Carlo Goldoni

Mémoires

In fuga con i comici

Goldoni scopre prestissimo la sua vocazione per il teatro, che non è soltanto scrittura ma anche recitazione, regia, e insomma la vita teatrale in ogni sua manifestazione. L’episodio che segue, tratto dai Mémoires, è uno dei più celebri della sua autobiografia proprio perché mostra quanto fosse forte per lui, sin dagli anni della giovinezza, il richiamo del palcoscenico. Goldoni, tredicenne, si trova a Rimini, dove frequenta le lezioni di filosofia e di logica alla scuola dei domenicani. La madre, il padre e il fratello Giovanni si trovano invece a Chioggia (dove il padre lavora come medico). A Rimini arriva la compagnia di comici del napoletano Paolo Antonio Foresi, e il piccolo Goldoni va a vederla a teatro e resta folgorato (soprattutto dal fatto che nella compagnia sono presenti delle donne, mentre spesso, nel teatro di quei tempi, le parti femminili erano sostenute da maschi adolescenti). Quando scopre che la loro prossima tappa è Chioggia, decide di aggregarsi a loro. 

Capitolo IV

I primi giorni andavo a teatro, molto modestamente, in platea; vedevo qualche giovane come me tra le quinte: tentai allora di spingermi fin là e non trovai ostacolo alcuno; guardavo con la coda dell’occhio quelle signorine ed esse mi fissavano assai arditamente. A poco a poco mi familiarizzai con loro; di discorso in discorso, di domanda in domanda, vennero a sapere che ero veneziano. Erano tutte mie compatriote, mi fecero coccole e gentilezze senza fine; lo stesso capo-comico1 mi colmò di cortesie: mi invitò a cena a casa sua, vi andai e non vidi più il reverendo Candini2.

I comici stavano ormai per concludere il loro impegno e dovevano andarsene; la loro partenza mi procurava sincero dispiacere. Un venerdì, giorno di riposo per tutta l’Italia3, tranne che per lo stato di Venezia, facemmo una scampagnata; c’era tutta la compagnia, il capocomico annunciò la partenza entro gli otto giorni seguenti; aveva già fissato la barca che li avrebbe condotti a Chioggia4... A Chioggia! Esclamai con un grido di sorpresa. – Sissignore, dobbiamo andare a Venezia, ma ci fermeremo quindici o venti giorni a Chioggia per darvi qualche rappresentazione di passaggio. – Ah, Dio mio! Mia madre è a Chioggia e la vedrei con vero piacere. – Venite con noi. – Sì, sì (gridano tutti l’uno dopo l’altro) con noi, con noi, sulla nostra barca; vi troverete bene, non vi costerà nulla; si gioca, si ride, si canta, ci si diverte, ecc. Come resistere a una tentazione così grande? Perché perdere un’occasione così bella? Accetto, mi impegno e faccio i miei preparativi.

Comincio con il parlarne al mio ospite5, egli vi si oppone con forza: io insisto ed egli riferisce il fatto al conte Rinalducci; eran tutti contro di me. Fingo di cedere, me ne sto tranquillo; il giorno fissato per la partenza infilo in tasca due camicie e un berretto da notte; mi reco al porto, salgo sulla barca per primo, mi nascondo ben bene sotto prua; avevo con me il calamaio da tasca, scrivo al signor Battaglini, gli presento le mie scuse: è la voglia di rivedere mia madre che mi trascina; lo prego di donare tutta la mia roba alla governante che mi aveva curato durante la malattia e gli annuncio che sto ormai per partire. Ho commesso una mancanza, lo riconosco; ne ho commesse altre, lo riconoscerò parimenti.

Arrivano i comici. – Dov’è Goldoni? – Ecco Goldoni che esce dalla sua tana; tutti scoppiano a ridere; mi fanno festa, mi vezzeggiano, si fa vela. Addio Rimini.



Capitolo V

La barca dei comici. Sorprese di mia madre. Interessante lettera di mio padre.

I comici non eran certo quelli di Scarron6; eppure l’insieme della compagnia sulla barca formava un quadro divertente.

Dodici persone, fra attori e attrici, un suggeritore, un macchinista, un trovarobe7, otto domestici, quattro cameriere, due balie e, inoltre, bambini di ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni, persino un agnello: l’arca di Noè.

La barca era molto ampia, c’erano numerosi compartimenti: le donne avevano ognuna una nicchia con tende; per me, invece, era stato preparato un buon letto accanto al capo-comico; eravamo tutti ben sistemati.

L’intendente generale del viaggio, che era a un tempo il cuoco e il credenziere8, suonò una campanella che era il segnale della colazione; ci si riunì allora in una specie di sala allestita al centro della barca, sopra le casse, i bagagli e i pacchi; su una tavola ovale c’erano caffè, tè, latte, pane tostato, acque e vino.

