Ludovico Ariosto

Orlando furioso

Impazzire di gelosia: Orlando il furioso

Dopo la fugace apparizione per liberarlo dal palazzo di Atlante, Orlando non ha più visto Angelica, ma non ha mai smesso di cercarla. Angelica, sprezzante nei confronti di ogni amante, è stata però finalmente punita dal dio Amore, che l’ha fatta innamorare dell’umile ma bellissimo soldato africano Medoro, che ha trovato per caso ferito e ha salvato da morte sicura con le sue arti curative. Mentre lo curava, appunto, Angelica si è ammalata d’amore. Ricambiata. I due hanno celebrato nozze campestri nella casa del pastore che li ha ospitati fino alla guarigione di Medoro, e hanno a lungo amoreggiato in un boschetto lì vicino. Guarda caso, è proprio qui che capita un giorno lo sventurato Orlando...

XXIII

Lo strano corso che tenne1 il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
né lo trovò, né poté averne spia2.
Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo3 color vago4 e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto5.
Il merigge facea grato l’orezzo6
al duro armento7 ed al pastore ignudo;
sì che né8 Orlando sentia alcun ribrezzo9,
che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
e v’ebbe travaglioso albergo e crudo10,
e più che dir si possa empio11 soggiorno,
quell’infelice e sfortunato giorno.
Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti12,
fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi già descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi13 vicina
la bella donna del Catai regina14.
“Angelica e Medor” con cento nodi15
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodico
i quali Amore il cor gli punge e fiede16.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto17 crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza. 
Poi dice: «Conosco io pur queste note18:
di tal’io n’ho tante vedute e lette.
Finger19 questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette20».
Con tali opinïon dal ver remote
usando fraude21 a sé medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando22.
Ma sempre più raccende e più rinuova,
quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
come l’incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco23 aver dato di petto,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar24, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa25 d’arco in su la chiara fonte.
Aveano in su l’entrata il luogo adorno26
coi piedi27 storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno28
stare abbracciati i duo felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.
Il mesto conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta29.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenza in versi avea ridotta30.
Che fosse culta31 in suo linguaggio io penso;
ed era ne la nostra32 tale il senso:
«Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca33 e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensar
vid’altro non posso, che d’ognor lodarvi34:
e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante35,
che qui sua volontà meni o Fortuna36;
ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia37
che non conduca a voi pastor mai greggia».
Era scritto in arabico, che ’l conte
intendea così ben come latino:
fra molte lingue e molte ch’avea pronte38,
prontissima avea quella il paladino;
e gli schivò più volte39 e danni ed onte40,
che si trovò tra il popul saracino:
ma non si vanti, se già n’ebbe frutto;
ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto41.
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur42 cercando invano
che non vi fosse quel che v’era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano43.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi44 nel sasso, al sasso indifferente45.
Fu allora per uscir del sentimento46
sì tutto in preda del dolor si lassa47.
Credete a chi n’ha fatto esperimento48,
che questo è ’l duol che tutti gli altri passa49.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
né poté aver (che ’l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto50.
L’impetüosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiàn51 restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su52 la base,
l’umor che vorria uscir53, tanto s’affretta,
e ne l’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
Poi ritorna in sé alquanto54, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pèra55;
ed abbia quel56, sia chi si voglia stato,
molto la man57 di lei bene imitato.
In così poca, in così debol speme58
sveglia gli spirti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme59,
dando già il sole alla sorella loco60.
Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti61 uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa62, e piglia alloggiamento.
Languido63 smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto64 garzon che n’abbia cura;
altri65 il disarma, altri gli sproni d’orogli leva, 
altri a forbir66 va l’armatura.
Era questa la casa67 ove Medoro
giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
Corcarsi68 Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d’altra vivanda.
Quanto più cerca ritrovar quïete,
tanto ritrova più travaglio e pena;
che de l’odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena69.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perché men nuocer debbia70.
Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, è chi ne parla.
