Percy Bysshe Shelley

Poesie

Inno alla bellezza intellettuale

Per qualche tempo, Shelley visse, insieme alla seconda moglie Mary, alla sorella di lei Claire e a Byron (che con Claire ebbe una relazione), sul lago di Ginevra. Proprio qui Shelley scrisse una delle sue poesie più note, l’Inno alla bellezza intellettuale (1816). Se il brano di Byron illustrava i caratteri dell’eroe romantico, l’Inno è esemplare di un’altra peculiarità della letteratura romantica, che è anche un aspetto centrale della poetica di Shelley: l’idea che – come dice il primo verso della poesia – una Forza invisibile governi il mondo, e che l’ispirazione poetica sia in grado di far entrare in comunicazione con quella forza, e di comprenderne le leggi.

L’ombra sacra di qualche Forza invisibile
galleggia, anche se invisibile, tra noi, – visitando
questo mondo vario con ali così incostanti
come venti estivi che strisciano di fiore in fiore, –
come raggi di luna che piovono dietro alcune montagne coperte di pini,
e visita con sguardo incostante
ogni cuore e volto umano;
come tinte e armonie della sera, –
come nubi sparse nel vasto chiarore di stelle, –
come ricordo di musica fuggita, –
come qualcosa che per la sua grazia può essere
caro, e ancora più caro per il suo mistero1

Spirito di Bellezza, che consacri
con i tuoi colori ogni pensiero o forma umana
su cui brilli, – dove sei andato?
Perché trascorri via e ci lasci in uno stato,
questa scura e vasta valle di lacrime, di vuoto e desolazione?
Chiedi perché la luce del sole non tessa
per sempre gli arcobaleni sopra quel torrente montano laggiù,
perché qualsiasi cosa, dopo che è apparsa, dovrebbe indebolirsi e svanire,
perché paura e sogno e morte e nascita
gettano sulla luce del giorno di questa terra
una tale tristezza, – perché l’uomo ha per obiettivo
amore e odio, sconforto e speranza2?

Nessuna voce da qualche più sublime mondo ha mai
dato queste risposte a saggio o poeta –
quindi i nomi di Demone e spirito e Cielo,
rimangono la registrazione del loro vano sforzo,
fragili incantesimi – il cui fascino noto non permette di distinguere
da tutto ciò che udiamo e vediamo
dubbio, caso e mutevolezza.
La tua luce soltanto – come nebbia spinta sulle montagne,
o musica soffiata dal vento della notte
attraverso le corde di qualche strumento immobile,
o raggio di luna su un fiume notturno
dà grazia e verità all’inquieto sogno della vita3.

Amore, Speranza, e Stima di sé, come nubi, partono
e vengono, prestati per alcuni momenti incerti.
L’uomo sarebbe immortale e onnipotente,
se tu, sconosciuta e sacra come tu sei,
mantenessi con la tua gloriosa fascinazione una dimora stabile nel suo cuore.
Tu messaggera di sentimenti,
che crescono e s’indeboliscono negli occhi degli amanti –
tu – che sei nutrimento del pensiero umano,
come il buio della fiamma morente.
Non partire, dato che la tua ombra è giunta,
non partire – altrimenti la tomba sarà,
come la vita e la paura, una scura realtà4.

Quando ero ancora un ragazzo ho cercato fantasmi, e corso
attraverso molte camere, grotte e rovine in ascolto,
e boschi sotto la luce delle stelle, inseguendo con passi pieni di paura
le speranze di parlare alto con i defunti.
Invocai i nomi avvelenati5, con cui la nostra gioventù è nutrita;
non ero udito – Non li ho visti –
quando meditando profondamente su tutta la vita
in quel dolce momento in cui i venti stanno corteggiando
tutte le cose vitali che si svegliano per portare
notizie di boccioli e fioriture6, –
all’improvviso, la tua ombra cadde su di me;
io urlai e congiunsi le mani in estasi7!

Ho fatto voto che avrei dedicato le mie forze
a Te8 e alle tue – non ho mantenuto il voto?
Con il cuore che batte e gli occhi che piangono, anche adesso
io invoco i fantasmi di migliaia di ore
ciascuna dalla sua tomba muta: in camere piene di visioni
di zelo appassionato o di delizia d’amore,
hanno superato insieme a me la notte invidiosa –
sanno che la gioia non ha mai illuminato il mio ciglio
slegata dalla speranza che tu avresti liberato
il mondo dalla sua scura schiavitù,
che tu – o sacra Amabilità,
avresti donato tutto quanto queste parole non riescono a esprimere9

Il giorno diventa più solenne e sereno
quando mezzogiorno è trascorso – c’è un’armonia
nell’autunno e una brillantezza nel suo cielo10,
che nell’estate non è ascoltata o vista,
come se non ci potesse essere, come se non ci fosse stata.
Così lascia che la tua forza, che discese come la verità
della natura sulla mia gioventù passiva,
alla mia vita futura procuri
la sua calma – a uno che venera te
e ogni forma che ti contiene,
uno che, Spirito bello, le tue magie costrinsero
a onorare sé stesso e ad amare tutto il genere umano11.

