Guido Gozzano

I colloqui

Invernale

La poesia, apparsa per la prima volta nella Via del rifugio (1907), sarà poi ristampata nei Col­loqui (1911), a dimostrazione dell’importanza che Gozzano le attribuiva. La scena si svolge su un laghetto artificiale all’interno del parco torinese del Valentino. Era uno dei luoghi di ritrovo più consueti per i giovani, che d’inverno pattinavano sulla sua superficie ghiacciata. 

    “… cri… i… i… i… i… icch…1
    l’incrinatura
    il ghiaccio rabescò2, stridula e viva3.
    “A riva!” Ognuno guadagnò la riva
    disertando la crosta4 malsicura.
5   “A riva! A riva!…” Un soffio di paura
    disperse la brigata fuggitiva.
    “Resta!” Ella chiuse il mio braccio conserto5,
    le sue dita intrecciò, vivi legami,
    alle mie dita. “Resta, se tu m’ami!”
10   E sullo specchio subdolo6 e deserto
    soli restammo, in largo volo7 aperto,
    ebbri d’immensità, sordi ai richiami.
    Fatto lieve così, come uno spetro8,
    senza passato più, senza ricordo,
15   m’abbandonai con lei, nel folle accordo,
    di larghe rote disegnando il vetro9.
    Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro…
    Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo…
    Rabbrividii così, come chi ascolti
20   lo stridulo sogghigno10 della Morte,
    e mi chinai, con le pupille assorte11,
    e trasparire vidi i nostri volti
    già risupini lividi sepolti…12
    Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte.
25   Oh! Come, come, a quelle dita avvinto13,
    rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
    O voce imperïosa dell’istinto!
    O voluttà14 di vivere infinita!
    Le dita liberai da quelle dita,
30   e guadagnai la ripa15, ansante, vinto…
    Ella sola restò, sorda al suo nome16,
    rotando a lungo nel suo regno solo17.
    Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;
    e ridendo approdò, sfatta le chiome18,
35   e bella ardita palpitante come
    la procellaria19 che raccoglie il volo.
    Non curante l’affanno20 e le riprese21
    dello stuolo22 gaietto femminile,
    mi cercò, mi raggiunse tra le file
40   degli amici con ridere cortese:
    “Signor mio caro, grazie!” E mi protese
    la mano breve, sibilando: − Vile! −







Metro: sestine di endecasillabi secondo lo schema ABBAAB (a parte la quinta strofa, che presenta lo schema ABABBA). 

UNA POESIA IN CINQUE MOMENTI   La poesia si ar­ticola in cinque momenti. Nell’antefatto, che nel testo non è raccontato ma si desume dai primi versi, c’è un gruppo di giovani che pattinano sul laghetto. Improvvisamente (pri­mo momento) il ghiaccio dà segni di cedimento, e la paura spinge il gruppo verso la riva; ma (secondo momento) dal gruppo si staccano il poeta e la ragazza, impavida, che lo costringe a restare con lei sulla «crosta malsicura» (v. 4). Il poeta è assalito però dal terrore e (terzo momento) raggiun­ge la riva, «ansante, vinto» (v. 30). La ragazza non lo segue e (quarto momento) celebra se stessa e il suo coraggio, «ro­tando a lungo nel suo regno solo» (v. 32), cioè pattinando da sola sul ghiaccio. Poi (quinto momento), tornata a riva, viene rimproverata dalle amiche; ma lei non ci fa caso e si dirige con finta noncuranza verso il poeta, lo raggiunge e gli “sibila” in una sola parola tutto il suo disprezzo: «Vile!» (v. 42).

LA NORMALITÀ MEDIOCRE DEL POETA-PROTA­GONISTA   Se confrontiamo l’immagine del poeta che ci restituisce questa poesia con quella elaborata da d’Annun­zio nella sua opera in versi e in prosa, ciò che emerge non è tanto una differenza quanto una cosciente, deliberata opposizione. Gozzano qui vuole presentarsi come l’esatto contrario dell’audace, superomistico d’Annunzio, e per far questo esibisce la sua viltà, che tanto più risalta nel confron­to con l’ardimento mostrato da una donna: sicché il poeta non solo non è un superuomo, ma soffre della sua normalità mediocre al cospetto di quella che potremmo chiamare una superdonna. La capacità di seduzione dannunziana è dun­que rovesciata in brutta figura, in senso di inadeguatezza.
Del resto, quella stessa capacità di seduzione, con mossa tipica dei crepuscolari, aveva già subito un primo abbassa­mento, perché era stata spostata dagli scenari aristocratici di d’Annunzio a un contesto borghese, a un gruppo di ra­gazzi che pattinano sul ghiaccio. Non per questo la man­canza, la viltà del protagonista è meno grave: e il significato di questa mancanza non si esaurisce nel singolo episodio, ma rivela un’inabilità a vivere che, presumibilmente, emer­gerà anche in altre e più importanti circostanze. La fuga verso la riva è, evidentemente, una metafora, e allude ad altre fughe, ad altre viltà, e a un’inadeguatezza che riguarda l’intera esistenza del poeta.

