Alessandro Manzoni

I promessi sposi

Il Seicento

Manzoni sceglie di ambientare il suo romanzo nel pieno del Seicento. Dall’Illuminismo in poi, il Seicento non godeva di buona fama presso gli intellettuali: lo si considerava un’epoca di quasi assoluta decadenza culturale e politica. Tuttavia, a giudicare da quanto Manzoni scrive a Claude Fauriel (29 maggio 1822), sono proprio le caratteristiche negative del secolo ad affascinarlo: «Sono immerso nel mio romanzo, il cui soggetto è collocato in Lombardia, e la cui epoca va dal 1628 al 1631. Le memorie che ci restano di quest’epoca presentano e fanno supporre una situazione della società quanto mai straordinaria: il governo più arbitrario combinato con l’anarchia feudale e l’anarchia popolare; una legislazione stupefacente per ciò che prescrive e per ciò che fa indovinare, o racconta; un’ignoranza profonda, feroce, e pretenziosa; delle classi con interessi e principi opposti, alcuni aneddoti poco conosciuti, ma consegnati a scritti degnissimi di fede, e che rivelano un grande sviluppo di tutto ciò, infine una peste che ha dato modo di manifestarsi alla scelleratezza più consumata e più svergognata, ai pregiudizi più assurdi, e alle virtù più commoventi».
Un buon modo per approfondire le idee di Manzoni sul Seicento è analizzare le pagine biografiche dedicate a Federigo Borromeo, don Rodrigo e don Ferrante.

Il cardinale Borromeo: un uomo esemplare

Il ritratto del cardinale Federigo Borromeo è costruito facendo sì che le sue virtù risaltino nel paragone con i vizi del secolo in cui egli visse: di qui la sua eccezionalità.

Il giovane Federigo manifestava il disprezzo del lusso e dell’agiatezza rifiutando i privilegi connaturati al suo status di aristocratico: i vantaggi che la sua condizione gli avrebbe potuto procurare – scrive Manzoni – «non solo non li ricercò, ma mise ogni studio a schivarli. Volle una tavola piuttosto povera che frugale, usò un vestiario piuttosto povero che semplice; a conformità di questo, tutto il tenore della vita e il contegno».
Una volta diventato arcivescovo di Milano, decise di regolarsi così.

Volle che si stimasse a quanto poteva ascendere1 il suo mantenimento e quello della sua servitù; e dettogli che seicento scudi (scudo si chiamava allora quella moneta d’oro che, rimanendo sempre dello stesso peso e titolo, fu poi detta zecchino), diede ordine che tanti se ne contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a quella della mensa2; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito vivere di quel patrimonio. Del suo3 poi era così scarso e sottile misuratore a se stesso, che badava di non ismettere un vestito, prima che fosse logoro affatto4: unendo però, come fu notato da scrittori contemporanei, al genio della semplicità quello d’una squisita pulizia: due abitudini notabili infatti, in quell’età sudicia e sfarzosa. Similmente, affinché nulla si disperdesse degli avanzi della sua mensa frugale, gli assegnò a un ospizio di poveri; e uno di questi, per suo ordine, entrava ogni giorno nella sala del pranzo a raccoglier ciò che fosse rimasto.

Borromeo praticava con grandissimo zelo la carità e il soccorso dei bisognosi, visto che «teneva l’elemosina propriamente detta per un dovere principalissimo». E «De’ molti esempi singolari che d’una tale sua virtù hanno notati [registrati, annotati] i suoi biografi» Manzoni ne cita uno che ha evidenti somiglianze con la storia di Gertrude. È una vicenda che dimostra, secondo Manzoni, come la virtù del cardinale fosse «libera dall’opinioni dominanti (ogni tempo ha le sue)» e «indipendente dalla tendenza generale».

Avendo risaputo che un nobile usava artifizi e angherie5 per far monaca una sua figlia, la quale desiderava piuttosto di maritarsi, fece venire il padre; e cavatogli di bocca che il vero motivo di quella vessazione6 era il non avere quattromila scudi che, secondo lui, sarebbero stati necessari a maritar la figlia convenevolmente, Federigo la dotò di7 quattromila scudi.

Al rifiuto del lusso, si accompagna l’amore per il sapere, testimoniato dalla fondazione della Biblioteca Ambrosiana (che esiste ancora oggi a Milano), dotata di «trentamila volumi stampati, e quattordicimila manoscritti», raccolti nei quattro angoli del mondo. Un’opera che suscita la giusta ammirazione di Manzoni.

Ma pensate che generoso, che giudizioso, che benevolo, che perseverante amatore del miglioramento umano, dovesse essere colui che volle una tal cosa, la volle in quella maniera, e l’eseguì, in mezzo a quell’ignorantaggine, a quell’inerzia, a quell’antipatia generale per ogni applicazione studiosa, e per conseguenza in mezzo ai cos’importa? e c’era altro da pensare? e che bell’invenzione! e mancava anche questa, e simili; che saranno certissimamente stati più che gli scudi spesi da lui in quell’impresa8; i quali furon centocinquemila, la più parte de’ suoi.

