Torquato Tasso

Rime

La canzone al Metauro

Nell’estate del 1578 Tasso, in fuga da Ferrara dopo il primo arresto (avvenuto nel1577; sarà rinchiuso a Sant’Anna nel 1579), ha trovato rifugio nelle terre del suo amico d’infanzia Francesco Maria Della Rovere, che ora è duca di Urbino. Qui Tasso inizia una canzone dedicata al Metauro, il fiume che attraversa il ducato: è un modo per celebrare i Della Rovere e per chiedere loro aiuto e protezione. Inizia così un autoritratto drammatico e commovente, in cui il poeta ricorda le sventure che hanno segnato la sua vita di cortigiano randagio, senza famiglia e senza patria. Spicca, in particolare, la figura di Bernardo, il padre che Tasso aveva amato, rispettato e preso a modello per le sue prime opere letterarie. La canzone verrà interrotta alla terza stanza, quando Tasso riprenderà i suoi viaggi per l’Italia. 

    O del grand’Appennino
    figlio picciolo sì, ma glorioso
    e di nome più chiaro assai che d’onde1,
    fugace peregrino2
5   a queste tue cortesi amiche sponde
    per sicurezza vengo e per riposo.
    L’alta Quercia3 che tu bagni e feconde
    con dolcissimi umori4, ond’ella spiega
    i rami5 sì ch’i monti e i mari ingombra,
10   mi ricopra con l’ombra.
    L’ombra sacra, ospital, ch’altrui non niega
    al suo fresco gentil riposo e sede6,
    entro al più denso mi raccoglia e chiuda,
    sì ch’io celato7 sia da quella cruda
15   e cieca dea8, ch’è cieca e pur mi vede,
    ben ch’io da lei m’appiatti in monte o ’n valle,
    e per solingo calle9
    notturno io mova e sconosciuto10 il piede;
    e mi saetta11 sì che ne’ miei mali
20   mostra tanti occhi aver quanti ella ha strali.



    Oimè! dal dì che pria
    trassi l’aure vitali e i lumi apersi12
    in questa luce a me non mai serena,
    fui de l’ingiusta e ria13
25   trastullo e segno14, e di sua man soffersi
    piaghe15 che lunga età risalda a pena.
    Sassel la gloriosa alma sirena16
    appresso il cui sepolcro ebbi la cuna:
    così avuto v’avessi o tomba o fossa
30   a la prima percossa17!
    Me dal sen de la madre empia fortuna
    pargoletto divelse18. Ah! di quei baci,
    ch’ella bagnò di lagrime dolenti,
    con sospir mi rimembra19 e de gli ardenti
35   preghi che se ’n portar l’aure fugaci20:
    ch’io non dovea giunger più volto a volto
    fra quelle braccia accolto
    con nodi così stretti e sì tenaci.
    Lasso21! e seguii con mal sicure piante,
40   qual Ascanio o Camilla22, il padre errante.



    In aspro esiglio e ’n dura
    povertà crebbi in quei sì mesti errori23;
    intempestivo senso ebbi a gli affanni24:
    ch’anzi stagion, matura
45   ’acerbità de’ casi e de’ dolori
    in me rendé l’acerbità de gli anni25.
    L’egra spogliata sua vecchiezza26 e i danni
    narrerò tutti. Or che non sono io tanto
    ricco de’ propri guai che basti solo
50   per materia di duolo27?
    Dunque altri ch’io da me dev’esser pianto?
    Già scarsi al mio voler sono i sospiri,
    e queste due d’umor sì larghe vene
    non agguaglian le lagrime a le pene28.
55   Padre, o buon padre, che dal ciel rimiri29,
    egro30 e morto ti piansi, e ben tu il sai,
    e gemendo scaldai
    la tomba e il letto: or che ne gli alti giri31
    tu godi, a te si deve onor, non lutto:
60   a me versato il mio dolor sia tutto.







Metro: canzone incompiuta di tre stanze di 20 versi (endecasillabi e settenari), con schema aBCaBCCDEeDFGGFHhFll (ma nella prima stanza: aBCaCB). 

