Vasilij Grossman

Tutto scorre

Ivan Grigor’evic ritorna alla casa distrutta

Benché sia pieno di pagine strazianti come quella che abbiamo letto [vedi Maša sente una canzone alla radio], e benché il destino del protagonista, Ivan Grigor’evic, sia quello di morire povero e solo e di non ottenere giustizia, Tutto scorre finisce lasciando nel lettore una strana impressione di serenità. Perché Ivan Grigor’evic trova, alla fine, una sua giustizia, un suo equilibrio personale che, piuttosto che alla rassegnazione, somiglia a una vera, profonda comprensione delle cose. Quella che segue è l’ultima pagina del romanzo, ed è esemplare perché, come in tutto il libro (ma – non è retorico dirlo – come in ogni umana esistenza), l’amarezza e la gioia di vivere vi si intrecciano inestricabilmente.

Mai egli aveva veduto tutta intera la propria vita, ed ecco: ora gli appariva. E nello scorgerla non provava odio per la gente. Tutti costoro – E quelli che l’avevano portato nell’ufficio del giudice istruttore spingendolo col calcio del fucile, e quelli che fra un interrogatorio e l’altro gli avevano impedito di dormire, e quelli che, da vigliacchi, negli interrogatori avevano fatto il suo nome, e quelli che altrettanto vigliaccamente avevano, nelle riunioni di partito, sparlato di lui, e quelli che lo avevano rinnegato, e quelli che nel lager gli rubavano il pane, e quelli che lo avevano picchiato – tutti costoro, nella loro pusillanimità, rozzezza, cattiveria non avevano fatto il male perché volessero fare del male proprio a lui. Costoro avevano tradito, diffamato, rinnegato perché altrimenti non sopravvivevi, eri perduto; e tuttavia erano pur sempre degli uomini. Non penserete che quella gente volesse che lui, vecchio, solo, senza affetti, non tornasse alla sua casa abbandonata. Quegli uomini non volevano il male di nessuno, e pure avevano fatto del male durante tutta la loro vita. E pure quegli uomini erano pur sempre uomini. E – cosa fantastica, meravigliosa – lo volessero o no, essi avevano impedito che la libertà morisse; perfino i più terribili fra di loro l’avevano custodita nelle loro orrende, deformi, ma pur sempre umane anime. Quanto a lui, non aveva portato a compimento nulla: non sarebbero rimasti in retaggio libri, quadri, scoperte. Non aveva creato una scuola, un partito, non aveva discepoli. Perché era stata così pesante la sua vita? Non aveva predicato il verbo, non aveva insegnato: era rimasto ciò che era fin dalla nascita – un uomo. Ora l’erta della montagna andava aprendosi, aldilà del valico cominciarono ad apparire le cime delle querce. Da bambino e gli si addentrava nella penombra del bosco, a guardare e riguardare le tracce della scomparsa vita dei circassi: gli alberi da frutto inselvatichiti, i resti dei recinti attorno alle abitazioni. Chissà che la casa natia non stia lì; identica, immutata, come immutate gli erano apparse le vie, il torrente… Ecco ancora una svolta della strada. Per un attimo fu come se una luce mai vista prima, incredibilmente vivida, inondasse la terra. Qualche passo ancora e, dentro quella luce, vedrà la casa, e la madre si avvicinerà a lui, al figliol prodigo, e lui si inginocchierà dinnanzi, e le giovani, bellissime mani di lei si sarebbero posate sulla sua spelacchiata canizie. Vide sterpi di cardo selvatico, di luppolo. Niente casa, né pozzo: appena qualche pietra, biancheggiante in mezzo all’erta polverosa, arsa dal sole. Restò lì, in piedi: canuto, ricurvo, e pur sempre quello di una volta, immutabile.

IL BILANCIO DI UN UOMO   La vita di Ivan Grigor’evic è stata un totale fallimento. Ne ha passata buona parte nel gulag, in mezzo a sofferenze indicibili, senza avere alcuna colpa. A Mosca, intanto, i suoi amici l’hanno dimenticato, hanno fatto carriera, hanno messo su famiglia, si sono integrati. Aveva del talento, da giovane, ma non ha potuto coltivarlo: morendo, non lascerà «in retaggio libri, quadri, scoperte». Ora Grossman lo accompagna nell’ultima prova. Potrebbe dare al suo personaggio (e a noi lettori) almeno un’ultima, minuscola soddisfazione: quella di trovare intatta, come un simbolo di continuità e di resistenza, la casa della sua infanzia. La visione della casa gli avrebbe riportato la carezza delle mani di sua madre giovane. Ma anche la casa è andata distrutta. Eppure il congedo (al quale seguono le date 1955-1963, gli anni della stesura del libro: già malato, Grossman morirà l’anno dopo) dà come il senso di una vittoria, non di una sconfitta. Attraverso le sue disgrazie, Ivan Grigor’evic ha capito qualcosa di sé e degli altri, e ha cessato di provare odio per esseri umani che si sono comportati – semplicemente, debolmente – come esseri umani: tradendo, ingannando, rubando, picchiando. Non perché «volevano il male», ma perché non volevano che il male venisse fatto a loro. È una conclusione ottimistica, questa? E anzi: è una conclusione? E che genere di trionfo assapora Ivan Grigor’evic mentre sta fermo in piedi, «immutabile», di fronte ai resti della sua casa natale? Questa sorta di privata salvezza spirituale non è in contraddizione, non è addirittura inaccettabile di fronte all’immane tragedia che ha travolto i milioni di abitanti dei gulag – e la povera Maša, tra di loro? Tutto scorre è un romanzo che fa riflettere anche dopo che lo si è terminato…

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Ivan Grigor’evic vede «tutta intera la propria vita» e capisce qualcosa di se stesso e degli altri. Che cosa?



2. Il ritorno a casa. Come lo immagina Ivan Grigor’evic? Com’è nella realtà?



3. «lo volessero o no, essi [gli uomini] avevano impedito che la libertà morisse; perfino i più terribili fra di loro […]». Che cosa intende dire, Ivan Grigor’evic, con questa frase?



INTERPRETARE


4. Gli uomini fanno il male per sopravvivere, per debolezza o vigliaccheria, ma non per malvagità. Sei d’accordo con Ivan Grigor’evic?



5. Ivan Grigor’evic si aspetta che tutto sia rimasto immutato («Chissà che la casa natia non stia lì; identica, immutata, come immutate gli erano apparse le vie, il torrente…»), ma l’aggettivo «immutabile», in chiusura del romanzo, si riferisce a lui: attorno tutto è cambiato. Come interpreti questa scelta di Grossman?



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