Giuseppe Parini

Odi

La caduta

Parini compone La caduta nel 1785. Sono passati quasi vent’anni dalla stesura del Bisogno e molte cose sono cambiate. Innanzitutto, Parini è invecchiato e disilluso: ha cinquantasei anni (che per l’epoca sono tanti), i suoi acciacchi fisici peggiorano e sente che, in generale, non tutto è andato come avrebbe voluto. Il programma di riforma sociale proposto dall’amministrazione austriaca con la benedizione degli illuministi lombardi (dei quali lui stesso fa parte) non è andato a buon fine. Lo stesso rapporto privilegiato che legava gli intellettuali al governo asburgico sembra venir meno. Sono gli anni successivi alla morte di Maria Teresa d’Austria (1780), quelli che vedono la società milanese bruscamente scossa dai progetti riformatori dell’imperatore Giuseppe II. La cattedra universitaria di Parini sembra essere in pericolo e, con essa, il principale mezzo di sostentamento del poeta. Questa situazione risveglia in Parini la vena satirica e civile. Ma stavolta decide di mettere se stesso al centro del testo: di parlare del mondo ma anche e soprattutto di sé.
Parini si trova a Milano, sta camminando faticosamente per le strade della città, strade piene di fango e di traffico (la carrozza è ancora una volta bersaglio della satira contro il lusso degli aristocratici). Sappiamo che Parini, fin da giovane, aveva sofferto di dolori alle gambe: questo dato biografico rafforza il realismo della scena.

Quando Orïon dal cielo
declinando imperversa;
e pioggia e nevi e gelo
sopra la terra ottenebrata versa1,

me2 spinto ne la iniqua3
stagione, infermo il piede4,
tra il fango e tra l’obliqua
furia5 de’ carri la città gir vede6;

e per avverso sasso
mal fra gli altri sorgente,
o per lubrico passo
lungo il cammino stramazzar sovente7.

Ride il fanciullo; e gli occhi
tosto gonfia commosso,
che il cubito o i ginocchi
me scorge o il mento dal cader percosso8.

Altri accorre; e: oh infelice
e di men crudo fato
degno vate! mi dice;
e seguendo il parlar, cinge il mio lato

con la pietosa mano9;
e di terra mi toglie10;
e il cappel lordo11 e il vano
baston dispersi ne la via raccoglie:

te ricca di comune
censo la patria12 loda;
te sublime, te immune
cigno da tempo che il tuo nome roda

chiama gridando intorno;
e te molesta incíta
di poner fine al Giorno,
per cui cercato a lo stranier ti addita13.

Ed ecco il debil fianco
per anni e per natura
vai nel suolo pur anco
fra il danno strascinando e la paura14:

né il sì lodato verso
vile cocchio ti appresta,
che te salvi a traverso
de’ trivii dal furor de la tempesta15.

Sdegnosa anima! prendi
prendi novo consiglio,
se il già canuto intendi
capo sottrarre a più fatal periglio16.

Congiunti tu non hai,
non amiche, non ville,
che te far possan mai
nell’urna del favor preporre a mille17.

Dunque per l’erte scale
arrampica qual puoi;
e fa gli atrj e le sale
ogni giorno ulular de’ pianti tuoi18.

O non cessar di porte
fra lo stuol de’ clienti,
abbracciando le porte
de gl’imi, che comandano ai potenti19;

e lor mercè penètra
ne’ recessi de’ grandi;
e sopra la lor tetra
noja20 le facezie e le novelle spandi21.

O, se tu sai, più astuto
i cupi sentier trova
colà dove nel muto
aere il destin de’ popoli si cova22;

e fingendo nova esca
al pubblico guadagno,
l’onda sommovi, e pesca
insidïoso nel turbato stagno23.

Ma chi giammai potrìa
guarir tua mente illusa,
o trar per altra via
te ostinato amator de la tua Musa24?

Lasciala: o, pari a vile
mima, il pudore insulti,
dilettando scurrile
i bassi genj dietro al fasto occulti25.

Mia bile, al fin costretta
già troppo, dal profondo
petto rompendo, getta
impetüosa gli argini; e rispondo26:

chi sei tu, che sostenti
a me questo vetusto
pondo, e l’animo tenti
prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto27.

Buon cittadino, al segno
dove natura e i primi
casi ordinàr, lo ingegno
guida così, che lui la patria estimi28.

