Fëdor Dostoevskij

Delitto e castigo

La confessione a Sònja

Raskòlnikov ha deciso di confessare il suo delitto a Sònja: «Ecco, sono venuto a dirtelo». La confessione però è difficile, stentata, e ha momenti di disperata ironia (alla fidanzata che gli domanda il nome dell’assassino risponde: «Indovina»). Raskòlnikov non ha ancora ben compreso la gravità di ciò che è accaduto. A partire dal momento in cui Sònja mostra di capire come sono andate le cose, egli comincia a esporle le complesse ragioni del delitto e prova a illustrare il “sistema filosofico” che per mesi ha elaborato in completa solitudine.

«No, Sònja, non è così, non è così!», riprese a dire Raskòlnikov, sollevando di colpo la testa, come se un improvviso cambiamento nel corso dei suoi pensieri lo avesse rianimato. «Non è così! O meglio… supponi (sì, così è davvero meglio!), supponi che io sia pieno d’amor proprio, invidioso, cattivo, abietto, vendicativo, e… e forse anche incline alla pazzia. (Mettiamoci dentro tutto, tutto insieme! Della pazzia, poi, quelli ne parlavano già prima, l’avevo notato!). Ti ho detto, poco fa, che non riuscivo a mantenermi all’università. Ma sai che forse, invece, avrei anche potuto farlo? Mia madre mi avrebbe mandato i soldi per l’iscrizione; per le scarpe, i vestiti e il mangiare, i soldi li avrei guadagnati io, non c’era dubbio! Mi capitavano delle lezioni; mi davano mezzo rublo l’una. In fin dei conti, Razumìchin1 lavora! Ma io mi arrabbiai, e non ne volli sapere. Proprio così, mi arrabbiai (che bella parola!). E allora, mi rintanai nel mio cantuccio, come un ragno. Tu ci sei stata, nel mio canile, l’hai visto… Ma lo sai, Sònja, che i soffitti bassi e le stanze strette opprimono l’anima e la mente? Oh, come odiavo quel canile! Eppure, non volevo uscire da lì. Non volevo, di proposito! Non ne uscivo per giorni interi, e non volevo lavorare, non volevo quasi mangiare, non facevo che starmene sdraiato. Se Nastàsja2 mi portava qualcosa, bene, mangiavo; altrimenti passavo così l’intera giornata; non chiedevo nulla apposta, per rabbia! Di notte non c’era luce, rimanevo a giacere nel buio, ma non volevo guadagnare i soldi per comprarmi le candele… Bisognava studiare, ma io avevo venduto i miei libri; e sulla mia tavola, sui miei appunti, sui quaderni, anche adesso c’è un dito di polvere. Preferivo starmene sdraiato a pensare. Pensare era la mia unica occupazione… E facevo sempre certi sogni, strani, diversi – meglio non dire quali! Fu soltanto allora che cominciai… No, non è così! Di nuovo non racconto bene! Vedi, io mi chiedevo sempre: perché sono così stupido? Perché, se sono stupidi gli altri e io so di sicuro che sono stupidi, non cerco di essere più intelligente di loro? Poi ho capito, Sònja, che se si vuol aspettare che tutti diventino intelligenti, ci vorrà troppo tempo… E ho capito anche che questo non accadrà mai, che gli uomini non cambieranno, che non c’è nessuno in grado di cambiarli, e non val la pena perderci del tempo! Proprio così. È la legge… una legge, Sònja! È così!… Adesso so che chi è forte di mente e di spirito domina il suo prossimo! A chi osa molto, si dà sempre ragione. Chi è capace di sputare sulle cose grandi, diventa il loro legislatore, e chi osa più di tutti, più di tutti ha ragione! Così è stato finora e così sempre sarà! Solo un cieco non lo vede!». 
Nel dire questo, Raskòlnikov, pur guardando Sònja, non si preoccupava più se lei capiva o no. Era completamente in preda alla febbre, a una specie di tetro entusiasmo. È vero: da troppo tempo non parlava con nessuno! Sònja capì che quel cupo catechismo era diventato la sua fede e la sua legge. 
«Allora, Sònja, finalmente capii», proseguì Raskòlnikov in tono esaltato, «che il potere spetta solo a chi osa chinarsi per raccoglierlo. C’è una cosa sola da fare: osare! E allora mi venne un’idea, per la prima volta in vita mia, un’idea che nessuno mai aveva avuto prima di me! Nessuno! A un tratto, vidi chiaro come il sole che nessuno, finora, passando accanto a tante assurdità, aveva osato né osava prendere tutto bellamente per la coda e mandarlo a quel paese! Io… io ho voluto osare, e ho ucciso… Volevo soltanto osare, Sònja: eccola qua tutta la verità!». 
«Oh, tacete, tacete!» esclamò Sònja, congiungendo le mani. «Vi siete allontanato da Dio, e Dio vi ha punito, vi ha abbandonato al diavolo!…». 
«A proposito, Sònja, quando me ne stavo sdraiato al buio e vedevo tutte queste cose, che fosse il diavolo a tentarmi? Eh?». 
«Tacete! Non ridete, sacrilego che non siete altro; voi non capite nulla! Oh, Signore! Non capirà mai nulla, nulla!». 
«Sta’ buona, Sònja, io non rido affatto, lo so anch’io che era il diavolo a trascinarmi. Buona, Sònja, sta’ buona!» ripeteva Raskòlnikov in tono cupo e insistente. «Io so tutto. Tutte queste cose le ho già pensate e ripensate e bisbigliate a me stesso migliaia di volte, quando ero là sdraiato al buio… Le ho discusse e ridiscusse fino all’ultimo infinitesimo particolare, e so tutto, tutto! E mi son venute talmente a noia, ma davvero, tutte queste chiacchiere! Volevo dimenticare tutto e ricominciare tutto dapprincipio, Sònja, e smetterla di chiacchierare! Non crederai davvero che sia andato là come uno stupido, che mi ci sia tuffato a capofitto? Ci sono andato con le idee chiare, ed è proprio questo che mi ha rovinato! Pensi davvero che non sapessi, per dirne una, che già se mi chiedevo e m’interrogavo: “Ho il diritto di prendere il potere?”, voleva dire che non avevo il diritto di farlo? O che se mi domandavo: “L’uomo è davvero un pidocchio?”, vuol dire che l’uomo per me non è un pidocchio, è un pidocchio per chi non ci pensa affatto, per chi va dritto allo scopo senza chiedersi nulla… Se mi sono tormentato per tanti giorni nel dubbio se Napoleone ci sarebbe andato o no, è perché sentivo chiaramente di non essere un Napoleone…». 