LA POESIA: UNA NUOVA RELIGIONE Questa poesia è un inno, e allude perciò a un genere letterario che appartiene tradizionalmente alla religione (l’inno ad Afrodite, a Zeus, a Dio, ai santi ecc.). Di fatto, Shelley adopera un linguaggio che ha molto in comune con il linguaggio sacro, e vuole ispirare nel lettore sensazioni e pensieri che hanno a che fare con la sfera del trascendente, del celeste. Ma Shelley era ateo, e la sua visione del trascendente non contempla la presenza di un dio. Le religioni tradizionali hanno fatto molti tentativi ma – osserva Shelley – non sono mai riuscite a spiegare il mondo terreno, il dubbio, il caso e la mutevolezza della vita terrena. La poesia, secondo una visione tipicamente romantica, permette invece di raggiungere una superiore conoscenza del mondo e di esprimerla con le parole: il poeta diventa una sorta di sacerdote di questa nuova religione. Shelley trova il suo dio nella Bellezza immateriale, che sta al di là della conoscenza data dei sensi. È una concezione influenzata dal filosofo greco Platone: per certi aspetti, lo «Spirito di Bellezza» di Shelley è un riflesso, una riscoperta dell’idea platonica di Bellezza, la Bellezza-in-sé, della quale partecipa ogni bellezza terrena.
Shelley sostituisce alle tre virtù teologali cristiane (Fede, Speranza e Carità) un’altra triade: «Amore, Speranza, e Stima di sé». Soprattutto attraverso quest’ultima emerge un altro carattere tipico dell’estetica romantica: il ruolo privilegiato che il poeta assegna al proprio io, alla propria sensibilità.

UNA FORZA ORDINATRICE Mentre la prima parte dell’inno svolge una sorta di teoria sull’essenza e sul significato del mondo terreno, la seconda ha carattere autobiografico e narrativo. Shelley racconta una sua esperienza giovanile: una specie di illuminazione, di estasi mistica, di natura quasi religiosa, durante la quale è venuto a contatto con la Bellezza intellettuale. Da quel momento in poi il poeta si dedica completamente alla Bellezza, diventandone una specie di sacerdote. La Bellezza, benché sia fragile e inafferrabile come un’ombra (seppure «L’ombra sacra di qualche Forza invisibile»), mutevole, temporanea, può liberare il mondo dalla schiavitù: è una luce che dà «grazia e verità» alla vita.
Come ha osservato René Wellek, se leggiamo la letteratura romantica «in ogni parte d’Europa», ciò che «troviamo è una visione della poesia come conoscenza della più profonda realtà, della natura come un tutto vivente, e della poesia essenzialmente come mito e simbolismo». Non è difficile trovare tutte queste caratteristiche nell’inno di Shelley. È chiaro infatti che, attraverso la poesia, Shelley vuole comprendere la realtà nella sua essenza più profonda. Il poeta crea (o svela) un’entità mitica, cioè soprannaturale e primordiale, la Bellezza Intellettuale, che deve sostituire i nomi delle divinità di cui hanno parlato le religioni tradizionali.

LA VOCE DI UN SENTIMENTO NOTO Perché una poesia del genere è tanto importante? Perché qui Shelley dà voce a un sentimento che è stato provato da molti uomini prima e dopo di lui, ma raramente espresso con tanta forza: il sentimento secondo cui esiste una forza ordinatrice che il poeta chiama «Spirito di Bellezza», una forza che in certi momenti dell’esistenza (la giovinezza, in particolare) può essere percepita, vista addirittura, da alcune anime elette («all’improvviso, la tua ombra cadde su di me»). È una sensazione difficile da descrivere, ma che molti di noi hanno provato o proveranno, confusamente, per esempio innamorandosi, o trovandosi di fronte ai grandi scenari della natura: nell’inno, Shelley ha saputo trovare le parole per esprimere questo attimo sublime.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Come si manifesta, secondo Shelley, lo «Spirito di Bellezza» che permea il mondo?