Quando poi d’età carco
il bisogno lo stringe,
chiede opportuno e parco
con fronte liberal, che l’alma pinge29.

E se i duri mortali
a lui voltano il tergo,
ei si fa, contro ai mali,
della costanza sua scudo ed usbergo30.

Né si abbassa per duolo,
né s’alza per orgoglio.
E ciò dicendo, solo
lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.

Così, grato ai soccorsi,
ho il consiglio a dispetto;
e privo di rimorsi,
col dubitante piè torno al mio tetto31.


Metro: quartine a rime alternate (abaB) formate da tre settenari piani e da un endecasillabo.

UNO STILE MISTO La caduta è una poesia stilisticamente anomala. È un’ode, quindi è poesia lirica “alta”, ma è anche una satira, quindi un testo che parla della realtà, e ne parla per criticarla. Ecco quindi che il linguaggio si sdoppia: da un lato i soliti riferimenti al mito (Orïon), la solita sintassi elaborata, i vocaboli aulici (lubrico, imi, aere); dall’altro le immagini concrete (cappel lordo), i termini “bassi” (fango, stramazzar) e le espressioni proverbiali prese dalla conversazione comune («pesca [...] / nel turbato stagno», “pescare nel torbido”).

UNA STRUTTURA TRIPARTITA Come nel Bisogno, anche nella Caduta la struttura argomentativa è scandita in tre blocchi.
a) presentazione della situazione;
b) lungo discorso del cittadino venuto in soccorso a Parini;
c) risposta di Parini.

LA FINE DELL’IDEALE ILLUMINISTICO Il tema di questa ode è il disincanto. Una vita dedicata alla letteratura non è compatibile con il successo economico e con il potere: Parini non sta solo riproponendo il vecchio ideale del poeta “puro”, che coltiva nella povertà la propria arte; sta anche dicendo che non è possibile, per un letterato, partecipare con coscienza al governo della società. L’ideale illuministico di collaborazione tra gli intellettuali e la classe dirigente non ha, secondo l’ormai anziano Parini, alcuna possibilità di successo.

Esercizio:

UNO STILE MISTO

1 Lo stile di Parini è ricco di anastrofi e di dislocazioni sintattiche. Per esempio, cosa genera l’anticipazione del pronome oggetto me rispetto a «la città gir vede» che troviamo solo alla fine della strofa?

2 Questo brano contiene numerose anafore: individuale e prova, poi, a spiegare cosa produce il ricorso alla ripetizione.

UNA STRUTTURA TRIPARTITA

3 Descrivi il contenuto delle tre sequenze narrative.

4 Quali consigli formula l’uomo che aiuta Parini a rialzarsi? Di quali valori o disvalori si fa portavoce?

5 Di quali ideali e principi è sostenitore Parini?

LA FINE DELL’IDEALE ILLUMINISTICO

6 Alla luce di quest’ode e degli altri brani di Parini che hai letto, spiega qual è il rapporto che il poeta ha con la nobiltà e con i potenti.

7 Quale autoritratto propone di sé Parini? È realistico o idealizzato? Prevale la malinconia o l’indignazione, la rabbia o la rassegnazione?

8 Stai camminando per le strade della tua città e, a un certo punto, accade un fatto inaspettato, che ti porta a tenere un discorso in cui proponi i tuoi valori morali in opposizione a quelli che consideri disvalori. Scrivi il tuo discorso, leggilo ai tuoi compagni e chiedi loro che cosa ne pensano.

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  1. Quando … versa: quando l’inverno imperversa, e rovescia (versa) pioggia, neve e gelo sulla terra oscurata (ottenebrata). La cattiva stagione viene qui evocata tramite un tipico espediente della poesia classicistica: la personificazione. Solo d’inverno, infatti, nelle prime ore della sera, la costellazione di Orione (Orïon) è visibile mentre tramonta (declinando) verso l’orizzonte.
  2. me: è l’oggetto di gir vede.
  3. iniqua: cattiva.
  4. infermo il piede: malato nel piede, zoppicante; con accusativo di relazione alla greca, tipico dello stile classicista.
  5. obliqua furia: corsa sregolata.
  6. gir vede: vede andare.
  7. e per … sovente: e a causa dell’ostacolo dovuto a un sasso (avverso sasso), malamente sporgente (mal sorgente) sugli altri, o di un punto della strada scivoloso (lubrico passo), mi vede (l’oggetto è ancora quello del gir vede) spesso (sovente) stramazzare a terra lungo il cammino.
  8. Ride … percosso: un bambino che mi vede cadere prima si mette a ridere, poi subito (tosto) si commuove («gli occhi / gonfia commosso», “gli occhi si gonfiano di lacrime”) perché mi vede ferito (percosso) al gomito (cubito) o ai ginocchi o al mento (altro accusativo di relazione).