Il pastor che lo vede così oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l’istoria nota a sé, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch’a molti dilettevole fu a udire,
gl’incominciò senza rispetto71 a dire:
come esso a’ prieghi72 d’Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch’era ferito gravemente; e ch’ella
curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
ma che nel cor d’una maggior di quella73
lei ferì Amor; e di poca scintilla
l’accese tanto e sì cocente fuoco,
che n’ardea tutta, e non trovava loco74:
e sanza aver rispetto ch’ella fusse
figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
da troppo amor costretta si condusse
a farsi moglie d’un povero fante75.
All’ultimo l’istoria si ridusse76,
che ’l pastor fe’ portar la gemma inante77,
ch’alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.
Questa conclusïon fu la secure78
che ’l capo a un colpo gli levò dal collo,
poi che d’innumerabil battiture79
si vide il manigoldo Amor satollo80.
Celar si studia81 Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo82:
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi83.
Poi ch’allargare il freno84 al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto85),
giù dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote86
di qua di là tutto cercando87 il letto;
e più duro ch’un sasso, e più pungente
che se fosse d’urtica, se lo88 sente.
In tanto aspro travaglio gli soccorre89
che nel medesmo letto in che giaceva,
l’ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo90 più volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma91 abborre92,
né con minor prestezza se ne leva93,
che de l’erba il villan94 che s’era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.
Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant’odio gli casca95,
che senza aspettar luna, o che l’albore
che va dinanzi al96 nuovo giorno nasca,
piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore
per mezzo il bosco alla più oscura frasca97;
e quando poi gli è aviso98 d’esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.
Di pianger mai, mai di gridar non resta99;
né la notte né ’l dì si dà mai pace.
Fugge100 cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sé si meraviglia ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace101,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a sé così nel pianto:
«Queste non son più lacrime, che fuore
stillo102 dagli occhi con sì larga vena103.
Non suppliron104 le lacrime al dolore:
finîr105, ch’a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco106 spinto ora il vitale umore107
fugge per quella via ch’agli occhi mena;
ed è quel che si versa, e trarrà insieme
e ’l dolore e la vita all’ore estreme108.
Questi ch’indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, né i sospir sono tali109.
Quelli han triegua talora110; io mai non sento
che ’l petto mio men la sua pena esali111.
Amor che m’arde il cor, fa112 questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che ’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai113?
Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra,
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi114 in Amor pone speranza».
Pel bosco errò115 tutta la notte il conte;
e allo spuntar de la dïurna fiamma116
lo tornò117 il suo destin sopra la fonte
dove Medoro insculse l’epigramma118.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
l’accese sì, ch’in lui non restò dramma119
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò, che trasse il brando fuore.
Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe’ le minute schegge.
Infelice quell’antro120, ed ogni stelo121
in cui “Medoro e Angelica” si legge!
Così restâr122 quel dì, ch’ombra né gielo123
a pastor mai non daran più, né a gregge:
e quella fonte, già124 sì chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura125;
che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar ne le bell’onde,
fin che da sommo ad imo sì turbolle126
che non furo127 mai più chiare né monde128.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle129,
poi che la lena vinta non risponde130
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.
Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto131.
Senza cibo e dormir così si serba132,
che ’l sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cessò133 la pena acerba,
che134 fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
Il quarto dì, da gran furor commosso135,
e maglie e piastre si stracciò di dosso.
Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
lontan gli arnesi136, e più lontan l’usbergo137:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo138.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido139 ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che de la più non sarà mai ch’intenda140.
In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor141 la spada in man non gli sovenne142;
che fatte avria143 mirabil cose, penso.
Ma né quella, né scure, né bipenne144
era bisogno145 al suo vigore immenso.
Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse146,
ch’un alto pino al primo crollo svelse147:
e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti148;
e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni149 e d’illici150 e d’abeti.
Quel ch’un ucellator che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche151,
facea de cerri e d’altre piante antiche.
I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa è questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo’ più tosto diferire152,
che v’abbia per lunghezza a fastidire.

