Ugo Foscolo

Poesie

In morte del fratello Giovanni

Gian Dioniso Foscolo, chiamato Giovanni, aveva tre anni in meno del fratello Ugo. Anch’egli, come il fratello maggiore, era militare nell’esercito della Repubblica cisalpina: morì l’8 dicembre 1801 in circostanze mai chiarite. Secondo la versione ufficiale, si era suicidato perché, dopo aver perso tutti i suoi averi al gioco, aveva sottratto del denaro dalla cassa dell’esercito. Foscolo commentò così la notizia, scrivendo a Vincenzo Monti: «La morte dell’infelicissimo mio fratello ha esulcerato tutte le mie piaghe: tanto più ch’ei morì di una malinconia lenta, ostinata, che non lo lasciò né mangiare né parlare per quarantasei giorni. Io mi figuro i martirj di quel giovinetto e lo stato doloroso della nostra povera madre fra le cui braccia spirò. Ma io temo che egli stanco della vita siasi avvelenato, mia sorella mi conferma in questa opinione. La morte sola finalmente poté decidere la battaglia che le sue virtù, e i suoi grandi vizj manteneano da grande tempo in quel cuore di fuoco». Il sonetto fu composto tra l’aprile e il giugno del 1803.

    Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
    di gente in gente1, me vedrai seduto
    su la tua pietra2, o fratel mio, gemendo
  4   il fior de’ tuoi gentili anni caduto3.



    La Madre or sol suo dì tardo traendo4
    parla di me col tuo cenere muto5,
    ma io deluse a voi le palme tendo6
  8   e sol da lunge i miei tetti7 saluto.



    Sento gli avversi numi8, e le secrete
    cure che al viver tuo furon tempesta9
 11   e prego anch’io nel tuo porto quïete10.



    Questo di tanta speme11 oggi mi resta!
    Straniere genti12, almen le ossa rendete
14   allora al petto della madre mesta13.



Metro: sonetto con schema ABAB ABAB CDC DCD.

LA QUIETE NELLA MORTE   Il poeta, se un giorno porrà fine al suo peregrinare lontano da casa, spera di poter piangere  sulla tomba del giovane fratello (vv. 1-4). Il pensiero va alla madre, ormai vecchia e priva del conforto di entrambi i figli, l’uno defunto e l’altro lontano (vv. 5-8). Foscolo condivide con il fratello il destino sventurato e il desiderio di trovare quiete nella morte (vv. 9-11): fra tutte le speranze giovanili è questa l’unica a rimanergli (v. 12). L’ultima preghiera viene rivolta ai popoli stranieri presso cui morirà, ed è quella di restituire il corpo alla madre (vv. 13-14).  La rete di richiami intertestuali (allusioni, riprese, contatti con altre poesie, sia di Foscolo sia di altri scrittori) è fittissima. I temi del “trovare quiete nella morte”, dell’“esilio” e dell’illacrimata sepoltura legano questo sonetto ai componimenti Alla sera e A Zacinto. L’incipit, come vedremo, deriva da Catullo, ma Foscolo (così come Catullo) fa riferimento all’esordio dell’Odissea di Omero: l’uomo «che tanto vagò», trascinato di popolo in  popolo e da un mare all’altro, è infatti Ulisse. Anche Virgilio usa le stesse parole per parlare di un altro eroe vagabondo e fuggitivo, Enea. Si crea così una lunga fila di allusioni che da Foscolo, grande cultore dei classici, attraverso Catullo e Virgilio arriva fino all’Odissea. Nonostante i richiami ai grandi classici, tuttavia, anche in questa poesia l’elemento dominante è la tensione che si crea fra l’estrema letterarietà e il carattere appassionatamente autobiografico del testo.

LA STRUTTURA DEL SONETTO   Le quartine e la prima terzina sono occupate ciascuna da un periodo; la seconda terzina, invece, da due periodi: uno nel primo verso, un altro nei due restanti. La sintassi si dispone, dunque, all’interno delle partizioni metriche. Gli enjambements non sono numerosi: solo quelli ai vv. 3-4 («gemendo / il fior») e 9-10 («secrete / cure») sono forti (di media intensità quelle ai vv. 1-2, «fuggendo / di gente in gente», e 2-3, «seduto / su la tua pietra»). Essi, peraltro, mettono in rilievo punti importanti del contenuto: il pianto del poeta e la giovinezza del defunto, e la sua sofferenza oscura, intima, tutta spirituale.

