alle ascelle o in un altro luogo dove ciò può avvenire facilmente,
​bensì in un punto abbastanza preciso tra la nuca e il cranio. Questo puzzo aveva anche un carattere assai distinto: era il puzzo della carne putrefatta o in procinto di putrefarsi. L’intensità di tale lezzo1 poteva variare da un leggero cattivo odore fino ad un tanfo insopportabile, ma non la qualità. Era sempre odore di carne andata a male, su questo non potevano esserci dubbi. Ma ancor più strano della malattia stessa, era il decorso2 di essa. Con tutto il suo puzzo avvertibile talvolta anche a gran distanza, il malato, si scusi il bisticcio, non dava alcun segno di essere malato. Niente febbre, niente mal di capo, niente capogiri, nessun malessere insomma, nient’altro che puzzo. Soltanto, ed è qui che stava la maggiore singolarità della malattia, gradualmente, come per una lenta e insensibile perversione delle papille olfattive, il puzzo diventava per il malato sempre meno forte e fastidioso; e non solo il suo bensì anche quello degli altri affetti dallo stesso morbo; finché poi non gli si cambiava addirittura in profumo. Le cronache e i documenti scientifici del tempo concordano tutti nel dire che l’odore iniziale era di carne guasta, ma sul profumo che in seguito i malati credevano di sentire, i pareri differiscono parecchio. Chi parla di violetta, chi di rosa, chi di arancio, chi di bergamotto3, chi di incenso. Comunque non c’è dubbio che fosse sempre profumo. Al contrario, per i sani, questa trasformazione del puzzo in profumo non avveniva; per loro il puzzo restava puzzo, senza più dando luogo a contrasti e incidenti di cui parleremo in seguito. Dopo questa curiosa trasformazione dell’olfatto (o dell’odore, come si preferisce) non pare che accadesse più nulla di notabile. Il malato continuava a spandere il suo puzzo o profumo che fosse e a vivere come se nulla fosse stato; e quando moriva, moriva per tutt’altri motivi che la malattia sopradescritta. Come si vede gli effetti della malattia su chi ne fosse affetto erano modesti per non dire nulli. E questo spiega perché a molti, allora come adesso, malattia non sembrasse, bensì un’innocua quanto misteriosa alterazione. 

L’ASSURDO COME NORMA  In un tempo e in un luogo imprecisati, alcune persone vengono contagiate da una strana malattia, che non li indebolisce né li uccide, ma li fa puzzare terribilmente. Nient’altro, solo il puzzo: l’odore di carne putrefatta è infatti l’unico sintomo che certifichi il contagio. È un fatto incredibile, ma Moravia lo descrive come se fosse la cosa più normale del mondo, ed è precisamente questo atteggiamento del narratore ad aumentare sia il senso di mistero che aleggia sul racconto sia il suo carattere grottesco: si parla dell’assurdo come se l’assurdo fosse la norma.

IL «PUZZO» DEL FASCISMO  Ma l’assurdo “era” la norma nella società che Moravia descrive, che è evidentemente la società italiana degli anni del fascismo: una società nella quale si è malati senza avere i sintomi della malattia, e nella quale chi comincia a puzzare (fuor di metafora: a cedere al fascismo, a fargli concessioni) finisce dopo un po’ per scambiare il proprio puzzo per profumo (fuor di metafora: per non rendersi conto di essere diventato complice del fascismo).

LA TECNICA DELL’ALLEGORIA  Moravia adopera quindi un’allegoria: gli eventi di cui narra non vanno intesi alla lettera ma rimandano a un altro significato che il lettore deve saper cogliere. Non è una tecnica particolarmente originale: anche un grande scrittore come Albert Camus, nel romanzo La peste, userà l’immagine dell’epidemia (di peste, appunto) per evocare il nazismo; e, in anni molto prossimi a quelli di Moravia, Dino Buzzati costruirà su un’allegoria (l’esercito nemico che non arriva mai) il suo Deserto dei Tartari. Ma è una tecnica che Moravia adopera con maestria, introducendo piccoli dettagli – come quello del puzzo che emana non dai piedi o dalle ascelle ma da «un punto abbastanza preciso tra la nuca e il cranio» (r. 00), o delle varie opinioni attorno alla natura del profumo (violetta? bergamotto?) – che non solo aumentano il realismo della descrizione ma danno alla pagina un tono quasi umoristico.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. In che cosa consiste la malattia che colpisce la popolazione? Qual è il suo decorso? Che effetti ha, come si conclude?



ANALIZZARE


2. Il tono è quello di un apologo paradossale, ma è chiaro che Moravia ha un intento satirico e allegorico. In quali punti del racconto, e con quali procedure stilistiche si vede meglio la natura di “apologo” e quasi di favola? In quali invece sono più acri la satira e l’allegoria politica?



CONTESTUALIZZARE


3. Quale fu il rapporto tra Moravia e il fascismo?



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  1. lezzo: puzzo, cattivo odore.
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  3. decorso: l’evoluzione della malattia.
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  5. bergamotto: albero di piccole dimensioni che produce agrumi simili agli aranci ma più piccoli, dai quali si estrae un’essenza profumata.
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