XXIV

Chi mette il piè su l’amorosa pania153,
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale154;
che non è in somma amor, se non insania,
a giudizio de’ savi universale:
e se ben come Orlando ognun non smania,
suo furor mostra a qualch’altro segnale155.
E quale è di pazzia segno più espresso156
che, per altri voler, perder se stesso157?
Vari gli effetti son, ma la pazzia
è tutt’una158 però, che li fa uscire.
Gli è come una gran selva, ove la via
conviene a forza, a chi vi va, fallire159:
chi su, chi giù, chi qua, chi là travia160.
Per concludere in somma, io vi vo’ dire:
a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena,
si convengono i ceppi e la catena161.
Ben mi si potria162 dir: «Frate163, tu va
il’altrui164 mostrando, e non vedi il tuo fallo165».
Io vi rispondo che comprendo assai,
or che di mente ho lucido intervallo166;
ed ho gran cura (e spero farlo ormai)
di riposarmi e d’uscir fuor di ballo167:
ma tosto far, come vorrei, nol posso168;
che ’l male è penetrato infin all’osso.

UN PAESAGGIO PETRARCHESCO TRAVOLTO DALLA FOLLIA Stavolta il destino non porta Orlando a incontrare altri personaggi a lui simili: lo porta a incontrare un luogo. Un luogo in cui Orlando affronterà la sua tragedia della gelosia nella più completa solitudine. È un tipico locus amoenus: uno di quei luoghi piacevoli tanto cari alla poesia lirica, fatti di limpidi ruscelli, fresche erbette, fiori variopinti, alberi ombrosi e perfino di una comoda grotta. E non a caso Ariosto lo descrive riecheggiando svariati versi di Petrarca; specialmente nell’epigramma di Medoro: «ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante» ricorda infatti il «fior frondi erbe ombre antri onde aure soavi» di Canzoniere, 33; mentre «Liete piante, verdi erbe, limpide acque [...] dove la bella Angelica» rielabora da un lato «Lieti fiori e felici, e ben nate erbe» (Canzoniere, 162) e dall’altro «Chiare, fresche, e dolci acque / ove le belle membra» (Canzoniere, 76). Insomma, per descrivere il luogo soave in cui si trova Orlando, Ariosto si serve delle parole del Canzoniere di Petrarca. 
Questo luogo tanto ameno, tuttavia, accoglie Orlando in modo empio oltre ogni dire, perché è tutto costellato di graffiti inneggianti all’amore tra “Angelica e Medoro” e perfino di una poesia di Medoro che ringrazia le piante, le erbe, le acque e soprattutto la grotta in cui i due hanno potuto comodamente «stare abbracciati» e prendersi «gran piacer»; anzi: «dove la bella Angelica [...] spesso ne le mie [sue] braccia nuda giacque». 

LE STRATEGIE DI NEGAZIONE DI ORLANDO Orlando fa di tutto per non crederci, per negare l’evidenza, e Ariosto dimostra notevoli doti di acuto (e un po’ spietato) osservatore dell’animo umano quando descrive le sue contorte e inesauribili strategie di autoinganno, i modi in cui «usa fraude a se stesso». Sulle prime «si sforza» di credere che si tratti di un’altra Angelica; quindi si inventa che “Medoro” possa essere uno pseudonimo per “Orlando”; poi, giunto davanti alla grotta, prova a leggere e rileggere l’epigramma di Medoro nella speranza di scoprire «che non vi fosse [scritto] quel che v’era scritto». Per un po’ sembra davvero che stia per cedere e impazzire, impietrito e sopraffatto da un dolore tanto grande e violento da non trovare una via di sfogo in pianto o in lamento; ma ecco all’ultimo momento, pensa e ripensa, la gran trovata: pur di sperare ancora, Orlando si racconta che deve trattarsi di un caso di calunnia contro Angelica e/o di macchinazione contro di lui, per ucciderlo di gelosia.

