Carlo Emilio Gadda

La cognizione del dolore

La morte della Señora

Il nono e ultimo tratto della Cognizione del dolore si chiude con la scena della morte della madre del protagonista, ferita alla testa da un ignoto assassino. Tutti i personaggi accorrono al richiamo dei guardiani Bruno ed Ermenegildo. La scena è raccapricciante. La madre è nel letto, avvolta da pesanti lenzuola macchiate di sangue. Il lettore è portato a pensare che Gonzalo, il quale aveva abbandonato la casa dopo un’ultima esplosione di rabbia contro la madre, possa essere il colpevole. Ma Gadda non lo dice, e il romanzo si chiude così, lasciando la cosa in sospeso, il mistero irrisolto.

Il trapestio1 delle sei o sette persone sul pavimento di legno della camera ebbe finalmente un arresto. Quelli che più s’erano avvicinati al letto dalla parte occupata, tra cui la donna, chiamarono ancora, quasi sottovoce, per un riguardo, «señora, señora», chinandosi. E il vecchio Olocati la scoperse. Gli occhi della signora, aperti, non lo guardarono, guardavano il nulla. Un orribile coagulo di sangue si era aggrumato, ancor vivo, sui capelli grigi, dissolti, due fili di sangue le colavano dalle narici, le scendevano sulla bocca semiaperta. Gli occhi erano dischiusi, la guancia destra tumefatta2, la pelle lacerata e anche sotto l’orbita, orribile. Le due povere mani levate, scheletrite, parevano protese verso «gli altri» come in una difesa o in una implorazione estrema. Esse poi apparivano graffiate: macchie e sbavature di sangue erano sul guanciale e sul lembo del lenzuolo.
Si accorsero che respirava, che solo le mani erano così, quasi fredde: tardo, debolissimo, il polso batteva ancora. Allora fu subito mandato per medico, fu Bruno3 che corse. In paese già lo avevano svegliato, quasi a un presagio.
[...]
Il vecchio medico di Lukones in quelle tristissime contingenze si rese molto utile. Aveva una barba di quattro giorni sulle guance cascanti, non bianca ancora del tutto, ed era senza cravatta, con un colletto sfilacciato e un po’ «foeudra de salamm4», con occhi arrossati come per una blefarite5, stanchi, gonfi e piccoli dalla fatica e dal sonno: sotto ai due piccoli bulbi le occhiaie gonfie, a lùnula6, parevano due amache o due ghirbe7.
Aveva portato con sé il prevedibile nella sua borsa nera e bisunta che tutti conoscevano, rifornita ad istinto, come da lunghi anni la praticaccia omnibus8 gli aveva suggerito, e poi a mano a mano corretto i suggerimenti con le novità sempre più perfette del pronto soccorso. La depose sul tavolino in un angolo. [...] Il dottore si accostò al letto, guardò quell’essere immobile e così orrendamente offeso: «così l’avete trovata?», disse, prese la mano e distese quasi con una certa fatica il braccio scheletrito che i pizzi della camicia da notte ricadendo avevano lasciato emergere nell’implorazione e nella difesa, l’una e l’altra vane. Tastò il polso destro mentre con l’altra mano ricompose distendendolo l’altro braccio della povera indifesa.
[...]
Si comprese da tutti, al riscontrare delle tracce di sangue sullo spigolo del tavolino da notte, verso il letto, che il capo così ferito doveva avervi battuto violentemente; forse qualcuno doveva averla afferrata a due mani, pel collo, e averle sbattuto il capo contro lo spigolo del tavolino da notte, per terrorizzarla, o deliberato9 ad ucciderla. Terribile fu e permaneva a tutti l’aspetto di quel volto ingiuriato, ch’essi conoscevano così nobile e buono pur nel disfacimento della vecchiezza.
Ora tumefatto, ferito. Inturpito da una cagione malvagia, operante nella assurdità della notte10; e complice la fiducia o la bontà stessa della signora. Questa catena di cause riconduceva il sistema dolce e alto della vita all’orrore dei sistemi subordinati, natura, sangue, materia: solitudine di visceri e di volti senza pensiero. Abbandono.
«Lasciamola tranquilla», disse il dottore, «andate, uscite».
Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: Io.
L’ausilio dell’arte medica, lenimento11, pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua e alcool dalle pezzuole strizzate ricadere gocciolando in una bacinella. E alle stecche delle persiane già l’alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.

UN GIALLO SENZA SOLUZIONE Il libro finisce qui, il giallo resta senza soluzione; anzi, si chiude nel momento stesso in cui comincia. La morte di Elisabetta, la madre di Gonzalo, arriva dunque in conclusione, ma è preparata da Gadda nel corso di tutto il romanzo, perché su tutto il romanzo aleggia un’atmosfera funebre, mortuaria: il dettaglio delle mani «scheletrite» e poi del braccio «scheletrito» torna in altri punti del racconto, e spesso la madre viene descritta come un fantasma che si aggira nelle stanze della villa, una sorta di “figura di soglia” tra la vita e la morte. Ora quella soglia sta per essere varcata: «il sistema dolce e alto della vita», scrive splendidamente Gadda, viene abbassato «all’orrore dei sistemi subordinati, natura, sangue, materia».

