Giuseppe Ungaretti

L’Allegria

In memoria

La poesia In memoria, che inaugura Il porto sepolto, è dedicata a Moammed Sceab, un amico che Ungaretti aveva conosciuto a scuola e che si era poi trasferito con lui dall’Egitto a Parigi. Per integrarsi nella nuova nazione, Moammed aveva cambiato il proprio nome in Marcel, senza però riuscire a trovare una propria identità. Il disagio dello sradicamento conduce Sceab al suicidio, avvenuto nella pensione parigina dove il giovane alloggiava e dove viveva lo stesso Ungaretti, che così lo ricorda in una delle note di commento scritte per l’edizione completa delle sue poesie: «Baudelaire era l’argomento di discussioni interminabili con uno dei miei compagni, che un giorno trovarono morto, perché in nessun paese si poteva accasare, in una stanza dello stesso albergo che abitavamo, in rue des Carmes a Parigi: Moammed Sceab».

Locvizza1 il 30 settembre 1916



    Si chiamava
    Moammed Sceab
   
    Discendente
    di emiri di nomadi2
5   suicida
    perché non aveva più
    Patria
   
    Amò la Francia
    e mutò nome
   
10   Fu Marcel
    ma non era Francese
    e non sapeva più
    vivere
    nella tenda dei suoi
15   dove si ascolta la cantilena3
    del Corano4
    gustando un caffè
   
    E non sapeva
    sciogliere
20   il canto
    del suo abbandono5
   
    L’ho accompagnato6
    insieme alla padrona dell’albergo
    dove abitavamo
25   a Parigi
    dal numero 5 della rue des Carmes
    appassito vicolo7 in discesa
    Riposa
    nel camposanto d’Ivry8
30   sobborgo che pare
    sempre
    in una giornata
    di una
    decomposta fiera9
   
35   E forse io solo
    so ancora
    che visse





Metro: versi liberi. L’assenza di rime e di punteggiatura e la prevalenza di versi brevi sono caratteristiche dello stile del primo Ungaretti. La parola, “slegata” dai vincoli metrici e sintattici, deve infatti risaltare nei suoi valori di senso e di suono. 

LA PAROLA ISOLATA   L’uso di versi per lo più molto brevi, la sintassi frammentaria o paratattica, il ricorso a verbi di modo indefinito (infiniti e participi, soprattutto) al posto di quelli di modo finito (come l’indicativo o il congiuntivo), l’assenza pressoché totale di punteggiatura, sono tutte caratteristiche dello stile delle avanguardie: basti pensare ai “versicoli” usati dal poeta Aldo Palazzeschi e più ancora ai francesi Mallarmé e Apollinaire. Ma in Ungaretti questi artifici formali rispondono a un’esigenza molto diversa da quella dei modelli di inizio Novecento. Nelle avanguardie, lo scopo prevalente era quello di mettere in discussione le forme canoniche della poesia, adottando soluzioni estreme anche con intenzioni ironiche. In memoria è invece una poesia con uno sfondo tragico. Ungaretti quindi riprende la tecnica, ma ne cambia le finalità: nella poesia In memoria, come in molte altre dell’Allegria, la brevità dei versi serve infatti soprattutto a isolare le parole significative. Circondata dal bianco della pagina, la parola spicca e lascia emergere i suoi significati profondi e la sua carica espressiva (cioè la forza del suono, il cosiddetto “significante”).

LA RICERCA DI UNA “PATRIA”   Tra le parole-verso che Ungaretti isola c’è Patria (v. 7), vero nucleo della poesia e dell’intera raccolta. Moammed/Marcel si è ucciso perché non aveva più una patria, cioè non possedeva una sicura identità né familiare e territoriale, né culturale. E questa mancanza, questo vuoto, è resa attraverso la serie di negazioni che scandiscono il testo: di Moammed Scead sappiamo soltanto ciò che non era e ciò che non sapeva (non aveva più, v. 6; non era Francese, v. 11; non sapeva più, v. 12; non sapeva, v. 18). Il protagonista delle liriche dell’Allegria intraprende invece un lungo viaggio proprio alla riconquista di una “patria” ideale e materiale, raggiunta attraverso la sofferenza nella trincea e il riconoscimento delle proprie origini nelle usan ze e nelle terre dei padri. Tra l’altro, questo aspetto della poetica ungarettiana motiva anche alcune inclinazioni ideologiche del poeta, come il consenso nei confronti di Mussolini nelle prime fasi della sua ascesa e la mancata presa di distanza dal fascismo, che aveva appunto in un patriottismo tronfio e aggressivo uno dei suoi tratti caratterizzanti.