LA FELICITÀ ATTRAVERSO L’ACCETTAZIONE Nella confessione di Raskòlnikov a Sònja, Dostoevskij non solo fa affiorare le convinzioni filosofiche del protagonista (che è tentato dal nichilismo, ma riconosce, adesso, che quella tentazione l’ha portato alla follia e al delitto), ma rievoca anche la tristezza dei mesi che Raskòlnikov ha passato fissando il soffitto nel suo canile (la sua stanzetta squallida, minuscola, simile a una bara), rifiutando gli aiuti offerti dalla famiglia, cercando da solo una soluzione a tutti i suoi problemi. Raskòlnikov voleva farla finita con la sofferenza, trovare il modo di vivere una vita felice: ma per Dostoevskij la felicità passa attraverso l’accettazione e la comprensione del dolore, non attraverso il suo rifiuto. 

IL CROLLO DEL SISTEMA FILOSOFICO Come accade spesso nelle grandi scene di Dostoevskij, anche in questo caso il resoconto dei fatti è affidato non alla voce del narratore ma a quella – nervosa, concitata, febbrile – del protagonista. In questo modo il tormento di Raskòlnikov emerge con violenza; ma emerge anche, con toni commoventi, la sua intenzione di cambiare vita: solo ora, al termine di una riflessione estenuante compiuta dopo il delitto, Raskòlnikov comprende di aver commesso un crimine ma anche di non essere un criminale: «se mi domandavo: “L’uomo è davvero un pidocchio?”, vuol dire che l’uomo per me non è un pidocchio, è un pidocchio per chi non ci pensa affatto, per chi va dritto allo scopo senza chiedersi nulla…». Crolla così il “sistema filosofico” nichilista che Raskòlnikov aveva elaborato, fondato sull’idea che gli esseri umani “inutili” possano essere sacrificati a beneficio di individui eccezionali come lui: il fatto è che lui non è un individuo eccezionale e, soprattutto, che non esistono esseri umani inutili. 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE 

1 Riassumi in poche righe e in terza persona la confessione di Raskòlnikov. 

2 Che cosa intende Raskòlnikov quando parla di «canile»? 

3 Come argomenta la sua scelta il protagonista? Come giustifica il suo omicidio? 

4 Che cosa replica Sònja? A quale ideologia si appella? 

5 Di solito nel romanzo dell’Ottocento le descrizioni hanno molto spazio, in questo brano, invece, predominano i dialoghi. Come mai? 

CONTESTUALIZZARE 

6 Qual è il sistema filosofico di Raskòlnikov? A quali filosofi sembra ispirarsi? Credi si possa parlare di “superomismo”? O domina il nichilismo? Rispondi con un testo argomentativo

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  1. Razumìchin: uno studente amico di Raskòlnikov.
  2. Nastàsja: la donna di servizio.