CON GLI OCCHI DEI PERSONAGGI La pagina che abbiamo letto è costruita come una scena teatrale. I personaggi spiano il corpo ferito della donna, che quasi sprofonda nelle lenzuola bianche. Il lettore guarda la scena con i loro occhi, vede uno a uno i dettagli nei quali Gadda, con un talento da anatomista (sembra di leggere il referto di un medico legale), scompone il corpo della donna: gli occhi spalancati, i capelli grigi segnati dal sangue, le narici insanguinate, gli zigomi gonfi. Da notare: anche l’autore sceglie di osservare la scena attraverso gli occhi dei suoi personaggi, orientando su di loro la focalizzazione del racconto, e questo espediente dà al racconto stesso una suspense maggiore. I personaggi non si accorgono, subito, del fatto che Elisabetta è ancora viva: prima vedono le sue ferite, poi, all’improvviso, si rendono conto che respira ancora. Questo effetto di realtà sarebbe stato vanificato se, per ipotesi, Gadda avesse cominciato la descrizione del corpo sfruttando la sua posizione di narratore onnisciente e scrivendo “Era ancora viva”. Non lo sa, non lo sappiamo ancora, all’inizio della scena: lo scopriamo insieme ai servitori riuniti intorno al letto.

L’USO ESPRESSIONISTICO DEL COLORE Gadda aveva già descritto un corpo ferito nel racconto Anastomòsi (pubblicato nel 1940 con il titolo Ablazione del duodeno per ulcera), e anche in quel caso la descrizione insisteva su tre colori principali: bianco, nero e rosso. Nella Cognizione del dolore, il bianco delle coperte e della carne quasi senza vita di Elisabetta dà maggior risalto al sangue, che è rosso ma in certi punti anche nero («aggrumato»). Un uso ancora più espressionistico di questi colori si troverà nella descrizione dell’altro cadavere femminile fatta da Gadda: quello di Liliana Balducci all’inizio di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

L’ALBA L’immagine dell’alba che chiude il testo lascia il lettore in sospeso. Il canto del gallo e il sorgere del sole potrebbero corrispondere a un segno di rinascita, una nota di speranza che Gadda affiderebbe alle ultimissime battute del suo racconto: morta la madre, il «male invisibile» del figlio potrà finalmente venire a galla e forse essere medicato. Tuttavia, se si tiene presente il profondo pessimismo che grava sull’intera Cognizione del dolore, è difficile non rilevare, in questo quadro mattutino, un’eco leopardiana: il sole torna a splendere, la natura rinasce, ma è del tutto indifferente alle sorti degli uomini.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Prova a parafrasare il difficile (e bellissimo) periodo: Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: Io.

2 Come si conclude il romanzo?

ANALIZZARE

3 Nel brano, più di una frase è priva di predicato verbale. Indica quali. Quale effetto di stile ottiene Gadda attraverso di esse?

4 Elenca tutti i termini dei quali ignori (o ignoravi, prima di leggere le note) il significato; cercali sul Grande Dizionario della lingua italiana Battaglia e copiane le definizioni.

INTERPRETARE

5 Nel brano le cose vengono viste e descritte da più punti di vista. Quali?

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  1. trapestio: rumore dei passi.
  2. tumefatta: gonfia.
  3. Bruno: è Bruno Olocati, uno dei due cugini (l’altro è Ermenegildo Gomez) che scoprono il delitto. I due lavorano come guardiani notturni per il cavalier Trabatta, che vive in un castello nelle vicinanze della villa.
  4. foeudra de salamm: espressione milanese che significa, alla lettera, “fodera [pelle] di salame”, e che Gadda ha probabilmente tratto dal poemetto La nomina del cappellan di Carlo Porta (il senso è che il colletto della camicia del dottore è floscio).
  5. blefarite: termine medico che indica un’infiammazione della palpebra. È un buon esempio di come Gadda arricchisca di continuo la sua prosa con termini del linguaggio medico-scientifico.
  6. a lùnula: a forma di luna, o lunetta.
  7. ghirbe: otri di pelle usati un tempo per trasportare l’acqua.
  8. praticaccia omnibus: esperienza di medico buona per tutte le occasioni, per ogni emergenza (omnibus, alla lettera, “per tutti”, “per tutte le cose”).
  9. deliberato: deciso, determinato.
  10. Inturpito ... notte: il volto sconciato, reso turpe da una mente malvagia attiva nell’assurdità della notte.
  11. lenimento: pomata che si spalma per far riassorbire gli ematomi o per alleviare i dolori muscolari.