    Parini mette in scena un dettaglio al tempo stesso patetico e realistico.
  9. Altri … mano: un tale, una persona qualsiasi (Altri), accorre (in aiuto) e mi dice: «Oh poeta (vate) infelice e degno di una sorte (fato) meno crudele», e accompagnando (seguendo) la parola (parlar) con il gesto, abbraccia il mio fianco («cinge il mio lato») con mano compassionevole (pietosa).

    Il sentimento della persona viene qui attribuito alla mano che sta aiutando Parini a rialzarsi.
  10. di terra mi toglie: mi solleva da terra.
  11. lordo: sporco; il cappello è infatti caduto a terra.
  12. *Patria

    Nel Settecento si diffonde in Italia una vera e propria moda della lingua francese sia perché sono francesi i filosofi, gli scrittori e gli scienziati più importanti del secolo, sia perché dinastie francesi dominano in alcuni stati italiani (i Lorena a Firenze, Filippo di Borbone a Parma). Molti letterati italiani (per esempio Vittorio Alfieri e Carlo Goldoni) scrivono in francese, moltissimi lo parlano, tutti amano infarcire di parole o costrutti francesizzanti la loro prosa. «La lingua franzese», scrive Melchiorre Cesarotti nel suo Saggio sulla filosofia delle lingue, «è ormai comunissima a tutta l’Italia: non v’è persona un poco educata a cui non sia familiare, e pressoché naturale: la biblioteca delle donne e degli uomini di mondo non è che francese». L’influenza del francese non si misura soltanto sul numero delle parole che da quella lingua passano nella nostra, ma anche sull’influsso che essa ha sul significato di alcune parole già presenti in italiano. è il caso di patria, che, proprio su pressione delle idee rivoluzionarie francesi, smette di indicare, come qui, semplicemente la città natale o il luogo d’origine, e comincia a designare un intero territorio e, insieme, il popolo che vi risiede, di solito unito da una stessa lingua e da una stessa cultura (come nel celebre attacco dell’inno nazionale francese, La Marsigliese: «Allons enfants de la Patrie» (“Su, figli della Patria”).
  13. vano baston: il bastone è definito inutile (vano) perché non è servito a sostenere il suo proprietario.
  14. te … intorno: la patria, ricca di denaro pubblico (comune censo), ti loda e ti va proclamando ai quattro venti («chiama gridando intorno») poeta altissimo (sublime cigno) e immune dal tempo che possa corrodere (roda) la fama della tua notorietà («il tuo nome»).

    Parini è dunque, secondo la voce pubblica, un poeta non solo sublime ma anche destinato a fama immortale. L’epiteto di cigno veniva attribuito ai poeti già nell’antica Grecia: quando per esempio Platone, nella Repubblica, racconta del modo in cui le anime, dopo la morte, scelgono il corpo nel quale reincarnarsi, dice che il mitico poeta Orfeo «si scelse una vita di cigno». Da allora in poi, l’accostamento è diventato tradizionale.
  15. e te … addita: e insistentemente (molesta) ti incita a terminare (poner fine) il Giorno, opera per la quale ti indica (ti addita) come esempio anche agli stranieri che ti vengono a cercare.