 

Alla corte di don Rodrigo

L’amore smodato per il lusso, l’ignoranza, la prevaricazione, la mancanza di carità, l’altezzosità, la sporcizia – tutte caratteristiche del XVII secolo, da cui andava esente Federigo Borromeo – emergono in molti punti del romanzo: per esempio nell’episodio iniziale dei bravi e nelle biografie di fra Cristoforo, di Gertrude e dell’Innominato. In modo altrettanto icastico compaiono nel pranzo che vede a capotavola don Rodrigo. E don Rodrigo è appunto, nel sistema del romanzo, il male, la malattia della quale uomini come il cardinale Borromeo sono la cura.

Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soverchieria9, il quale era venuto da Milano a villeggiare, per alcuni giorni, con lui. A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, temperato però d’una certa sicurezza, e d’una certa saccenteria, il signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo […]. In faccia al podestà, in atto d’un rispetto il più puro, il più sviscerato10, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli, in cappa11 nera, e col naso più rubicondo12 del solito: in faccia ai due cugini, due convitati oscuri, de’ quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse.

Il potere politico (rappresentato dal podestà) e il potere giudiziario (impersonato dall’avvocato), che i filosofi illuministi (per esempio Montesquieu) avevano stabilito dover essere indipendenti da ogni condizionamento, erano invece asserviti ai nobili e ai potenti: da questa commistione non poteva che derivare l’oppressione dei deboli, come Renzo. Nel brano proposto la discussione che tanto accalora i commensali è futilissima, e riguarda una questione d’onore: «Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida, e in risposta dà alcune bastonate al portatore». Le bastonate sono legittime o illegittime? Secondo il conte Attilio l’ambasciatore era «bastonabile bastonabilissimo». La discussione tocca poi la guerra per la successione al ducato di Mantova, e infine la carestia. Sono temi gravi che i commensali trattano, invece, in modo superficiale e gretto, in contrasto con la serietà con cui disquisiscono delle bastonate.

 

La “cultura” di un uomo del Seicento: don Ferrante

La «scienza cavalleresca», viene ugualmente disprezzata quando Manzoni traccia la fisionomia culturale di don Ferrante descrivendone la biblioteca. Manzoni passa in rassegna i libri di filosofia, di scienza, di magia, di politica. Giunge, infine, alla vera specializzazione di don Ferrante, la scienza cavalleresca, che Manzoni eleva a simbolo della fatuità secentesca (di cui – sembra dire Manzoni – ha qualche responsabilità anche il Tasso maggiore della Liberata e della Conquistata). Elenca una serie di libri che trattano del codice d’onore, cioè di quell’insieme di regole, consuetudini, riti sociali riguardanti le offese tra gentiluomini e i duelli che le risarciscono. Sono libri che appartengono a una cultura ormai definitivamente tramontata. Gli uomini del Seicento credevano impossibile una vita civile senza discussioni intorno all’onore e senza duelli: Manzoni conclude ironizzando sulle loro capacità di previsione.

CAPITOLO XXVII

Ma se, in tutte le scienze suddette, don Ferrante poteva dirsi addottrinato13, una ce n’era in cui meritava e godeva il titolo di professore: la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero possesso14, ma pregato frequentemente d’intervenire in affari d’onore, dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l’Urrea, il Muzio, il Romei, l’Albergato, il Forno primo e il Forno secondo15 di Torquato Tasso, di cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria tutti i passi così della Gerusalemme Liberata, come della Conquistata, che possono far testo in materia di cavalleria. L’autore però degli autori, nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago16, con cui si trovò anche, più d’una volta, a dar giudizio sopra casi d’onore; e il quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini di stima particolare. E fin da quando venner fuori i Discorsi Cavallereschi di quell’insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest’opera avrebbe rovinata l’autorità dell’Olevano17, e sarebbe rimasta, insieme con l’altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso ai posteri: profezia, dice l’anonimo, che ognun può vedere come si sia avverata18.

Non solo la cultura di don Ferrante, ma anche la sua morte è raccontata con un umorismo graffiante, che diventa cattivo e irridente quando Manzoni accenna alla moglie, donna Prassede.

CAPITOLO XXXVII

Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch’era stato dotto, l’anonimo ha creduto d’estendersi un po’ più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso19 quello che ne lasciò scritto.
Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi20, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.
«In rerum natura21, – diceva, – non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera22».

Manzoni segue divertito il ragionamento di don Ferrante, facendo la parodia della sua cattiva logica, che sembra solida e inattaccabile ma nega l’evidenza della realtà. Nei suoi discorsi, don Ferrante criticava i medici, che sbagliavano – a suo dire – nel determinare la causa del contagio: la causa era astrologica, cioè la «fatale congiunzione di Saturno con Giove». Contro di essa tutte le precauzioni materiali, per esempio non toccare i corpi infetti, erano inutili. È una morte per ignoranza, quella che tocca a don Ferrante, un’ignoranza travestita da dottrina: spaventosa miscela che per fortuna, sembra dire Manzoni (ma ironicamente?), apparteneva a un mondo che non esiste più.