UNGARETTI E I CREPUSCOLARI  Per Ungaretti, la ricerca della patria va di pari passo con l’affermazione della propria identità di poeta . Anche in questo si dimostra lontano dai poeti crepuscolari, che rifiutavano di assumere quel ruolo : pensiamo ad esempio a Sergio  Corazzini (1886-1907)  che scriveva «Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange ». Nei crepuscolari, il rifiuto o la vergogna di essere considerati poeti nasceva tanto da un senso di inadeguatezza rispetto a una realtà storica e sociale in cui la poesia non poteva più affermare valori validi per tutti, quanto da una polemica più o meno esplicita con la retorica di scrittori come Carducci o D’Annunzio. Due autori, cioè, che incarnavano l’antico modello del “poeta vate” , quello che con la propria arte rappresenta un modello e una guida morale e civile per un’intera nazione. Un modello non più attuale in pieno Novecento, che neanche Ungaretti vuole recuperare ma a cui tuttavia si avvicina: questo perché, come si è detto, la poesia è per lui l’espressione dell’appartenenza  a un popolo, a una lingua, a una cultura. Al contrario di Ungaretti, Sceab non sapeva più «sciogliere il canto» (espressione che rimanda al canto come forma primitiva di poesia), cioè non riusciva a elaborare attraverso la poesia il trauma del distacco dalla madrepatria: segno ulteriore di una condizione di sradicamento esistenziale che conduce al suicidio.  

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi il contenuto della lirica.



2. Fai la parafrasi dei vv. 18-21.



ANALIZZARE


3. Individua tutti i termini appartenenti al mondo arabo di Moammed e tutti quelli appartenenti al mondo francese di Marcel. In che modo sono disposti? Sono mescolati tra loro o sono tenuti distinti?



CONTESTUALIZZARE


4. Nella condizione di «sradicato» di Moammed/Marcel, Ungaretti legge anche la propria. Ripercorri la biografia del poeta e crea una mappa concettuale dal titolo “Ungaretti e la ricerca delle radici”.



INTERPRETARE


5. Commenta la frase che chiude amaramente il testo: E forse io solo / so ancora / che visse.



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  1. Locvizza: nel Carso, l’altopiano roccioso al confine tra Italia, Slovenia e Croazia dove passava la linea del fronte durante la prima guerra mondiale. Luogo e data non corrispondono a quelle dell’evento raccontato (il suicidio dell’amico a Parigi), ma a quelle del momento in cui il poeta rievoca quell’evento.
  2. \r
  3. emiri di nomadi: gli emiri sono i governatori, i principi delle comunità islamiche; ma qui l’accostamento con i nomadi evoca appunto l’immagine di (nobili) generazioni di senzapatria (tale è infatti Moammed Sceab).
  4. \r
  5. cantilena: «Non credo che la poesia araba sia una poesia di colore. È una poesia di musica, non di colore. Quel vociare piano torna, e torna a tornare, nel canto arabo, mi colpiva» (Ungaretti).
  6. \r
  7. Corano: il libro sacro della religione islamica, recitato in una preghiera cantilenante. I ricordi dell’Egitto sono frequenti nella poesia del primo Ungaretti. In Notte di maggio, nella sezione Ultime, scrive ad esempio: «Il cielo pone in capo / ai minareti / ghirlande di lumini», e anche in quel caso si tratta di un riferimento all’islam, perché i «lumini» che ornano i minareti sono quelli accesi durante gli otto giorni di una festività musulmana in cui viene ricordato il sacrificio di Abramo.
  8. \r
  9. sciogliere … abbandono: intonare il canto del suo abbandono, cioè trasformare il suo isolamento, il suo “non essere a casa in nessun luogo”, in occasione di poesia: Moammed non appartiene né al mondo da cui proviene né a quello che lo ospita.
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  11. L’ho accompagnato: ho seguito il suo funerale.
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  13. appassito vicolo: la metafora vegetale del vicolo appassito come un fiore esprime la tristezza cimiteriale della situazione.
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  15. Ivry: cittadina vicino a Parigi
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  17. giornata … fiera: con un’aria di abbandono e smobilitazione, come quando si smontano i tendoni e le bancarelle al termine di una fiera. Ma si noti che il participio decomposta (v. 34) richiama metaforicamente la morte e la consunzione del corpo dell’amico sepolto a Ivry.
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