FOSCOLO E CATULLO   È probabile che solo qualche anno dopo la morte del fratello, Foscolo si sia accorto che questa perdita lo accomunava al poeta latino Catullo (I secolo a.C.). Quest’ultimo aveva raccontato in una delle sue poesie (Carmina CI) il pellegrinaggio alla tomba del fratello, morto giovane e lontano dalla famiglia, per compiere il rito funebre e dargli l’estremo saluto. Foscolo torna a quei versi, li rivive, li rifonde modellandoli sulla sua esperienza. Mette in primo piano il proprio vagare lontano da casa; la mancanza degli affetti familiari; la delusione per i progetti della giovinezza ormai falliti; l’inquietudine esistenziale dei due fratelli, che può trovare soluzione solo nella morte. La vicinanza dei loro destini, cui si aggiunge il pensiero della madre, ha una spia linguistica: l’abbondanza dei pronomi personali e degli aggettivi possessivi che si rincorrono per tutto il testo (io , v. 1; me , v. 2; tua  e mio , v. 3; tuoi , v. 4; suo , v. 5; me e tuo , v. 6; io e voi , v. 7; miei , v. 8; tuo , v. 10; io e tuo , v. 11; mi , v. 12). Paragonando i due testi, si nota che, di fatto, Foscolo conserva di Catullo soltanto lo spunto iniziale (vv. 1-10):

Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
Quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
Heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.


Di gente in gente, di mare in mare ho viaggiato, o fratello, e giungo a questa squallida tomba per consegnarti il dono supremo di morte e per parlare invano con le tue ceneri mute, perché la sorte ha rapito te, proprio te, o infelice fratello precocemente strappato al mio affetto. Ed ora queste offerte che ti porgo, come comanda l’antico rito degli avi, dono dolente alla tomba, gradisci; sono madide di molto pianto fraterno; e ti saluto per sempre, o fratello, addio. (Traduzione di F. della Corte)

Esercizio:

COMPRENDERE


1 Il sonetto è pieno di personaggi: l’io poetico, cioè Foscolo, il fratello, la madre, i popoli, i “numi”. Spiegane le azioni e le relazioni.



ANALIZZARE


2 Chiarisci le metafore che trovi nella prima quartina e nella prima terzina del sonetto.



3 La parola Madre (v. 5) è scritta con l’iniziale maiuscola. Perché?



4 Quali figure retoriche puoi trovare nell’espressione «io deluse a voi le palme tendo» (v. 7)?



CONTESTUALIZZARE


5 Confronta questo sonetto con Alla sera e con A Zacinto, rilevando analogie e differenze sul piano dei temi, della forma e dello stato d’animo del poeta.



6 Approfondisci il confronto tra il testo di Foscolo e il carme di Catullo proposto nell’Analisi del testo. In che senso si può parlare di “arte allusiva”?



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  1. s’io … gente: se non sarò più costretto a fuggire da un popolo all’altro (di gente in gente).
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  3. pietra: tomba (metonimia).
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  5. gemendo … caduto: piangendo il rigoglio stroncato (il fior caduto) dei tuoi anni delicati (gentili), la tua morte prematura.
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  7. or sol … traendo: trascinando avanti (traendo) la sua vecchiaia (suo dì tardo); sol può essere tanto aggettivo (“sola”) quanto avverbio (“soltanto”): il significato non cambia (mette in evidenza la solitudine della madre).
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  9. cenere muto: cadavere silenzioso, che non può rispondere; il genere maschile è un latinismo.
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  11. deluse … tendo: rivolgo verso di voi le mie mani (palme), che rimangono vuote (deluse nella loro intenzione di abbracciarvi).
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  13. sol da lunge: solo da lontano; tetti: case (sineddoche).
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  15. Sento: faccio esperienza; gli avversi numi: gli dèi contrari, il destino ostile.
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  17. le secrete … tempesta: le angosce intime (secrete cure) che agitarono come una tempesta la tua vita.
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  19. prego … quïete: prego di trovare anche io quiete nel porto in cui tu sei, cioè nella morte. Porto: la metafora della vita come viaggio per mare, e dunque della morte come porto, è una tra le più frequentate dell’intera letteratura mondiale. In Petrarca la metafora è frequentissima, ma la parola porto intesa come morte ha solo tre occorrenze, due delle quali in testi molto celebri: nella canzone Chiare fresche e dolci acque (Canzoniere, 126, v. 24) e nell’ultimo sonetto («s’io vissi in guerra et in tempesta, / mora in pace et in porto», Canzoniere, 365, vv. 9-10).
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  21. di tanta speme: di così grandi speranze nutrite in passato.
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  23. Straniere genti: popoli stranieri, presso cui Foscolo immagina di morire. Il tema della morte in terra straniera è ricorrente in Foscolo. Nella prima lettera dell’Ortis, Jacopo accarezza ancora il progetto di rimanere in patria, per il desiderio di morire nella terra dei padri: «Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri». E così anche nella lettera da Ventimiglia: «dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto». Al contrario, in A Zacinto Foscolo prevede con esattezza il suo destino, cioè una morte lontana dalla patria, senza il conforto di parenti e amici: «a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura» (vv. 13-14).
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  25. allora: dopo la mia morte; mesta: afflitta.
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