Come se questo schivare il contatto materiale de’ corpi terreni, potesse impedir l’effetto virtuale de’ corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de’ cenci23! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?
His fretus24, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio25, prendendosela con le stelle.
E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli26.

TRE FIGURE DEL XVII SECOLO Tre diverse facce del XVII secolo, dunque. La prima è quella del santo, il cardinale Federigo Borromeo, che in un’epoca di scelleratezze non solo esercita nei confronti del suo prossimo le «virtù più commoventi», ma dà prova di grande lungimiranza fondando e finanziando una delle prime biblioteche pubbliche a Milano, quella che poi sarebbe stata chiamata Biblioteca Ambrosiana. L’autorità spirituale della Chiesa, sembra dire Manzoni, resta salda.
La seconda è quella di don Rodrigo e dei suoi accoliti, simboli di un potere civile che ha completamente smarrito la nozione del bene comune, ed è finito in mano a individui puerili e meschini. L’autorità politica è crollata: regnano il caos e l’arbitrio.
La terza faccia è quella, per metà comica e per metà tragica, di don Ferrante, l’esperto di etica cavalleresca, l’erudito che crede che la peste la mandino gli astri. Nell’emergenza, la falsa scienza degli intellettuali non serve a salvarli, o a farli agire più rettamente: è una lezione che qui prende i tratti della farsa, perché don Ferrante è un uomo ridicolo, ma che tornerà attuale, allora con toni molto più drammatici, quando, nella Storia della colonna infame, Manzoni rifletterà sull’operato di quei «giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste».

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Che cosa significa il termine libertinaggio?

ANALIZZARE

2 Verifica se i libri e gli scrittori citati nella descrizione della biblioteca di don Ferrante sono reali o inventati.

3 Individua e spiega l’ironia manzoniana nella descrizione di don Ferrante.

CONTESTUALIZZARE

4 Il cardinal Borromeo è uno dei personaggi storici che Manzoni inserisce nel romanzo: documentati sulla sua vita.

5 La descrizione della tavolata a casa di don Rodrigo può darci un’idea delle dinamiche del potere nella società lombarda del Seicento? Si può ricavare una sorta di gerarchia dalla disposizione dei commensali?

6 Manzoni, attraverso le figure di alcuni ecclesiastici, riflette sulla Chiesa, distinguendone una “positiva” e una “negativa”: individua i personaggi cui si fa riferimento e confrontane le vocazioni, gli atteggiamenti, i valori.

INTERPRETARE

7 Come è stato detto nell’Analisi del testo, nei brani che hai letto emergono tre diversi tipi di personaggi del XVII secolo: il santo, il prepotente e lo pseudo-intellettuale. Se dovessi cercare queste tre figure nel mondo di oggi, chi ti verrebbe in mente? Scrivi un testo espositivo-argomentativo per argomentare le tue scelte.

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  1. ascendere: ammontare.
  2. diede … mensa: ordinò che seicento scudi venissero prelevati ogni anno dal suo patrimonio personale (particolare) e versati nelle casse della mensa.
  3. Del suo: del suo patrimonio.
  4. logoro affatto: interamente consumato.
  5. artifizi e angherie: sotterfugi e prepotenze.
  6. vessazione: tormento, tortura.
  7. la dotò di: diede come dote.
  8. che saranno … impresa: il soggetto sono le frasi maligne appena citate (in corsivo), che − dice Manzoni − furono certamente più numerose degli scudi spesi dal cardinale per la fondazione della Biblioteca.
  9. soverchieria: prepotenza.
  10. sviscerato: profondo, intenso.
  11. cappa: mantello.
  12. rubicondo: di colore rosso acceso, paonazzo.
  13. addottrinato: preparato, dotto.
  14. con vero possesso: con vera padronanza del tema.
  15. il Forno … secondo: si tratta di un dialogo scritto da Tasso sul tema della nobiltà (Il Forno, appunto, dal nome di uno dei dialoganti, Antonio Forno), ed esistente in due redazioni distinte (perciò primo e secondo). I nomi citati precedentemente appartengono a giuristi nei cui libri don Ferrante poteva trovare notizie e pareri in materia di “diritto cavalleresco”.
  16. Francesco Birago: giurista ed erudito milanese (1562-1640 ca.), autore tra l’altro di due trattati sulla vita del cavaliere e sul duello: Discorsi cavallereschi e Consigli cavallereschi.
  17. Olevano: Giovanni Battista Olevano, autore di un celebre (a quel tempo) trattato sui duelli.
  18. ognun … avverata: Manzoni è ironico: la profezia non si è affatto avverata, e del Birago nessuno parla più.
  19. a un di presso: all’incirca.
  20. ischiamazzi: cioè schiamazzi, con i prostetica: urla, strepiti.
  21. In rerum natura: in natura.
  22. una chimera: un’invenzione.
  23. cenci: i vestiti dei contagiati dalla peste.
  24. His fretus: espressione latina che significa “confidando in questi argomenti, basandosi su questo”.
  25. come … Metastasio: come il protagonista di un melodramma, genere nel quale il poeta Metastasio (che Manzoni non amava) era stato eccelso.
  26. i muriccioli: i muri del Naviglio, dove a Milano si vendevano i libri usati.