ANALIZZARE

2 L’idealismo visionario di questa poesia poggia sul concetto del mondo come organismo vivente, governato da una sorta di “anima”, o soffio vitale. In quali passaggi del testo quest’idea affiora con maggiore evidenza?

CONTESTUALIZZARE

3 Un grande studioso italiano, Mario Praz, ha scritto di Shelley che il suo atteggiamento nei confronti della natura genera «un brivido sacro dinanzi a una Presenza invisibile, una vibrazione incandescente che sfoca i contorni delle cose, e ha fatto pensare alcuni ad affinità con la pittura di William Turner (1775-1851)». Il confronto ti sembra pertinente? Tra le opere di Turner, considera per esempio Tempesta di neve, battello a vapore al largo di Harbour’s Mouth (1842).

INTERPRETARE

4 Secondo Salvatore Guglielmino, nella sua poesia Shelley si esprime «con una disposizione e con atteggiamenti che qualcuno ha definito “adolescenziali”, cioè con un ardore di slanci, con una trepidazione emotiva, con languori e aneliti generalmente estranei a un sentire adulto, con un’intensità di entusiasmi che sono nel contempo il pregio e il limite della sua poesia». Sei d’accordo con questo giudizio?

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  1. L’ombra sacra … mistero: l’ombra di una forza invisibile “galleggia” tra gli esseri umani, e visita i loro cuori, con la leggerezza di un vento, o della luce della luna, o del ricordo di una musica fuggita: qualcosa di caro e di misterioso, che il poeta riesce a definire soltanto attraverso questi vaghi paragoni.
  2. Spirito … speranza?: il poeta si rivolge direttamente a questa forza, che chiama «Spirito di Bellezza», e domanda dove sia andato, e perché – cessata la sua presenza – il mondo diventi un luogo triste e desolato, «una scura e vasta valle di lacrime».
  3. Nessuna … vita: parole come “demone”, “fantasma” (ghost) o “cielo”, che la poesia e la religione hanno adoperato per definire la forza nascosta che può illuminare gli uomini, sono inadeguate, perché è solo lo «Spirito di Bellezza» quello che può dare «grazia e verità all’inquieto sogno della vita».
  4. Amore … realtà: l’Amore, la Speranza e la Stima riempiono il cuore degli uomini quando lo «Spirito di Bellezza» li visita, e se lo Spirito non li abbandonasse mai gli uomini vivrebbero in uno stato di eterna beatitudine: il poeta lo implora, quindi, di rimanere con lui anche dopo la sua morte.
  5. i nomi avvelenati: sono i nomi degli esseri soprannaturali che la superstizione e la religione (che Shelley tende a identificare) insegnano ai bambini: per questo motivo, in quanto falsi, sono nomi avvelenati.
  6. tutte …. fioriture: con una bella immagine, il passaggio del vento, in primavera, è visto come una sorta di corteggiamento, durante il quale il vento sussurra notizie di rinascita («boccioli e fioriture») a tutte le cose vitali.
  7. Quando … esasi!: il poeta ricorda come, da ragazzo, fosse solito correre tra camere, grotte e rovine cercando di incontrare i fantasmi e di parlare con i defunti: invano, perché queste figure dai nomi avvelenati non sono reali. Ma l’estasi venne di colpo quando lo Spirito di Bellezza, inaspettatamente, fece scendere la sua ombra su di lui.
  8. a Te: si rivolge sempre allo «Spirito di Bellezza».
  9. Ho fatto … esprimere: da allora, il poeta ha deciso di consacrare la sua vita alla bellezza, e ora sostiene di aver tenuto fede a questo voto: tutte le gioie che ha provato erano legate alla speranza che lo «Spirito di Bellezza» avrebbe liberato il mondo «dalla sua scura schiavitù», riempiendolo di doni che le parole non possono esprimere.
  10. c’è un’armonia … cielo: nella stanza precedente, il poeta ha rievocato lo splendore della giovinezza e della primavera; ora osserva che il pomeriggio e l’autunno (facili metafore che indicano l’età matura che il poeta ha ormai raggiunto) sono più “solenni” e “sereni”, e dotati di un’armonia che l’estate non conosce.
  11. Il giorno … umano: ora la gioventù è trascorsa, il poeta (che allora aveva ventiquattro anni) è un uomo. Ma, dice con una splendida immagine, «il giorno diventa più solenne e sereno / quando mezzogiorno è trascorso»: prega dunque lo «Spirito di Bellezza» di tornare a scendere su di lui e di dare calma alla sua vita, alla vita di un uomo che venera lo Spirito, e teme se stesso, e ama «tutto il genere umano».