La prima Amorosa9 chiese un brodo: non ce n’era. Essa andò su tutte le furie; non senza fatica si riuscì a calmarla con una tazza di cioccolata; ella era la più brutta e la più difficile10.Dopo la colazione venne proposta una partita in attesa del pranzo. Io sapevo giocare a tressette: era il gioco preferito di mia madre, che me l’aveva insegnato.

Stavamo per cominciare un tressette e un picchetto11, quando un tavolo di faraone12, che nel frattempo era stato preparato sul ponte, attirò l’attenzione di noi tutti; il banco annunciava più divertimento che interesse: il capocomico non avrebbe altrimenti dato il permesso.

Si giocava, si rideva, si scherzava, ci si burlava vicendevolmente; la campanella annuncia il pranzo: ci andiamo.

Maccheroni! Tutti vi si gettano sopra: ne vengono divorate ben tre zuppiere. Carne di manzo cucinata come si usava allora, pollo freddo, lombo di vitello, dessert e buon vino; ah, che pranzo squisito! Non v’è cibo migliore dell’appetito!

Restammo a tavola quattro ore. Poi i comici suonarono diversi strumenti, cantammo a lungo; la Servetta cantava assai bene; io la guardavo attentamente: mi dava una strana sensazione. Ma, ahimè, un imprevisto venne a interrompere l’allegria della brigata; un gatto fuggì dalla gabbia: si trattava del micetto della prima Amorosa. La poveretta invocò l’aiuto di tutti, noi lo rincorremmo; il gatto, che era schizzinoso proprio come la sua padrona, strisciava, saltava, si nascondeva dappertutto; vedendosi inseguito, si arrampicò sull’albero: la signora Clarice13 fu colpita da un malore. Un marinaio sale sull’albero per acchiappare il gatto, ma quello si butta in mare e vi resta. Ecco la padrona disperata: vuole uccidere tutti gli animali che vede, vuole gettare la sua cameriera nella tomba dell’amato gattino. Tutti prendono le difese della cameriera e il litigio diventa generale. Arriva il capo-comico, fa mille moine all’afflitta: finisce per ridere anch’essa; ed ecco il gatto dimenticato.

Ma ora basta, penso; sarebbe abusare troppo del lettore l’intrattenerlo oltre con simili fatterelli, che sono da nulla.

Il vento non era favorevole: restammo in mare tre giorni; sempre gli stessi passatempi, gli stessi piaceri, lo stesso appetito; il quarto giorno arrivammo a Chioggia.

Io non avevo l’indirizzo dell’appartamento di mia madre, ma non impiegai troppo tempo a cercarlo. La signora Goldoni e sua sorella portavano la cuffia14: appartenevano alla classe dei ricchi, tutti le conoscevano.

Pregai il capocomico di accompagnarmi; vi si prestò con piacere, venne con me: si fece annunciare; io restai in anticamera. – Signora, disse a mia madre, vengo da Rimini, vi porto notizie del signorino vostro figlio – Come sta mio figlio? – Benissimo, signora. – È contento del suo stato? – Non troppo, signora; soffre molto. – Di che cosa? – Di essere lontano dalla sua tenera madre. – Povero figliuolo! Vorrei davvero averlo qui con me. (Io sentivo tutto, e mi batteva forte il cuore.) – Signora, continuò il comico, io gli avevo proposto di portarlo con me. – E perché non l’avete fatto? – E voi sareste stata d’accordo? – Certamente. – Ma, e i suoi studi? – I suoi studi! Che cosa gli avrebbe impedito di tornare là? E poi, maestri ce ne sono dappertutto. – Lo vedreste dunque con piacere? – Con immensa gioia. – Signora, eccolo qui. Apre la porta, io entro, mi getto alle ginocchia di mia madre; ella mi abbraccia: le lacrime ci impediscono di parlare.

IL FASCINO DELLA VITA TEATRALE   Goldoni non era solo un autore di teatro: era un teatrante, cioè un uomo che viveva quotidianamente – come attore, regista, scrittore di scena – la realtà del palcoscenico. L’episodio narrato in questo brano ha dunque qualcosa di simbolico: ancora ragazzino, Goldoni scopre la sua vocazione e, pur di seguirla, non esita a scappare dal collegio e imbarcarsi con una compagnia di comici. Il teatro si presenta ai suoi occhi con due promesse molto allettanti per un adolescente. La prima è la promessa della compagnia di donne eccezionalmente libere e disinibite, per gli standard del tempo; ed è particolarmente notevole, in questo brano, l’unione tra l’innocenza dell’età, che non osa desiderare («guardavo con la coda dell’occhio quelle signorine») e la malizia di quelle «coccole e gentilezze senza fine». La seconda è la promessa di una vita avventurosa. A Rimini, Goldoni frequenta le lezioni di logica e filosofia di padre Candini, ma è uno studente svogliato perché si annoia in fretta, e perché ciò che gli piace è la letteratura teatrale: come scrive qualche pagina prima nei Mémoires, «nutrivo il mio spirito di una filosofia ben più utile e piacevole: leggevo Plauto, Terenzio, Aristofane e i frammenti di Menandro». La compagnia dei comici che arriva inattesa a Rimini è come l’incarnazione delle letture che il giovane Goldoni aveva fatto sino ad allora: e questi comici non solo sono divertenti da vedere sul palcoscenico; fanno anche una vita interessante, perché sono sempre in viaggio. Ed è difficile immaginare qualcosa di più seducente, per un ragazzo, di una traversata in mare in mezzo a una simile compagnia: quando scrive questa pagina, Goldoni ha passato da un pezzo i settant’anni, e tuttavia la descrizione che dà della vita di bordo (con le partite a carte, le liti, le mangiate, l’allegria generata dalla confusione) riesce a trasmettere perfettamente al lettore l’entusiasmo e la gioia che egli doveva aver provato tanti anni prima. In particolare, è felicissima la descrizione del pranzo, con quell’elenco di cibi («Maccheroni!») che sembra riprodurre le urla di entusiasmo degli attori affamati, al vedersi di fronte tanto ben di Dio.