IL RACCONTO DEL PASTORE Qualcuno sta davvero macchinando contro Orlando ma si tratta proprio di Ariosto, ovvero del «suo destin» che lo conduce nel boschetto per ben due volte di seguito. Se la prima ne esce malconcio ma ancora in sé, la seconda ne uscirà pazzo. In mezzo c’è l’incontro con il pastore che ha ospitato i due innamorati, Angelica e Medoro, incontro durante il quale Orlando, se possibile, è ancora più solo, considerato quanto poco quel pastore vede e capisce del suo dolore. Se le scritte disseminate nel bosco non son bastate, non possono bastare nemmeno quelle che costellano la casa: Orlando non vuol sapere, e perciò non chiede. Per un crudele scherzo del destino e per l’ennesimo errore del «giudicio uman», però, il pastore distrugge ogni superstite speranza del suo ospite proprio con il racconto con cui tenta di sollevargli il morale. Ogni dettaglio che dovrebbe rendere più piacevole la storia è invece, per Orlando, una nuova tortura; per esempio, il fatto che lei fosse la «figlia del maggior re ch’abbia il Levante» e lui soltanto un «povero fante» può piacere a un uditorio di campagna, che simpatizza per i protagonisti umili che riescono a sposare, come nelle fiabe, una testa coronata; ma non può che abbattere ancor di più Orlando, visto che da un lato gli conferma che si tratta proprio della sua Angelica, e dall’altro beffa il suo orgoglio di casta: benché lui sia un cavaliere e un conte, la donna che ama ha preferito darsi in sposa a un miserabile soldato semplice! Alla fine, Orlando si ritrova davanti agli occhi il braccialetto che egli stesso aveva donato ad Angelica in pegno d’amore: Angelica non s’è fatta scrupolo di darlo al pastore, a saldo della stanza (il «buono albergo») che quello ha affittato ai due amanti. Quello dell’oggetto che permette di riconoscere l’identità di un personaggio è un meccanismo tipico del teatro classico: un meccanismo noto come “agnizione”, che qui precipita la tragedia di Orlando verso il finale.

LE OTTAVE IN CUI LA FOLLIA SI SCATENA Non c’è più spazio per l’autoinganno: è il colpo di grazia con il quale Amore – raffigurato come un boia con la scure in mano – gli leva «il capo [...] dal collo». Il conte comincia davvero a perdere la testa. Il dolore che aveva compresso dentro trova finalmente sfogo in pianti e in lamenti: iniziano subito dopo il racconto, continuano a letto, peggiorano di notte nel bosco, con i sospiri che diventano urla e non sembrano poter smettere più. Qualcosa si è rotto, dentro Orlando, che più che sentirsi morire si sente già morto: «quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra; / la sua donna ingratissima l’ha ucciso [...]. / Io son lo spirto suo da lui diviso». Se ciò che dava un senso alla sua vita era la quête di Angelica, quella che considerava «la sua donna», allora la sua vita non ha più alcun senso. L’ultima ricerca vana, ancora una volta «di qua di là», è stata quella del sonno, del riposo, di una serenità di spirito che non può più trovare, né nel letto di Angelica e Medoro né altrove.
Ormai può soltanto errare senza meta nel bosco, finché si ritrova per la seconda volta vicino alla fonte dove Angelica e Medoro si sono amati. Stavolta niente più lo trattiene, né fraude né speme: Orlando è tutto «odio, rabbia, ira e furore» e disintegra e devasta la grotta, gli alberi, il prato e il ruscello, fino a cadere esausto su quel che resta del prato. La rappresaglia, però, non elimina il suo dolore, la sua disperazione: questa seconda volta l’invincibile Orlando esce pesantemente sconfitto da questo luogo. Uno dei suoi leggendari superpoteri consiste nell’impossibilità, per qualunque avversario, di tenergli testa per più di tre giorni: entro questo tempo massimo Orlando vince sempre. Stavolta no: caduto in una specie di trance, resta immobile in mezzo al prato, mentre il «sole esce tre volte e torna sotto». L’Orlando che risorge il «quarto dì» è un Orlando mosso soltanto da «gran furor», privo di qualsiasi lume razionale, che si straccia armi e vesti di dosso e dà inizio alla sua «gran follia». 