UN MODELLO DI STILE SUBLIME  La canzone è emo­zionante per il suo tono di confessione sincera, quasi inti­ma. Questa vena autobiografica, però, è controbilanciata da uno stile elevato e solenne, che è possibile verificare sia sul piano metrico sia sul piano retorico. Sul piano metrico, la netta prevalenza degli endecasillabi sui settenari indica che la canzone appartiene a un registro alto, in accordo con quanto aveva scritto Dante nel De vulgari eloquen­tia (là dove aveva indicato nell’endecasillabo il verso più adatto allo stile tragico); sul piano retorico, sono frequen­ti gli enjambements (per esempio ai vv. 47-50, dove il di­scorso si fa rotto e spezzato), le perifrasi (i vv. 1-3, che indi­cano semplicemente il fiume Metauro) e altre figure che accrescono l’intensità patetica del dettato, come la litote («a me non mai serena», v. 19) e il chiasmo (vv. 56-58, egro [A] e morto [B] : la tomba [B] e il letto [A]: Tasso pianse il padre egro, cioè malato, presso il suo letto e lo pianse poi morto presso la sua tomba). Non mancano le citazioni dai classici latini e da Petrarca: Tasso si paragona a due perso­naggi dell’Eneide di Virgilio (v. 40) e riprende alcuni cele­bri versi del Canzoniere (per esempio il v. 34, «con sospir mi rimembra», che compare identico in Chiare, fresche e dolci acque, v. 5). Il risultato finale è straordinario proprio perché si mantiene in equilibrio tra spinte e tensioni con­trastanti. Lo stile sublime, modulato su frasi esclamative (oimè!, v. 21; ah!, v. 32; lasso!, v. 39) e domande retoriche (vv. 48-51), non cancella l’umanità angosciata e sofferente del poeta, che anzi emerge prepotentemente tra le righe.

NASCE IL MITO DI TASSO  Questo autoritratto di Tasso avrebbe condizionato in maniera decisiva il suo “mito”. Il poeta, infatti, non si presenta soltanto come un vagabondo malinconico e disperato; gli altissimi risultati della sua poesia smentiscono le sue miserie e le sue sven­ture, e lo rendono una sorte di eroe, che accetta con di­gnità il dolore della condizione umana e che chiede, in cambio, soltanto la comprensione e il sostegno del suo amico Francesco Maria Della Rovere. Non si tratta, insom­ma, di un semplice sfogo: raccontando la sua triste storia, Tasso esalta con orgoglio la propria grandezza di poeta, intatta nonostante il destino avverso. È un aspetto che affascinerà profondamente i lettori dei secoli successivi, che vedranno in Tasso l’emblema del genio incompreso dalla società del suo tempo. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. La «cruda e cieca dea» dei versi 14 e 15 è la Fortuna. Perché viene rappresentata così e perché Tasso dice che in realtà ci vede benissimo?



2. Cerca l’etimologia di errori (v. 42). La parola ha anche oggi il significato che gli dà Tasso?



3. Spiega i riferimenti mitologici presenti ai versi 27-28 e 40.



ANALIZZARE


4. Che cosa è, e che cosa cosa significa la Quercia che compare al v. 7?



5. Al verso 22 l’ aure è ancora un senhal come accadeva nei madrigali precedenti?



6. Rileggi la terza strofa: quale campo semantico spicca? Qual è il sentimento dominante? Quali sono le parole che lo esprimono?



CONTESTUALIZZARE


7. Nella seconda e terza strofa Tasso piange la morte di sua madre e di suo padre. Che rapporto aveva con loro? Fai una ricerca sulla vita di Tasso adoperando l’enciclopedia e la rete.



INTERPRETARE


8. Questa canzone, così come le lettere che abbiamo letto, offre molte informazioni circa il rapporto tra Tasso e i Signori, tra l’intellettuale e la corte: approfondisci l’argomento per iscritto, oppure prepara una breve esposizione orale (5 minuti).



9. Una poesia dedicata a un fiume. Se tu dovessi scrivere una poesia o una breve prosa parlando di un fiume, di una montagna o di un lago che abbia per te un’importanza speciale, quale sceglieresti? Perché?



