Pietro Bembo

Rime

La fera che scolpita nel cor tengo

Il paragone tra la donna e la fiera (“animale selvaggio”), che Petrarca utilizza in vari testi, è assai diffuso nella lirica italiana. Ecco un esempio dalla celebre canzone Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina (Canzoniere, 50: «Ahi crudo Amor, ma tu allor più mi ’nforme [mi spingi] / a seguir d’una fera che mi strugge, / la voce e i passi e l’orme, / e lei non stringi [catturi] che s’appiatta [si nasconde] e fugge».
La donna è crudele verso l’uomo che la ama e spietatamente si sottrae a lui: di conseguenza l’amante è costretto a inseguirla come un cacciatore la sua preda.
Il sonetto La fera che scolpita nel cor tengo di Bembo riprende questo tema e gli affianca altri motivi petrarcheschi: il tormento interiore, determinato dalla distanza fra le proprie aspirazioni e i propri comportamenti; il passare del tempo, che condurrà presto alla morte; il destino che sembra non lasciare scampo. Il testo è stato composto fra il 1530 e il 1535, quando Bembo aveva superato i sessant’anni: ciò dimostra la tenacia d’un uomo anziano, che vuole rimanere poeta e continua a scrivere d’amore nutrendosi di ricordi personali e di slanci sentimentali assopiti, ma soprattutto mettendo a frutto la sua cultura letteraria e il “mestiere” acquisito nel corso dei decenni.

La fera1 che scolpita2 nel cor tengo3,
così l’avess’io viva entro le braccia:
fuggì sì leve4, ch’io perdei la traccia,
né freno il corso5, né la sete spengo6.

Anzi così tra due vivo7 e sostengo8
l’anima forsennata9, che procaccia10
far d’una tigre11 sciolta preda in caccia,
traendo me, che seguir lei convengo.

E so ch’io movo indarno, o penser casso12,
e perdo inutilmente il dolce tempo
de la mia vita, che giamai non torna.

Ben devrei ricovrarmi13, or ch’i m’attempo14
e ho forse vicin l’ultimo passo15:
ma piè mosso dal ciel nulla distorna16.

 

Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE DCE.

LA CACCIA D’AMORE La prima quartina introduce l’immagine centrale del sonetto: il poeta-cacciatore insegue l’amata. La mitologia e la letteratura sono piene di amanti fuggitive che vengono rincorse dagli amanti, a cominciare da Dafne braccata da Apollo e trasformata in alloro (una metamorfosi vegetale, quindi: la simbologia bembiana è invece animale). Nel seguito del sonetto di Bembo, però, la caccia assume una continuità e una valenza simbolica che potrebbero meglio richiamare l’ossessione del capitano Achab – il protagonista del grande romanzo Moby Dick di Herman Melville – che insegue la balena bianca.
A partire dalla seconda quartina, il poeta approfondisce l’analisi del suo animo e della sua vita. Dice di essere trascinato dalla propria anima in questa caccia senza speranza. Capisce di comportarsi come un forsennato: l’impresa che tenta non ha alcuna possibilità di successo. Parla della sua anima come di una potenza esterna, che lo spinge a fare qualcosa che lui non vorrebbe. In questo modo, cerca di dare una forma “concreta”, di oggettivare il contrasto interiore che lo lacera. La parte che dice “io”, distinta dall’anima, si deve identificare con l’intelletto, la ragione, il cervello: il filosofo Blaise Pascal (1623-1662) dirà, in un suo celebre aforisma, che il cuore (l’anima, in questo caso) ha delle ragioni che la ragione non conosce, cioè non comprende («Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point»). Il poeta è consapevole che, inseguendo l’amata, sta sprecando la propria vita, ormai prossima al termine.

