Coluccio Salutati

Invectiva in Antonium Luschum Vicentinum

Invectiva contro Antonio Loschi

Dopo aver allargato i propri domini a nord dell’Appennino, alla fine del Trecento Gian Galeazzo Visconti si stava espandendo anche in Toscana, conquistando Pisa e Siena e scontrandosi inevitabilmente con Firenze. La guerra tra le due città non si svolse però soltanto sui campi di battaglia, ma anche nelle pagine di alcuni scritti propagandistici. Il duello più famoso è quello tra Salutati e Antonio Loschi, umanista vicentino un tempo allievo del Salutati stesso e ora segretario dei Visconti. Nel 1401, Loschi aveva attaccato gli avversari con una Invectiva in Florentinos, “Invettiva contro i fiorentini”, che mirava a demolire il mito della florentina libertas. Secondo l’ideologia elaborata dallo stesso Salutati, Firenze si proclamava infatti erede dell’antica Roma repubblicana, e si autorappresentava perciò come baluardo delle libertà civili contro le tirannidi dell’Italia settentrionale. Secondo Loschi, invece, era tutta una montatura retorica che celava una realtà ben diversa: Firenze, infatti, è alleata di signorie padane tutt’altro che libere, come Ferrara, Padova e Mantova e, peggio ancora, è disposta a invocare l’invasione della penisola da parte della Francia, consegnando l’Italia a una monarchia straniera pur di contrastare Milano; i loro stessi alleati, per di più, compresi i bolognesi, odiano i fiorentini perché sanno quanto sono egoisti e inaffidabili; e i loro sudditi non aspettano altro che essere liberati dal loro dominio. La risposta di Salutati arriva a quanto pare solo nel 1403, quando il pericolo è ormai scampato (Gian Galeazzo muore improvvisamente nel 1402): più che un contrattacco, è insomma una celebrazione della vittoria. Gli argomenti usati dal settantenne cancelliere saranno il modello di ogni scritto in lode di Firenze per molti anni a venire.
Nella sua Invettiva, Loschi aveva sostenuto tra l’altro che i sudditi dei fiorentini in Toscana si auguravano il crollo di Firenze, che li teneva schiavi. Salutati non è d’accordo..

I sudditi dei Fiorentini [...] sarebbero soffocati dalla tirannide e privati della loro antica dignità? Loro, che sono nati liberi insieme a noi o qui hanno potuto finalmente godere il dolce bene della libertà una volta sfuggiti alle sofferenze di una terribile schiavitù? Vorrebbero cioè scuotersi di dosso un giogo che non hanno e spererebbero di sostituire – come tu fai finta di credere – il dolce freno della libertà (ossia vivere secondo il diritto e rispettare leggi comuni a tutti) col giogo tirannico del tuo signore? [...]. Grazie a te mi rendo conto – e, anzi, ora non ho più dubbi in proposito – che voi godete a essere servi, al punto da non poter vivere se non sottoposti a un signore, e non sopportereste a lungo quella fortunata condizione di poter scegliere che è tipica della libertà. Rispettare le leggi, di fronte alle quali tutti sono considerati secondo il sacrosanto principio dell’eguaglianza, è per voi un giogo gravoso e una tremenda forma di schiavitù; obbedire, invece, a un tiranno, che dispone di tutto secondo il proprio capriccio, è per voi la più grande forma di libertà e un incredibile onore. Per questo credi che quella parte del popolo fiorentino che vive fuori dalle nostre mura cittadine o nei borghi o nei campi, che non sai di quanta libertà goda, desideri, in quanto sottoposta al nostro comune, servire sotto il vostro signore.

Mai è successo, e mi auguro mai succederà, che una tale follia e una tale demenza si impossessino di costoro ai quali è concesso lo straordinario vanto di potersi dire Fiorentini – o per nascita o per diritto acquisito o per puro dono della sorte – essendo parte integrante del nostro popolo. Cos’altro infatti significa essere Fiorentino se non, sia per natura sia per legge, essere cittadino romano e, pertanto, libero e non servo? È infatti prerogativa della stirpe e del popolo di Roma quel dono divino chiamato “libertà”, ed è sua prerogativa a tal punto che chiunque abbia smesso di essere libero non si può più definire a ragione né cittadino romano né fiorentino.

[...]

«Pensate forse di riuscire a difendere i vostri confini?». Tu, un Lombardo, ci fai questa domanda? E con quali argomentazioni o con quali esempi pensi di metterci paura? Sono forse mai mancati al popolo fiorentino la forza e il coraggio oppure la determinazione a difendere la propria libertà [...]?

Dal momento che l’animo è saldo, le forze non mancano e il valore ci assiste, non abbiamo dubbi sul fatto che difenderemo i nostri confini. E sebbene tu affermi di non vedere in noi forze a sufficienza da poter resistere a quattro legioni di cavalieri – tante, infatti, a tuo dire ne vengono ora armate contro di noi – le vediamo e le sentiamo noi queste forze; noi, che sappiamo come in guerra il coraggio sia la vera difesa, certi che la vittoria non sta nel numero dei soldati ma nelle mani di Dio, e sappiamo che la giustizia è dalla nostra parte, memori della nostra origine romana (che tu neghi); noi che leggiamo come i nostri antenati hanno così tante volte resistito a grandissime forze nemiche e con un pugno di uomini non hanno solo difeso i loro beni ma ottenuto vittorie insperate.

[...]