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  1. di nome … d’onde: molto più famoso (chiaro) per la tua fama che per l’abbondanza delle tue acque. Il Metauro è un fiume picciolo (v. 2) ma celebre, perché presso il suo corso i Romani sconfissero i Cartaginesi nel 207 a.C., durante la seconda guerra punica.
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  3. fugace peregrino: il “vagabondo in fuga” di questo verso è Tasso, che parla in prima persona (vengo, v. 6) rivolgendosi idealmente al fiume Metauro.
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  5. L’alta Quercia: la quercia è il simbolo che compare sullo stemma della famiglia Della Rovere; si tratta, dunque, di una metafora encomiastica; feconde: fecondi; nutri.
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  7. umori: acque.
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  9. ond’ella … rami: grazie a cui la quercia stende i suoi rami.
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  11. ch’altrui … sede: che non nega a nessuno (altrui) riposo e accoglienza al suo (dell’ombra, v. 11) fresco gentile.
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  13. celato: nascosto.
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  15. cruda … dea: la dea crudele (cruda) e cieca è la Fortuna, che in realtà vede (v. 15) Tasso e lo perseguita, benché egli cerchi di nascondersi (m’appiatti, v. 16).
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  17. solingo calle: strada solitaria.
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  19. notturno … sconosciuto: i due aggettivi sono riferiti a piede, ma in realtà è Tasso (io, v. 16) a muoversi di notte, senza che nessuno lo riconosca. Questo scambio di attributi realizza la figura retorica che si definisce ipallage.
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  21. mi saetta: mi colpisce con le sue frecce (strali, v. 20). Queste frecce sono, per metafora, le sventure con cui il destino ha colpito Tasso, e sono numerosissime, come gli occhi della Fortuna (tanti... quanti, v. 20). Tasso ripete dunque che la Fortuna, che nella mitologia greca e latina è raffigurata come cieca, nel suo caso ci ha visto benissimo, e si è accanita contro di lui.
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  23. dal dì che ... apersi: dal giorno che per la prima volta (pria) cominciai a respirare e aprii gli occhi (lumi); cioè dal giorno della nascita.
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  25. ingiusta e ria: ingiusta e malvagia; è la Fortuna della prima stanza, il cui nome compare al v. 31.
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  27. trastullo e segno: giocattolo e bersaglio.
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  29. piaghe: le ferite procurate dalla Fortuna, che il tempo passato (lunga età) rimargina (risalda) a fatica.
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  31. Sassel … sirena: lo sa (Sassel) Napoli. La sirena di cui parla Tasso è infatti Partenope, che secondo il mito antico era sepolta a Napoli. Tasso era nato («ebbi la cuna», cioè “la culla”, v. 28) a Sorrento, vicino a Napoli (e dunque al sepolcro della sirena, v. 28).
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  33. la prima percossa: il primo colpo (della Fortuna).
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  35. pargoletto divelse: mi strappò quando ero bambino.
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  37. mi rimembra: mi ricordo.
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  39. e de … fugaci: (e mi ricordo) delle sue appassionate preghiere (preghi), che i venti, fuggendo (fugaci), hanno portato via.
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  41. Lasso!: Oh me infelice!; mal sicure piante: con passi incerti; le piante indicano, per metonimia, i piedi.
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  43. Ascanio o Camilla: sono due personaggi dell’Eneide di Virgilio che da bambini, come Tasso, dovettero seguire i loro padri nell’esilio: Ascanio era figlio di Enea, e lo accompagnò nel suo viaggio verso l’Italia; Camilla era figlia del re Metabo, che fu cacciato dalla città di cui era re e si rifugiò nei boschi; errante: vagabondo. Il padre di Tasso, Bernardo, non trovò una sistemazione stabile lontano da Napoli, ma prestò servizio presso diverse corti, portando con sé il figlio nei suoi viaggi per l’Italia.
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  45. mesti errori: le “tristi peregrinazioni” di Bernardo.
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  47. intempestivo … affanni: maturai una precoce sensibilità alle sofferenze.
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  49. ch’anzi … anni: perché l’asprezza degli avvenimenti («acerbità de’ casi») e dei dolori fece maturare in me (matura… rendé) la giovinezza («l’acerbità de gli anni») prima del tempo (anzi stagion). L’uso della parola acerbità è equivoco: al v. 45 significa “asprezza, difficoltà”, mentre al v. 46 è riferita alla giovane età di Tasso, diventata matura troppo presto a causa delle dolorose vicende della sua vita.
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  51. L’egra … vecchiezza: la sua (del padre di Tasso, Bernardo) sofferente e povera vecchiaia.
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  53. duolo: lamento; pianto da affidare alla poesia.
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  55. Già … pene: già i sospiri sono insufficienti rispetto a quanto vorrei (al mio voler), e queste due fonti di pianto (d’umor … vene; sono, per metafora, gli occhi del poeta), pur così abbondanti (sì larghe), non piangono abbastanza lacrime per le mie pene.
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  57. rimiri: guardi.
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  59. egro: malato.
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  61. ne … giri: in cielo.
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