UNA FOLLIA VOLUTA DA DIO La conclusione del testo è una sorpresa: il comportamento del poeta è voluto dal cielo. L’anima che distoglie l’intelletto dalla via della saggezza non è nemmeno essa responsabile della sua furiosa inclinazione verso l’amata: è il destino a guidarla. Come si intuisce subito, quest’ultimo verso apre il problema dei rapporti fra le decisioni del cielo (cioè di Dio) e la libertà individuale: è un problema che tocca le fondamenta della religione cristiana e che non potrebbe essere in alcun modo affrontato in un sonetto. In realtà, Bembo non ha alcuna intenzione di affrontarlo qui o altrove: da credente qual è, si attiene alla dottrina cristiana e accetta senza discussioni che le decisioni di Dio (del cielo, del destino, del fato) si accordino con la libertà e la responsabilità di ciascun uomo.
La caratteristica fondamentale della lirica petrarchesca e petrarchista emerge qui con evidenza. La poesia amorosa è centrata sull’io del poeta: il ruolo della donna è sempre marginale. La frustrazione è, dunque, duplice: da una parte, il poeta non riesce a raggiungere la donna che desidera; dall’altra, non può avere un comportamento coerente con le proprie decisioni razionali.

IL RAPPORTO CON IL MODELLO: IL TEMA Bembo ha tratto ispirazione da un bel sonetto petrarchesco (Canzoniere, 152), più sciolto e retoricamente più felice di quello bembiano. Eccolo: 

Questa umil fera, un cor di tigre o d’orsa,
che ’n vista umana e ’n forma d’angel vène,
in riso e ’n pianto, fra paura e spene
mi rota sí ch’ogni mio stato inforsa.

Se ’n breve non m’accoglie o non mi smorsa,
ma pur come suol far tra due mi tene,
per quel ch’io sento al cor gir fra le vene
dolce veneno, Amor, mia vita è corsa.

Non pò più la vertù fragile e stanca
tante varïetati omai soffrire,
che ’n un punto arde, agghiaccia, arrossa e ’nbianca.

Fuggendo spera i suoi dolor’ finire, 
come colei che d’ora in ora manca:
ché ben pò nulla chi non pò morire.

Questa umile belva con un cuore di tigre o di orsa, che mi si accosta con l’aspetto di un essere umano e la bellezza di un angelo, mi fa variare l’umore tra riso e pianto e paura e speranza, in modo tale da mettere in dubbio ogni mio stato d’animo. Se in poco tempo non mi accetta o non mi lascia libero, ma mi continua a lasciare incerto fra il sì e il no, come è solita fare, o Amore, a giudicare da quel dolce veleno che io sento andare dalle vene verso il cuore, la mia vita è trascorsa. La mia forza (la vertù) fragile e stanca non può più sopportare tante variazioni, dato che in uno stesso istante brucia, ghiaccia, si arrossa e si imbianca. Essa spera di porre termine ai suoi dolori fuggendo, visto che muore di momento in momento: infatti non ha nessun potere chi non può morire.

Dal sonetto di Petrarca, Bembo riprende le immagini della fera e della tigre, lo stato di incertezza in cui versa il poeta («tra due mi tene»), la sensazione della morte prossima («mia vita è corsa»; «d’ora in hora manca»). Probabilmente riprende anche il riferimento al cavallo: il verso bembiano «né freno il corso» può provenire da «mia vita è corsa» di Petrarca.

LE RIME ASPRE E IL LESSICO Per commentare un’altra caratteristica del sonetto di Bembo bisogna osservare le rime del sonetto di Petrarca: -orsa, -ene, -anca, -ire. La prima e la terza sono rime formate da suoni aspri, che vengono potenziati da suoni analoghi nel corpo del verso, per esempio il verso: «CHe ’n un puNTo aRDe, aGGHiaCCia, aRRoSSa e ’NBiaNCa».
Consideriamo ora le rime del sonetto di Bembo: -engo, -accia, -asso, -empo, -orna. Abbondano gli incontri di consonanti e dunque i suoni aspri. Cerchiamo anche nel corpo dei versi: eNTRo, peRDei, FReno, coRSo, foRSeNNata, tiGRe, PReda, TRaendo, seguiR Lei, iNDaRNo, penseR Casso, peRDo, deVRei, ricoVRaRMi, foRSe, moSSo. Si deve concludere che Bembo ha colto la sonorità aspra, “petrosa” del testo petrarchesco e ha deciso di riprodurla, anzi, di potenziarla, nel suo sonetto.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Nel passaggio fra le quartine e le terzine è evidente che il contenuto cambia. In che modo? Il poeta si pente? Cambia idea? 