    Qui Parini fa riferimento alla sua opera più celebre, Il Giorno, che dopo vent’anni ancora aspettava una sua conclusione. Da queste parole traspare l’insofferenza del poeta rispetto alla sua stessa opera, la cui struttura e il cui scopo non lo convincono più fino in fondo.
  16. Ed ecco … paura: ed ecco che tra il danno (per le cadute) e la paura (il timore per le carrozze) vai ancora (pur anco) trascinando a terra (nel suolo) il corpo (fianco, metonimia, parte per il tutto), debole (debil) per natura (per natura: perché Parini ebbe quasi sempre salute malferma) e per colpa dell’età (per anni).
  17. né … tempesta: né i tuoi versi tanto lodati ti hanno fatto ottenere (ti appresta) anche solo una carrozza modesta (vile cocchio) che, in mezzo agli incroci stradali («a traverso / de’ trivii»), ti ripari (te salvi) dal furore della tempesta (cioè dalla confusione del traffico cittadino, dalla furia dei carri).
  18. Sdegnosa … periglio: anima orgogliosa (Sdegnosa)! Cambia, cambia atteggiamento (consiglio), se vuoi (intendi) sottrarre il capo già bianco (canuto) per l’età a pericoli più gravi (fatal periglio).

    L’appellativo Sdegnosa anima richiama l’alma sdegnosa con cui Dante si rivolge a Virgilio (Inferno, VIII, 44); si crea così un collegamento diretto tra i poeti moderni e i poeti antichi, centrato proprio sul rapporto sempre problematico tra letterato e vita cortigiana. Il benessere di Parini dipendeva dal favore dell’aristocrazia milanese, favore che gli era stato a lungo concesso, ma che poteva essergli revocato: di qui l’invito, da parte del passante, a darsi da fare, ad adulare e a dirvertire i potenti, per evitare una sorte ancora peggiore («più fatal periglio»).
  19. Congiunti … mille: tu non hai parenti (Congiunti), non amicizie femminili, non ville che ti possano favorire (preporre) rispetto a mille altri nel gioco casuale (urna) che dispensa i favori.

    Parini, in buona sostanza, non gode di quelle conoscenze necessarie a condizionare quella distribuzione di favori che dovrebbe in teoria essere casuale (il termine urna, infatti, suggerisce l’idea di un sorteggio che dovrebbe essere imparziale).
  20. *Noja

    Deriva forse dall’antico provenzale enojar (a sua volta dal latino tardo inodiare, “avere in odio”), che aveva il significato di “infastidire”, “dare pena” (ancora vivo nel francese moderno ennui). Grafie come noja, conjugale, gennajo erano comuni (a fianco di noia, coniugale e gennaio) per esprimere la i con valore di semiconsonante, cioè quando precede una vocale con cui forma un dittongo.
  21. Dunque … tuoi: dunque cerca di arrampicarti (arrampica) quanto più ti riesce (qual puoi) per le ripide (erte) scale (dei palazzi signorili); e fai risuonare (ulular, come il latrato di un animale) ogni giorno i loro atri (atrj) e le loro stanze (sale) delle tue lamentele (pianti tuoi).

    Salire le scale dei potenti è un atto umiliante per chi intende chiedere un aiuto: perciò esse vengono definite erte.
  22. O non … potenti: o non smettere di metterti (porte) nello stuolo dei parassiti (clienti), prostrandoti (abbracciando) alle porte di quelle persone di infimo grado (imi) che guidano la volontà dei potenti.

    Nell’antica Roma venivano chiamati clienti quelle persone che offrivano i propri servizi (o il proprio voto in occasione delle elezioni) in cambio di protezione e di un piccolo stipendio. Si noti la rima equivoca porte / porte. Si ha rima equivoca quando i due rimanti sono identici nella forma ma diversi nel significato (qui porte è prima verbo che significa “metterti“ e poi sostantivo che significa “ingressi”).
  23. e lor … spandi: e grazie a loro (lor mercè) acquisisci il diritto a entrare nelle segrete stanze (recessi) dei potenti (grandi) e riversa (spandi) sulla loro triste noia (tetra noja) facezie e aneddoti (novelle).

    La tetra noja nella quale vivono i privilegiati è uno dei motivi che entra nel ritratto del «giovin signore» e del suo corteggio di amici e amanti nel Giorno. Parini ha sempre dovuto fare i conti con quegli ambienti per guadagnarsi da vivere, ma non li ha mai amati.
  24. O … si cova: o, se ne sei capace (se tu sai), individua (trova) più astutamente (più astuto) le strade oscure (cupi sentier) lungo le quali (colà) silenziosamente (nel muto aere, “nell’aria muta”) si dispone (si cova) il destino dei popoli.