UN PICCOLO DRAMMA SENTIMENTALE   Ma il ragazzino è pur sempre un ragazzino, per quanto votato al teatro, e l’episodio si chiude in maniera tenera, commovente, con la bella scena dell’incontro con la madre, incontro che dà a Goldoni e al capocomico della compagnia l’occasione di improvvisare un piccolo dramma sentimentale (perché la madre non sa che il figlio, che lei crede lontano, in realtà è lì accanto a lei): il gusto per la recita è così naturale, in Goldoni, da non abbandonarlo neppure in questi momenti patetici. 

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Che cosa spinge il giovane Goldoni ad avvicinare i comici «tra le quinte»?

2. Il mondo del teatro esercita su Goldoni un fascino irresistibile: a tuo giudizio, alla luce del racconto appena letto, la ragione di tale attrazione riguarda la sola sfera artistica, oppure anche il divertimento e il gusto per l’avventura hanno un ruolo determinante?

ANALIZZARE

3. Anche qui, come nei testi teatrali, Goldoni non affronta direttamente la psicologia dei personaggi, ma i “caratteri” emergono dal loro comportamento e dalle battute del dialogo. Definisci in poche righe il carattere dei seguenti personaggi: Capo-comico, Prima amorosa, Servetta, Madre.

INTERPRETARE

4. Prendendo spunto dalla parte conclusiva del testo (l’incontro tra Goldoni e la madre), scrivi una breve relazione da presentare alla classe sugli elementi fondamentali della poetica goldoniana e in particolare sul rapporto tra Mondo e Teatro.

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  1. lo stesso capocomico: Paolo Antonio Foresi, in arte Florindo de’ Maccheroni. Scrive lo storico settecentesco Francesco Saverio Bartoli: «Era un comico, che unir sapeva alla prontezza delle parole l’argutezza dei sali; e giocava meravigliosamente delle scene insieme col Pulcinella. Aveva egli una veemente passione pe’ Maccheroni; e però Florindo de’ Maccheroni fu comunemente appellato [...]. In alcune commedie ridicole, e dove la mensa avea luogo, voleva che fossero apparecchiati i maccheroni, che venivano da lui divorati [...]. Nella Tragicommedia del Gran Convitato di Pietra, portavali ben conditi nelle saccoccie dell’abito, e mangiavali senza soggezione alcuna in mezzo alla scena». È una scena che si ritrova quasi uguale in un film di Totò, Miseria e nobiltà: può essere un caso, o Totò può essersi ispirato a quel motivo ormai tradizionale.

  2. il reverendo Candini: il professore di logica e filosofia da cui Goldoni andava a lezione.

  3. per tutta l’Italia: nei teatri italiani, le compagnie riposavano di solito il venerdì.

  4. Chioggia: cittadina situata pochi chilometri a sud di Venezia.

  5. al mio ospite: si tratta del signor Battaglini, la persona di fiducia alla quale il piccolo Goldoni è stato affidato durante il suo soggiorno a Rimini.

  6. scarron: Paul Scarron (16101660), uno dei maggiori commediografi francesi. Qui l’espressione vuol dire che si trattava di una compagnia un po’ scalcagnata.

  7. trovarobe: chi, in una compagnia teatrale, è incaricato di trovare il materiale che dovrà essere usato in scena.

  8. credenziere: chi si occupa delle vivande.

  9. La prima Amorosa: l’attrice che, nella commedia, recita la parte dell’innamorata.

  10. la più difficile: la più capricciosa, la più difficile da accontentare.

  11. picchetto: gioco di carte di origine francese.

  12. faraone: gioco di carte d’azzardo (Goldoni era un amante dei giochi di carte: di qui il puntiglio con cui ne ricorda i nomi).

  13. Clarice: Clarice Gigli, la prima Amorosa, appunto.

  14. portavano la cuffia: cuffie e cappellini erano indossati, di solito, dalle persone benestanti: portare la cuffia qui dunque vuol dire “essere persone distinte”.