Galileo Galilei

Il Saggiatore

La favola dei suoni

Gli scienziati, oggi, non scrivono favole. Il linguaggio della scienza ha preso una strada opposta rispetto al linguaggio della fantasia, e un uomo di scienza che – per difendere il proprio punto di vista – si mettesse a raccontare una storia inventata verrebbe preso, nella migliore delle ipotesi, per un eccentrico. Le cose andavano diversamente nei secoli passati, quando grandissimi scienziati erano spesso anche grandi uomini di lettere (è il caso appunto di Galileo), o viceversa (è il caso di Blaise Pascal, uno dei più grandi filosofi del Seicento, che era però anche un insigne matematico). Galileo, poi, ha davvero il dono di saper raccontare una storia in modo avvincente. La prova? Per esempio, questa “favola dei suoni”, che si legge nel capitolo 21 del Saggiatore.

Parmi1 d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente2 voglia discorrerne; e che, all’incontro3, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità4.
Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d’uno ingegno perspicacissimo5 e d’una curiosità straordinaria; e per suo trastullo6 allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio, colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro7 formavano canti diversi, e tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d’un uccello, ma con maniera diversissima8. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo9; e ritiratosi in sé stesso10, e conoscendo che se non s’abbatteva11 a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura. Ed occorse12 il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio13, sentì risonarvi dentro una simil14 voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch’ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz’altro fiato15 ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell’ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati16, cominciò a creder ch’altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle17 nell’aprir la porta? Un’altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo d’aver a veder uno che coll’archetto toccasse leggiermente le corde d’un violino, vide uno che fregando il polpastrello d’un dito sopra l’orlo d’un bicchiero, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell’ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò18 l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si generi il suono; né tutte l’esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l’ali, cacciar sibili così dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro19 che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono; quando, dico, ei credeva d’aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell’ignoranza20 e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l’ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme21 né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto22 e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare23, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita24, sì che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili25.
Io potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili26 da noi, quando il senso e l’esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire27 alla nostra incapacità; onde se io non saperò precisamente determinar la maniera della produzzion della cometa28, non mi dovrà esser negata la scusa29, e tanto più quant’io non mi son mai arrogato30 di poter ciò fare, conoscendo potere essere ch’ella si faccia in alcun modo lontano da ogni nostra immaginazione; e la difficoltà dell’intendere come si formi31 il canto della cicala, mentr’ella ci canta in mano, scusa di soverchio32 il non sapere come in tanta lontananza si generi la cometa.

GLI STADI DELL’IGNORANZA Osserviamo subito la cosa più sorprendente. In questo capitolo Galileo non sta parlando dei suoni e della musica, sta parlando delle stelle comete e di come si generano. Vale a dire che la “favola dei suoni” che abbiamo letto non interessa Galileo per l’argomento che tocca (la varia genesi dei suoni), bensì per l’insegnamento che contiene riguardo al modo in cui si acquisiscono le conoscenze circa i fenomeni naturali. Qual è questo insegnamento?
Potremmo dire che il personaggio inventato da Galileo passa attraverso due stadi di ignoranza, uno stadio della povertà e uno stadio dell’abbondanza. La prima è l’ignoranza di chi sa poco, di chi ha troppo pochi dati su cui riflettere, e pensa che ciò che conosce sia tutto ciò che c’è da conoscere: è l’ignoranza del bambino, che non sa guardare oltre il suo piccolo mondo. La seconda è l’ignoranza di chi, entrato nel mondo, è sopraffatto dalla sua varietà e dalla molteplicità dei fenomeni che si presentano caoticamente dinnanzi ai suoi occhi e alla sua intelligenza. Pensava che certi suoni li producessero solo gli uccelli. Poi ha imparato che li fanno anche certi strumenti musicali a fiato. Non solo, anche quelli a corde! Non solo, anche le vespe, i mosconi, le cicale, anche le dita strofinate sul bordo di un bicchiere, anche i gangheri delle porte! Ecco allora che mentre nel primo caso la risposta alla domanda «come si generano i suoni» era «li fanno gli uccelli», in questo secondo la risposta non può che essere un elenco potenzialmente infinito: «li fanno gli uccelli, gli strumenti musicali, le cicale…».