    Il passante invita dunque Parini a cercare una qualche forma di vantaggio personale occupando una carica nella pubblica amministrazione, o meglio entrando in politica.
  25. e fingendo … stagno: e inventando nuove (e illusorie) entrate (esca) per le casse dello Stato (pubblico guadagno), confondi le acque (l’onda sommovi) e pesca nel torbido (turbato stagno) in modo disonesto (insidïoso).

    Ecco in che cosa consiste il vantaggio personale proposto dal passante: inventare una nuova tassa dai contorni giuridici poco chiari, in modo da poterne ricavare un beneficio economico. Da notare come Parini utilizzi qui – sebbene rivestito della solita patina nobilitante del Classicismo – un sintagma quasi proverbiale come “pescare nel torbido”.
  26. Ma chi … Musa?: ma chi mai potrebbe (giammai potrìa) guarire la tua mente piena di ideali (illusa), o spingere (trar) te, testardo (ostinato) amante (amator) della tua poesia (Musa), su una strada diversa (altra via)?
  27. Lasciala … occulti: abbandonala: oppure, come (pari a) una vile attrice (mima), essa insulti (il soggetto è la Musa) il pudore, dando piacere (dilettando) in modo osceno (scurrile) ai bassi istinti (genj) che si nascondono (occulti) dietro alla ricchezza (fasto). L’unico modo per un poeta di essere bene accetto dalle classi dominanti è quello di venire incontro ai loro gusti, per quanto spregevoli essi siano (venendo però meno, così, all’ideale di Parini fondato sul giusto e sul vero).
  28. Mia … rispondo: alla fine la mia rabbia (bile), che da troppo tempo stavo reprimendo (costretta), fuoriuscendo (rompendo) dalle profondità dell’animo (profondo petto), rompe (getta) impetuosamente gli argini, e gli rispondo così.
  29. chi … giusto: chi sei tu, che sorreggi (sostenti) questo mio vecchio corpo (vetusto pondo) e cerchi di prostrarmi a terra l’animo? Sei un uomo pietoso (Umano) ma non un uomo giusto.

    Pondo significa propriamente “peso” (il peso rappresentato dal vecchio corpo) ed è qui metonimia per “corpo”.
  30. Buon … estimi: un buon cittadino indirizza (guida) il proprio ingegno verso quegli obiettivi (al segno) cui (dove) lo hanno indirizzato (ordinàr) le doti naturali (natura) e le condizioni fortuite della nascita (primi casi) in modo da meritarsi la stima della patria («così, che lui la patria estimi»).

    Primi casi può anche voler dire, più semplicemente, “prime esperienze”. In questo caso la lettura del testo risulterebbe meno connotata sul piano della critica sociale.
  31. Quando … pinge: quando poi da vecchio (d’età carco, “carico di anni”) è oppresso (stringe) dalla necessità (bisogno), chiede in modo opportuno e con misura (parco), con atteggiamento nobile e onesto (fronte liberal) che rispecchia (pinge) la moralità del proprio sentire (alma).

    È quasi un obbligo morale della società provvedere alle necessità del poeta. Il poeta, da parte sua, avrà la nobiltà d’animo di chiedere il minimo indispensabile. Si tratta di un quadro di rapporti ideale, basato su quello che gli inglesi chiamano gentlemen’s agreement, un “accordo tra gentiluomini”. Questo accordo viene rispettato dai contraenti (in questo caso: la società da un lato e il poeta “giusto” dall’altro) quasi senza sforzo, con naturalezza, perché ne va dell’onore di entrambi. Si basa cioè sull’onestà e sul senso dell’onore delle persone. Tutto il contrario di un contratto vero e proprio, di cui si può chiedere l’adempimento di fronte a un tribunale.
  32. E … usbergo: e se gli uomini indifferenti (duri mortali) gli voltano le spalle (tergo), lui contro i mali si fa scudo e corazza (usbergo) della propria coerenza.
  33. Né … toglio: e non si umilia (si abbassa) per il dolore (duolo), e non diventa superbo (s’alza) per l’orgoglio. E mentre dico queste cose, con le mie forze (solo) lascio il mio sostegno (e cioè il passante che ha aiutato il poeta a rialzarsi) e con sguardo minaccioso (bieco) me ne vado (toglio) di lì (indi).
  34. Così … tetto: così, grato per l’aiuto (soccorsi), disprezzo («ho a dispetto») il consiglio e, senza rimorsi, con passo zoppicante («col dubitante piè») torno a casa (tetto).