PARODIA E AUTOPARODIA   Dal punto di vista for­male è importante percepire lo scarto che c’è tra il linguag­gio che il poeta adopera e il contenuto del suo racconto. Gozzano adotta un registro solenne, ricco di sapienti anastrofi (l’anastrofe è l’inversione dell’ordine consueto di due parole; ad esempio, al v. 11: «soli restammo» invece di “restammo soli”), di reminiscenze letterarie (come quelle dantesche indicate in nota), di immagini auliche («in largo volo aperto», v. 11; «ebbri d’immensità», v. 12: sembrano citazioni dal Piacere di d’Annunzio…): è l’armamentario re­torico che si usa per cantare le gesta di un eroe. Ma questa solennità, questa ricercatezza di stile rende ancora più stri­dente il paragone con l’anti-eroismo dell’io narrante, che parla come il protagonista di un poema epico («O voce imperïosa dell’istinto!», v. 27), ma lo fa “per giustificare la propria viltà”! Invernale è insomma una parodia, una presa in giro delle pose di d’Annunzio e dei poeti romantici; ma è soprattutto un’autoparodia, un tentativo (perfettamente riuscito) di ridere di sé, della propria debolezza.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Invernale è una poesia “narrativa”, che mette in scena un gruppo di giovani che pattinano su un laghetto. Riassumine la trama.



2. Gozzano rappresenta spesso se stesso (o un suo alter ego) nelle vesti di un sognatore, un visionario distratto, che però non vede l’aldilà come Dante o è capace di visioni oracolari e sublimi come d’Annunzio, bensì mostra situazioni che sembrano alludere a quelle ma sono quotidiane e “normali”; insomma una visionarietà distratta e “in minore”, abbassata di tono. In quali punti di questa poesia c’è tale visionarietà? E che cosa “vede” il protagonista?



ANALIZZARE


3. Trova almeno tre esempi di espressioni letterarie e di registro alto, e tre esempi di linguaggio prosastico e antipoetico.



4. Individua le onomatopee e spiega quale funzione hanno.



5. Questa è una poesia “narrativa”: quali tecniche narrative usa Gozzano (dialoghi, descrizioni, punti di vista e focalizzazione, sommari, commenti del narratore, ellissi…)?



INTERPRETARE


6. Riscrivi questa scena, ma adotta il punto di vista della giovane protagonista (oppure, a tua scelta, di uno degli amici o di una delle amiche che si rifugiano sulla riva). Puoi scegliere se scrivere in versi, come Gozzano, o raccontare la vicenda in prosa. Cerca di mantenere lo stile ellittico, i dialoghi, la rapidità narrativa della poesia di Gozzano.



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  1. … cri … icch…: l’onomatopea che riproduce il rumore del ghiaccio incrinato ricorda il v. 30 del canto XXXII dell’Inferno dantesco: «non avrìa pur l’orlo fatto cricchi».
  2. \r
  3. rabescò: l’incrinatura incide il ghiaccio, tracciando una linea sinuosa come un arabesco.
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  5. stridula e viva: il suono prodotto dall’incrinatura è acuto, stridente, ed è così improvviso che sembra provenire da qualcosa di vivo.
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  7. disertando la crosta: abbandonando la superficie ghiacciata del lago.
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  9. conserto: ripiegato.
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  11. subdolo: infido, inaffidabile, pronto a spezzarsi (lo specchio è quello formato dal lago ghiacciato: i due amici – per volere di lei – continuano a pattinare).
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  13. largo volo: la coppia è rimasta sola sul lago e ne percorre la superficie come se volasse in un cielo vasto e libero; tanto che, si dice nel verso successivo, i due giovani si inebriano d’immensità.
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  15. spetro: spettro, fantasma.
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  17. di larghe … vetro: il vetro, cioè il ghiaccio, è complemento oggetto di disegnando: disegnando il ghiaccio con ampie circonferenze.
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  19. lo stridulo sogghigno: il rumore del ghiaccio che si rompe è associato al lugubre riso della morte.
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  21. con le pupille assorte: con gli occhi pensosi.
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  23. e trasparire … sepolti: e mi sembrò che i nostri volti riflessi sul ghiaccio fossero volti di cadaveri; risupini significa “stesi a pancia in su”, come appunto stanno i cadaveri: il poeta si specchia nel ghiaccio e si vede già morto.
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  25. avvinto: stretto, legato.
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  27. voluttà: desiderio appassionato, sete.
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  29. ripa: riva.
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  31. sorda al suo nome: la ragazza viene chiamata dagli amici preoccupati, sulla riva, ma fa finta di non sentirli e continua a pattinare.
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  33. solo: solitario; la ragazza è ormai l’unica pattinatrice sulla pista, dunque l’unica regina di quel regno di ghiaccio.
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  35. sfatta le chiome: accusativo alla greca, cioè con l’aggettivo sfatta che concorda con la persona descritta e non con il complemento oggetto. Il richiamo automatico nella memoria del lettore colto è all’Adelchi di Manzoni; il coro del IV atto inizia infatti con il famoso verso: «Sparsa le trecce morbide».
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  37. procellaria: uccello marino; il suo nome deriva dal latino procella, “tempesta”, e allude alle sue doti di volatore, capace di resistere in volo anche in mezzo alla burrasca.
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  39. affanno: ansia, preoccupazione.
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  41. riprese: rimproveri.
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  43. stuolo: il gruppo, la compagnia delle amiche che accoglie la ragazza sulla riva del lago, rimproverandola per la sua imprudenza, ma – come dice l’aggettivo che segue – in allegria.
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