AMARE È FOLLIA La distruzione del locus amoenus simboleggia l’annientamento della concezione idealizzata dell’Amore trasmessa dalla poesia lirica. Amare è una brutta follia, e Orlando deve fungere (come gli fa dire Ariosto) da «esempio a chi in Amor pone speranza». La sua svestizione è il corrispettivo fisico della sua perdita d’identità, non solo cavalleresca ma umana: Orlando è ridotto a una belva impazzita. Le «prove eccelse» che compirà in questo stato alienato saranno raffigurate per lo più con tinte comiche, sia quella di sradicare alberi come fossero finocchi, sia quelle all’inizio del canto seguente, in cui fa strazio di pastori e contadini, dà «la caccia e agli uomini e alle fere» e si ciba di bestie crude senza nemmeno toglier loro la pelliccia. Ciò serve a sdrammatizzare il tono serio e patetico prevalente fin qui nell’episodio, e serve anche a esorcizzare un po’ la gravità del concetto di fondo, che l’amore è una pazzia. Ma appunto il concetto è quello: «non è in somma amor, se non insania», proclama infatti il proemio del canto successivo, il XXIV, e sebbene la follia di Orlando rappresenti un caso limite, particolarmente virulento, di perdita di sé «per altri voler», ogni innamorato è a suo modo un pazzo. Un pazzo da legare, se non esce «fuor di ballo» in tempo. 

ARIOSTO-AUTORE E ARIOSTO-NARRATORE Come al solito, Ariosto rappresenta se stesso come un personaggio che può parlare con competenza e compassione delle passioni degli altri personaggi perché ne fa esperienza in prima persona. È chiaro che l’Ariosto vero, il poeta che davvero scrive il Furioso, ha il pieno controllo del suo poema, ma l’Ariosto personaggio narratore è presentato, con chiara autoironia, come un innamorato che riesce a vedere la natura folle dell’amore solo in rari momenti di lucidità, e che – quasi fosse un fumatore incallito – è tutto fiducioso di poter smettere di amare e al tempo stesso non sa bene come cominciare, perché «’l male è penetrato infin all’osso» (canto XXIV, ottava 3).

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Orlando arriva nei luoghi in cui Medoro e Angelica si sono amati: il locus amoenus si trasforma per lui, a poco a poco, in un incubo. Sintetizza le fasi di passaggio verso la follia e la disperazione.

2 Il caso ha una funzione importantissima in questo episodio: individua i passaggi del testo in cui esso determina il destino di Orlando.

3 Fai alcuni esempi di stilemi petrarcheschi (parole, sintagmi, ambientazioni, stati d’animo caratteristici) che Ariosto riutilizza nei suoi versi.

4 Il racconto della pazzia in Orlando è pieno di artifici retorici che servono a far crescere la suspense: climax, accumulazioni, iperboli. Indicali nel testo.

5 Come presenta se stesso il narratore? 

INTERPRETARE

6 La parola scritta (le iscrizioni sugli alberi, il poema di Medoro) produce inganno e follia. Sviluppa l’argomento. 

7 Angelica è molto cambiata rispetto a come l’abbiamo conosciuta nel canto I. E anche Orlando non è più un eroico paladino: è un selvaggio furioso. Sviluppa l’argomento.