DALL’ESPERIENZA ALLA TEORIA Che cosa ci vuole dire, Galileo, con questa favola? Qual è l’insegnamento che vuole ricavarne? Da un lato, vuole dire che l’indagine scientifica non ha fine: ogni esperienza (l’ascolto di un suono) può essere all’origine di un’ipotesi (il suono deriva da X), ma questa ipotesi può essere confermata, o contraddetta, o perfezionata da una nuova esperienza. Lo scienziato, insomma, deve essere pronto non solo a mettere in dubbio ciò che sa, ma a cercare di mettere in crisi le sue teorie attraverso una più approfondita conoscenza sia dei fenomeni naturali sia dei suoi pregiudizi. Dall’altro, Galileo dice che la conoscenza dev’essere non soltanto empirica ma anche teorica. La scienza non è un inventario dei fatti naturali: è anche un tentativo di dedurre, da questi fatti, delle regole generali, delle teorie che potranno essere confermate o falsificate dall’esperienza. Così, per restare alla nostra favola, se potenzialmente infiniti sono gli animali o gli oggetti che possono produrre un suono, è necessario che accada qualcosa perché il suono si produca, ed è necessario che quegli animali e quegli oggetti abbiano determinate caratteristiche (per esempio che alcune loro parti possano far vibrare l’aria in modo opportuno): ed è appunto su queste “condizioni di esistenza”, e non sull’infinita varietà dei fenomeni, che riflette lo scienziato.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Riscrivi in italiano corrente il primo capoverso; è una sentenza, una definizione generale del comportamento umano rispetto alla conoscenza: che cosa intende dire Galileo in questa brevissima ma densissima introduzione?

2 Quali caratteristiche ha il protagonista di questo apologo, e quali sono le condizioni e l’ambiente che promuovono la sua indagine e le sue scoperte?

ANALIZZARE

3 Per esporre le proprie teorie, lo scienziato usa qui un esempio. Illustra la struttura argomentativa del brano.

INTERPRETARE

4 Curiosità, osservazione e confronto: sono le basi del metodo del protagonista. Spiega in che modo Galileo le espone e in che modo stanno alla base del “metodo scientifico”.

5 Non sempre abbiamo la spiegazione dei fenomeni (come in questo caso il suono della cicala), ma questo non toglie che la spiegazione esista; inoltre, la molteplicità del reale può essere ricondotta a determinate costanti. Qual è il senso ultimo di questo apologo?

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  1. Parmi: mi pare.
  2. risolutamente: decisamente, con sicurezza.
  3. all’incontro: al contrario.
  4. renda … novità: renda ciascuno più cauto (lento) ed esitante (irresoluto) quando si tratta di dare la propria opinione (sentenziare) intorno a una cosa nuova.
  5. perspicacissimo: prontissimo, capace di comprendere le cose con grande rapidità.
  6. trastullo: divertimento.
  7. ad arbitrio loro: quando volevano, liberamente.
  8. ma … diversissima: ma in un modo completamente diverso.
  9. zufolo: flauto diritto.
  10. ritiratosi in sé stesso: messosi a riflettere tra sé e sé.
  11. s’abbatteva: capitava.
  12. occorse: capitò.
  13. tugurio: capanna, catapecchia.
  14. simil: un suono (voce) simile, s’intende, a quello che aveva sentito il giorno prima.
  15. senz’altro fiato: senza emissione di voce, con il solo vibrare delle corde.
  16. inopinati: impensati.
  17. dagli arpioni e dalle bandelle: l’arpione è il pezzo di ferro su cui vengono montate le porte e i cancelli; la bandella è la cerniera nella quale s’incastra l’arpione, affinché la porta o il cancello possa aprirsi.
  18. si scemò: diminuì.
  19. quella … ferro: è quello che oggi chiamiamo “scacciapensieri”.
  20. trovossi … nell’ignoranza: si trovò più che mai nell’imbarazzo (alla lettera: “avviluppato nell’ignoranza”).
  21. squamme: le squame che ricoprono il corpo della cicala.
  22. casso del petto: la gabbia toracica che copre gli organi interni.
  23. chetare: star zitte.
  24. le tolse … vita: la zittì, trafiggendola con l’ago, ma allo stesso tempo la uccise.
  25. teneva per fermo … inopinabili: era sicuro che ce ne potevano essere altri cento sconosciuti e impensabili.
  26. inescogitabili: impensabili, inimmaginabili.
  27. supplire: prendere il posto (qui la diretta esperienza delle cose dovrebbe “supplire”, cioè venire in soccorso della nostra ignoranza).
  28. la maniera … cometa: come nascono le comete.
  29. non … scusa: questa ignoranza circa la natura delle comete mi dovrà essere scusata.
  30. arrogato: vantato.
  31. come si formi: da dove nasca.
  32. di soverchio: a maggior ragione.