2 La prima terzina richiama un motivo presente anche nel sonetto proemiale del Canzoniere di Petrarca Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono. Di quale motivo si tratta? Quale novità introduce Bembo rispetto a Petrarca?

3 Il ritmo binario che caratterizza la poesia petrarchesca trova riscontro in alcune dittologie sinonimiche, ripetizioni e riprese del sonetto bembiano. Per esempio, tengo / avessi; fuggì / perdei la traccia. Rileva quelle più evidenti. 

4 Sul piano sintattico e metrico emergono un chiasmo e alcuni enjambements. In quali punti del sonetto? Che funzione hanno? 

INTERPRETARE

5 Il tema del tempo che passa e della vecchiaia che avanza è ripreso da Bembo nell’ultima terzina. Metti a confronto questo passaggio con il sonetto di Petrarca La vita fugge, e non s’arresta una ora, che riportiamo qui di seguito, chiarendo come Bembo reinterpreta questo motivo: prevalgono le analogie o le differenze? 

La vita fugge, e non s’arresta un’ora1,
e la morte vien dietro a gran giornate2,
e le cose presenti e le passate
mi dànno guerra, e le future ancora;
e ’l rimembrare e3 l’aspettar m’accora4,
or quinci or quindi, sì che ’n veritate,
se non ch’ì ho5 di me stesso pietate,  
i’ sarei già di questi pensier’ fòra6.
Tornami avanti7, s’alcun dolce mai
ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;
veggio fortuna8 in porto, e stanco omai
il mio nocchier, e rotte àrbore e sarte9,
e i lumi10 bei che mirar soglio11, spenti.

1. un’ora: mai.
2. a gran giornate: in fretta, velocemente.
3. e ... e: sia ... sia.
4. m’accora: mi addolorano.
5. se non ch’ì ho: se non fosse che ho.
6. i(o) ... fora: dandomi la morte.
7. avanti: alla memoria.
8. fortuna: tempesta.
9. àrbore e sarte: l’albero della nave e i cordami che reggono le vele.
10. lumi: occhi.
11. che mirar soglio: che guardo sempre.

Stampa
  1. fera: fiera, bestia feroce. 
  2. scolpita: incisa; il poeta ha nel suo cuore l’immagine della donna, ma vorrebbe averla viva fra le braccia.
  3. tengo: conservo.
  4. leve: veloce.
  5. freno il corso: rallento la corsa del mio cavallo; e cioè “smetto di inseguirla, di cercarla”. 
  6. la ... spengo: fuori di metafora significa “riesco a placare il mio desiderio”: continua a desiderarla.
  7. tra due vivo: vivo tra due sentimenti contrari: il desiderio di inseguirla e la consapevolezza che l’inseguimento non avrà termine. 
  8. sostengo: cerco di trattenere.
  9. forsennata: fuori di senno, folle.
  10. procaccia ... convengo: cacciando (in caccia) cerca di trasformare in preda una tigre libera, trascinando me con lei, che non posso fare a meno (convengo, latinismo) di seguirla; l’anima trascina con sé il poeta: è un modo per spiegare la coesistenza di sentimenti contrastanti.
  11. tigre: il termine “fiera” è generico e potrebbe adattarsi anche al cinghiale. In realtà, quando i poeti lo adoperano, dobbiamo intendere un animale nobile ed elegante, come la tigre.
  12. io ... casso: io mi muovo inutilmente (indarno), o pensiero inutile (casso); l’inciso «o penser casso» è un vocativo: il poeta si rivolge al pensiero appena formulato, che dichiara la consapevole inutilità della caccia; casso è un latinismo e significa propriamente “annullato”. 
  13. ricovrarmi: trovarmi un ricovero; cioè un luogo tranquillo e riparato, in cui meditare sulla mia futura morte.
  14. m’attempo: invecchio.
  15. l’ultimo passo: la morte.
  16. piè ... distorna: niente può distogliere (dall’inseguimento) un piede che sia mosso dal cielo; è dunque il cielo che spinge il poeta a inseguire la fiera. L’ultimo verso ha la forma di un aforisma: in termini retorici si chiama epifonema.