Stampa
  1. corso che tenne: percorso che seguì. Il Saracin del verso successivo è il temibile Mandricardo, che ha iniziato e poi interrotto un duello con Orlando, al quale ha giurato di prendere la spada Durlindana e sul quale vuol vendicare la morte di suo padre Agricane, ucciso dal paladino in un celebre episodio dell’Orlando innamorato
  2. spia: notizia, indizio.
  3. nativo: dato dalle tinte dei fiori spontanei.
  4. vago: grazioso.
  5. distinto: ornato variamente.
  6. grato l’orezzo: gradita l’aria fresca dell’ombra.
  7. duro armento: bestiame indurito (dalle intemperie).
  8. né: neppure, tantomeno.
  9. ribrezzo: brivido.
  10. travaglioso ... crudo: alloggio tormentoso e crudele.
  11. empio: spietato.
  12. Tosto che ... fitti: non appena vi ebbe fermato e fissato lo sguardo.
  13. indi: da qui.
  14. del Catai regina: Angelica, figlia del re del Catai (Cina), nonché diva,dea di Orlando, come detto qualche verso prima.
  15. nodi: le iscrizioni intrecciano in vari modi i nomi dei due innamorati.
  16. fiede: ferisce.
  17. al suo dispetto: suo malgrado.
  18. note: lettere. Orlando riconosce la grafia della sua Angelica.
  19. Finger: immaginare.
  20. a me ... mette: questo soprannome rimanda a me.
  21. usando fraude: frodando, ingannando.
  22. ir procacciando: andar procurando. Orlando crea spiegazioni illusorie dei graffiti amorosi per cercare di mantenere viva la speranza che Angelica non ami un altro.
  23. in ragna o in visco: reti e lacci. Il visco o “vischio” era una sostanza ottenuta dalla pianta omonima che rendeva appiccicose le trappole in cui gli uccelli restavano, appunto, invischiati.
  24. disbrigar: sbrogliare, sciogliere.
  25. a guisa: a forma. Il fianco del monte si inarca sporgendo su una sorgente, e crea dunque una grotta.
  26. adorno: adornato, abbellito, decorato.
  27. piedi: fusti.
  28. Quivi ... giorno: qui, nelle ore più calde del giorno, erano soliti.
  29. allotta: allora, proprio in quel momento.
  30. questa ... ridotta: aveva messo in versi questo discorso.
  31. culta: poeticamente elaborata.
  32. nostra: nostra lingua. Al verso precedente dice «in suo linguaggio», ma nelle prime due redazioni del poema si leggeva appunto «in la sua lingua».
  33. spelunca opaca: grotta ombrosa.
  34. ricompensarvi ... lodarvi: non posso ricompensarvi con altro che che con il lodarvi sempre, con continue lodi.
  35. o paesana o viandante: o del luogo o di passaggio.
  36. che qui ... Fortuna: che sia condotta qui dalla propria volontà o dalla sorte, che venga qui per scelta o per caso.
  37. proveggia: provveda, faccia in modo.
  38. avea pronte: aveva a sua disposizione, sapeva parlare. 
  39. più volte: da unire a «che si trovò».
  40. onte: offese.
  41. scontargli il tutto: fargli pagare tutto il conto (dei frutti, dei vantaggi, che ne ha ottenuto).
  42. pur: sempre, ogni volta.
  43. stringersi ... mano: si sentiva stringere il cuore da una mano gelida.
  44. fissi: fissati.
  45. al sasso indifferente: non differente dal sasso, indistinguibile dalla roccia. Orlando è pietrificato.
  46. per ... sentimento: sul punto di uscire di senno.
  47. lassa: lascia, abbandona.
  48. n’ha fatto esperimento: lo ha provato in prima persona.
  49. passa: oltrepassa, supera.
  50. alle querele ... pianto: voce per lamentarsi, o lacrime per piangere.
  51. veggiàn: vediamo.
  52. nel ... su: nel capovolgere.
  53. l’umor ... uscir: il liquido che vorrebbe uscire.
  54. alquanto: un poco.
  55. che se ne pèra: che ne muoia.
  56. quel: costui; l’immaginario diffamatore e falsario.
  57. la man: la grafia.
  58. speme: speranza.
  59. il dosso preme: fa pressione sul dorso di Brigliadoro, il suo destiero; cioè gli sale in sella.
  60. dando ... loco: quando il sole cede già il passo alla luna: è il tramonto.
  61. le vie ... tetti: i comignoli.
  62. villa: casa di campagna.
  63. Languido: indebolito.
  64. discreto: assennato. 
  65. altri: qualcuno.