E tu, viscida e immonda canaglia, schifoso e più miserabile di tutti i miserabili, osi chiamare i Fiorentini la feccia dell’Italia? Che cosa intendi quando dici “feccia”? La città o i cittadini? Non posso credere che il mio Antonio Loschi, che ha visto Firenze, o nessun altro che abbia vista questa città possa negare che sia il fiore dell’Italia e quanto di meglio essa ha, a meno che non sia un pazzo completo. Quale altra città, non solo in Italia ma in tutto il mondo, vanta mura più sicure, palazzi più imponenti, chiese più ricche, case più eleganti? Quale logge più splendide, piazze più belle, vie più gradevoli per la loro ampiezza? Quale una popolazione più grande, cittadini più illustri, patrimoni più cospicui, campi meglio coltivati? Quale un sito più ameno, un’aria più salubre, una maggiore pulizia? Quale fonti in più abbondante quantità, acque più dolci, artigiani più attivi, un motivo di più vera ammirazione sotto ogni aspetto? Quale una campagna più costellata di ville, castelli più potenti, villaggi più numerosi, un più vasto numero di contadini? Quale altra città, priva di porto, riceve così tante merci e così tante ne esporta?

Dove mai il commercio è più prospero, più diversificato per l’ampia scelta dei prodotti e più sviluppato per le tecniche raffinate? E dove uomini più illustri? Per non menzionarne un’infinità – che sarebbe noioso citare uno per uno – distintisi per le loro imprese, valorosi in guerra, legittimamente insigniti di grandi poteri e famosi, dove Dante, dove Petrarca, dove Boccaccio? Dimmi, ti prego, a chi attribuiresti il primato in Italia – bestia immonda – per sito e abitanti se i Fiorentini e Firenze meritano l’appellativo di feccia dell’Italia?

LA PAROLA È POTENTE COME LA SPADA  Le guerre non si vincono soltanto con le armi. Anche le parole sono importanti. Le storie, se ben raccontate, persuadono gli individui e le comunità che uno ha torto e che un altro ha ragione, che uno è buono e un altro è cattivo. La comunicazione può giocare un ruolo decisivo per creare consenso attorno a noi e fare il vuoto attorno all’avversario. Gli storici preferiscono parlare di propaganda e di opinione pubblica solo per epoche successive, ma già in questa guerra di carta degli inizi del Quattrocento è chiaro che ci sono in ballo eserciti da incoraggiare o demoralizzare, popolazioni da rassicurare o spaventare, cittadini e/o sudditi da inorgoglire o sobillare, alleati da convincere o dissuadere, potenze esterne da sedurre o indignare.

MEGLIO ESSERE GOVERNATI DAI FIORENTINI O DAI MILANESI?  Nella prima parte, si tratta di decidere se sia meglio essere governati da Firenze o da Milano. Secondo Loschi, gli abitanti dei territori sottoposti ai fiorentini non vedevano l’ora che arrivasse l’esercito milanese a liberarli, perché vivevano come sudditi umiliati da «un crudele e avido dominio». Salutati ribalta l’argomento, e sostiene che i veri schiavi sono i lombardi, che sottostanno al capriccio di un tiranno e sono tanto abituati alla loro schiavitù da considerarla una condizione invidiabile; i fiorentini e i loro sottoposti, invece, sono cittadini liberi di una repubblica regolata dalle leggi, uguali per tutti. Firenze – erede di Roma – difende il diritto del più giusto, Milano impone l’arbitrio del più forte. Messe le cose in questi termini, chiunque parteggerà per Firenze.

L'INVETTIVA E L'ELOGIO  Nella seconda parte del brano (da «E tu, viscida e immonda canaglia» in poi), il ragionamento politico lascia il posto all’invettiva, quindi a un elogio della città di Firenze fatto tutto di domande retoriche: quale città del mondo è più bella di Firenze? Quale città è più ricca? Quale ha una abitanti più laboriosa e intraprendente? E quale, soprattutto, può vantare talenti come quelli di Dante, Petrarca, Boccaccio, talenti che onorano l’Italia intera?
Ovviamente, il bene o il male non stanno da una parte soltanto, e Salutati sapeva benissimo che il ritratto propagandistico di Firenze come città perfetta, tutta giustizia e virtù, non corrispondeva esattamente alla realtà, così come Milano non era certo soltanto un covo di vizi e di soprusi. C’è da credere, però, che dopo quasi trent’anni di cancellierato il suo grado di immedesimazione con i miti da lui stesso alimentati – a partire da quello della floretina libertas – fosse alto, e l’orgoglio sincero. Del resto, per limitarci solo all’ultimo argomento citato, le glorie culturali della città non erano per lui dei vuoti nomi, ma almeno in due casi su tre (Petrarca e Boccaccio) erano stati dei suoi cari amici, con i quali aveva condiviso progetti e conquiste che egli ancora portava avanti e passava ai giovani.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi in una frase il punto di vista di Antonio Loschi (così come riferito da Salutati, ovviamente).



2. Qual è, secondo Salutati, l’essenza della libertà?



3. Che cosa significa “essere fiorentino”, per Coluccio Salutati?



ANALIZZARE


4. Quale figura retorica riconosci nell’espressione «il dolce freno della libertà»?



5. […] «è per voi la più grande forma di libertà e un incredibile onore». Qual è il tono di questa affermazione?



6. Quale artificio retorico adopera Salutati per fare l’elogio a Firenze?



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