Giacomo da Lentini

Poesie

Io m’aggio posto in core a Dio servire

Come conciliare l’amore per una donna e l’amore di Dio, la passione e la fede? In un mondo nel quale la religione aveva, nella vita degli uomini, un ruolo molto più rilevante di quello che ha oggi, questa era una domanda che gli scrittori erano portati a porsi. Lo Stilnovo, e Dante in particolare, troverà un compromesso idealizzando la donna amata, facendone il simbolo in terra della magnificenza divina. In questo sonetto , invece, Giacomo da Lentini dice qualcosa di più ingenuo (ma proprio per questo, forse, di più commovente): il paradiso non avrebbe senso se non fosse possibile contemplare, oltre a Dio, i capelli biondi della donna amata. 

    Io m’aggio posto in core1 a Dio servire,
    com’io potesse gire in paradiso2,
    al santo loco3, c’aggio audito dire4,
4   o’ si mantien sollazo, gioco e riso5.



    Sanza mia donna non vi voria gire6,
    quella c’à blonda testa e claro7 viso,
    che sanza lei non poteria gaudere8,
8   estando da la mia donna diviso9.



    Ma non lo dico a tale intendimento10,
    perch’io pecato ci volesse fare;
11   se non veder lo suo bel portamento11,



    e lo bel viso e ’l morbido sguardare12:
    che ’l mi teria13 in gran consolamento,
14   veggendo la mia donna in ghiora stare14.





Metro: sonetto di schema ABAB ABAB CDC DCD.

Rima siciliana tra gaudere e gli altri rimanti in -ire della fronte. Rima inclusiva tra viso e diviso.

IN SINTESI  Il poeta ha deciso di comportarsi bene, per poter andare in Paradiso, un luogo in cui – gli hanno detto – si sta sempre allegri. Bene, ma preferirebbe non andarci se lì con lui non ci fosse anche la donna che ama: il Paradiso non è tale se non può contemplare la sua bellezza in cielo, nella gloria di Dio.

IL PARADISO NON BASTA  È – viene da osservare – una visione molto materialistica della vita eterna e del paradiso: un luogo in cui regnano «sollazzo, gioco e riso» (v. 4), qualcosa di più prossimo al paese di Cuccagna che a ciò che dice la teologia cristiana... Ma sarebbe sbagliato pensare che in un testo come questo sia presente un’intenzione blasfema. Semplicemente, Giacomo cerca un’immagine per lodare in maniera conveniente la bellezza della donna che ama, e la trova in questa iperbole: il paradiso non basta, se mi tocca stare diviso dal volto luminoso e dai capelli biondi di lei; capelli biondi che, merita osservare, sono un tratto assai esotico nella Sicilia medievale, così come in quella odierna: Giacomo ha in mente, e nel cuore, una bellezza di origine normanna (normanni, del resto, erano stati i conquistatori della Sicilia nel secolo XI).

UNA STRUTTURA BIPARTITA  Dal punto di vista strutturale, va notata la forte cesura tra la prima quartina e il resto del testo. I primi quattro versi fanno pensare, infatti, non a un sonetto d’amore ma a una sorta di testo di pentimento: il poeta ha deciso di mettersi al servizio di Dio. Ma il v. 5 corregge, o meglio ribalta questa affermazione, e dichiara il vero tema della poesia, che è un elogio della bellezza della donna. Un elogio che sfrutta alcuni luoghi comuni come i capelli, il viso, lo sguardo dolce (morbido), il modo di atteggiarsi (portamento), ma che riesce comunque originale proprio a causa del luogo nel quale il poeta cala la sua visione: il cielo.  

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Cos’è il peccato a cui si allude al v. 10?



ANALIZZARE


2. Come si spiega, dal punto di vista storico-linguistico, il verbo utilizzato da Giacomo nel verso «Io m’aggio posto in core» (v. 1)?



3. Isola i verbi delle terzine: esprimono dei concetti fondamentali della poesia delle origini. Quali sono?



INTERPRETARE


4. Quale idea del paradiso si ricava dalla lettura del sonetto? È un’idea che potrebbe suonare blasfema a un lettore cristiano?



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  1. m’aggio ... core: mi sono proposto di.
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  3. com’io ... paradiso: per fare in modo che io possa andare (gire) in paradiso.
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  5. al santo loco: perifrasi per definire il paradiso (il luogo santo).
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  7. c’aggio ... dire: di cui ho sentito parlare.
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  9. o’ si ... riso: dove regnano piacere, gioia e allegria (una visione piuttosto laica del paradiso, come confermeranno i versi seguenti).
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  11. vi voria gire: vi vorrei andare (la desinenza in -a della prima persona singolare dell’imperfetto è etimologica, ed è stata in uso fino all’Ottocento).
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  13. claro: luminoso.
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  15. non poteria gaudere: non potrei davvero godere (delle bellezze del paradiso).
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  17. estando ... diviso: stando separato, lontano dalla mia donna.
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  19. a tale intendimento: con questo proposito.
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  21. se non ... portamento: ma soltanto per vedere il suo bel contegno, la sua bellezza.
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  23. morbido sguardare: lo sguardo dolce. Morbido oggi significa “soffice, cedevole al tatto”, e ha una connotazione positiva. Ma in latino morbidus significava “fradicio”, e per estensione “malato, malsano” (derivava infatti da morbus “malattia”): probabilmente perché un organo del corpo ammalato si presenta floscio, molliccio al tatto. L’antico significato di morbidus sopravvive oggi nella parola morboso.
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  25. mi teria: lo considererei.
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  27. veggendo ... stare: vedendo la mia donna godere della beatitudine celeste (ghiora è forma meridionale corrispondente a gloria).
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