  66. forbir: pulire.
  67. la casa: l’abitazione del pastore che al canto XIX aveva ospitato Medoro ferito e Angelica che lo curava.
  68. Corcarsi: coricarsi; un letto in cui dormire.
  69. piena: i due innamorati avevano infatti tempestato di scritte anche la casa del pastore (canto XIX, ottava 36).
  70. che teme ... debbia: ha paura di rendere troppo evidente e chiara a se stesso la cosa che cerca di avvolgere nella nebbia, perché gli faccia meno male; cioè il fatto che Angelica è di Medoro.
  71. senza rispetto: senza farsi problemi: il pastore è abituato a raccontare la sto-ria dei due innamorati per divertire i suoi ospiti, e dunque si mette a raccontarla anche a Orlando, pensando di sollevargli il morale. Il racconto del pastore delle ottave 119-120 riassume fedelmente quello del canto XIX, ottave 19-40, con alcune espressioni riprese identiche.
  72. a(i) prieghi: su richiesta.
  73. d’una ... quella: di una piaga più grande di quella da cui stava guarendo Medoro.
  74. loco: riposo, pace.
  75. fante: soldato semplice; “pedone” e non cavaliere, di umile e non di nobile origine. 
  76. All’ultimo ... ridusse: la fine della storia fu.
  77. inante: davanti a Orlando. Evidentemente il pastore ha l’abitudine di concludere il racconto mostrando ai suoi ascoltatori la gemma lasciatagli in ricompensa (mercede) da Angelica, prova materiale che tutto è successo davvero. È una prova inconfutabile anche per Orlando, e dolorosissima: anche se il pastore non lo sa e Ariosto non lo dice di nuovo, i lettori del canto XIX dell’Orlando furioso (ottave 37-40) ricordano bene che si tratta del braccialetto d’oro «adorno di ricche gemme» che le aveva regalato tempo addietro (al tempo dell’Innamorato) proprio il povero Orlando. Oltre al danno di doversi arrendere all’evidenza che Angelica ama un altro, il paladino subisce anche la beffa di sapere quanto poco conto la principessa fa dei suoi preziosi regali, usati per pagare un pastore.
  78. secure: scure.
  79. battiture: percosse.
  80. si vide ... satollo: quel boia di Amore si sentì sazio.
  81. Celar si studia: si sforza di nascondere.
  82. pòllo: lo può.
  83. convien ... scocchi: è necessario che alla fine esca fuori.
  84. allargare il freno: allentare il controllo.
  85. senza altrui rispetto: senza dovere aver riguardo per altri.
  86. con spesse ruote: con frequenti rivolgimenti.
  87. cercando: per trovare una posizione comoda e dormire.
  88. lo: il letto.
  89. gli soccorre: gli viene in mente.
  90. drudo: amante.
  91. piuma: materasso, letto.
  92. abborre: detesta, rifugge con orrore.
  93. leva: alza.
  94. il villan: il contadino.
  95. immantinente ... casca: gli diventano all’improvviso tanto odiosi.
  96. va dinanzi al: precede il.
  97. alla ... frasca: nella parte più intricata e scura.
  98. gli è aviso: gli pare.
  99. resta: smette.
  100. Fugge: rifugge, evita.
  101. vivace: inesauribile.
  102. stillo: verso.
  103. sì larga vena: tanta abbondanza.
  104. Non suppliron: non sono state sufficienti.
  105. finîr: finirono.
  106. fuoco: della passione.
  107. il vitale umore: il liquido vitale: probabilmente si deve intendere “il sangue”, che era uno dei quattro umori che regolano il corpo secondo la medicina antica.
  108. ed è ... estreme: ed è quello, l’umore vitale, ciò che scorre dagli occhi, e porterà a esaurirsi insieme il mio dolore e la mia vita.
  109. né ... tali: e i sospiri non sono fatti così.
  110. han ... talora: ogni tanto si calmano.
  111. men ... esali: mandi fuori la sua pena con minore intensità.
  112. fa: produce. 
  113. con che ... mai?: con che straordinario sistema riesci a tenere il mio cuore nel fuoco, senza mai consumarlo?
  114. acciò ... chi: allo scopo di fungere da esempio, con il proprio spettro, che è l’unica cosa rimasta, a chi.
  115. Pel bosco errò: vagò per il bosco.
  116. la dïurna fiamma: il sole.
  117. tornò: riportò.
  118. insculse l’epigramma: scolpì la sua poesia.



    *Epigramma

    Nell’uso odierno si definisce “epigramma” un breve componimento poetico di tono scherzoso, ironico, a volte satirico (tali sono per esempio gli epigrammi del poeta latino Marziale): e, per traslato, uno stile epigrammatico corrisponde a uno stile breve, efficace, caustico. In questo passo ariostesco, epigramma conserva invece il suo valore etimologico, di “cosa scritta sopra” (dal greco grápho, “scrivo” ed epì, “sopra”): Medoro ha scritto i suoi versi su una pietra all’ingresso della grotta. Nel Settecento, dal greco epigraphé (dallo stesso verbo epigrápho) entrerà nell’uso italiano anche la parola “epigrafe”, nel senso preciso di iscrizione su una tomba, epitaffio (táphos è il sepolcro).



     
  119. dramma: un grammo, un atomo; la dracma era un peso minimo e una moneta di infimo valore.
  120. antro: grotta.
  121. stelo: fusto, tronco.
  122. Così restâr: rimasero tali, furono ridotti in tale stato.
  123. gielo: frescura.
  124. già: prima.
  125. fu poco sicura: non poté difendersi.
  126. da ... turbolle: le rimescolò da cima a fondo tanto.
  127. furo: furono.
  128. monde: pulite.
  129. molle: bagnato.
  130. la lena ... risponde: il fiato finito non corrisponde; l’energia, esaurita, non basta a soddisfare.
  131. motto: parola.
  132. si serba: si mantiene, resta.
  133. non cessò: non smise.
  134. che: finché.
  135. commosso: mosso, messo in moto.
  136. gli arnesi: parti minori dell’armatura, oltre all’usbergo.
  137. l’usbergo: la corazza.
  138. albergo: sede.
  139. ispido: peloso.
  140. che de la ... intenda: che non ci sarà mai chi senta parlare di una più orrenda; che non se ne sentirà mai raccontare una peggiore.
  141. tor: prendere.
  142. sovenne: venne in mente.
  143. avria: avrebbe.
  144. bipenne: scure doppia.
  145. era bisogno: era necessaria.
  146. fe’ ben ... eccelse: compì sicuramente alcune delle sue imprese più alte.
  147. al primo crollo svelse: sradicò al primo scossone.
  148. ebuli o aneti: i primi sono una specie di sambuco, i secondi un tipo di finocchi.
  149. orni: frassini.
  150. illici: lecci.
  151. Quel ch’un ... urtiche: quello che un cacciatore di uccelli, che si prepari il campo sgombro («s’apparecchi / il campo mondo») per piazzare le trappole, fa con i giunchi, le erbacce e le ortiche»; ucellator: cacciatore che cattura gli uccelli con reti e trappole.
  152. la vo’ ... diferire: la voglio rinviare, prima.
  153. pania: materia vischiosa per catturare uccelli.
  154. non ... l’ale: non vi invischi anche le ali. Il vischio era anch’esso colloso, e usato per uccellare.
  155. suo ... segnale: dimostra la propria pazzia con qualche altro indizio.
  156. espresso: esplicito, evidente.
  157. per altri ... stesso: perdere se stessi perché si vuole qualcun altro.
  158. tutt’una: una sola, sempre la stessa.
  159. la via ... fallire: a chi vi va, succede per forza di sbagliare strada.
  160. travia: esce dalla via.
  161. a chi ... catena: chi trascorre la vita amando, oltre a tutte le altre pene (amorose), merita di essere legato a ceppi e catene (come i pazzi furiosi, appunto). L’amore è insomma una malattia mentale che produce matti da legare
  162. potria: potrebbe.
  163. Frate: fratello, amico.
  164. l’altrui: quello degli altri.
  165. fallo: errore.
  166. or che ... intervallo: ora che ho una fase di lucidità mentale.
  167. uscir ... ballo: lasciare le danze, uscire dal gioco, chiuderla una volta per tutte con l’amore.
  168. ma tosto ... posso: ma non posso farlo presto quanto vorrei.