Alessandro Manzoni

Adelchi

La morte di Adelchi: la storia non premia i migliori

In questa scena dell’ultimo atto sono riuniti i tre protagonisti della tragedia: Adelchi, morente, Desiderio, sconfitto e prigioniero, e Carlo Magno, vittorioso per volere del cielo. Nel monologo, il principe Adelchi esprime la sua visione del potere e delle vicende umane.

DESIDERIO
[...] Ahi lasso1! ahi guerra atroce2!
Io crudel che la volli; io che t’uccido3!

ADELCHI
Non tu, né questi4, ma il Signor d’entrambi5.

DESIDERIO
Oh desiato da quest’occhi, oh quanto
lunge da te soffersi6! Ed un pensiero
fra tante ambasce mi reggea, la speme
di narrartele un giorno, in una fida
ora di pace7.

ADELCHI

Ora per me di pace,

credilo, o padre, è giunta8; ah! pur che vinto
te dal dolor quaggiù non lasci9.

DESIDERIO

Oh fronte

balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio
che spiravi il terror10!

ADELCHI

Cessa i lamenti,

cessa o padre, per Dio11! Non era questo
il tempo di morir?12 Ma tu, che preso
vivrai, vissuto nella reggia13, ascolta.
Gran segreto è la vita, e nol comprende
che l’ora estrema14. Ti fu tolto un regno:
deh! nol pianger; mel credi15. Allor che a questa
ora tu stesso appresserai16, giocondi
si schiereranno al tuo pensier dinanzi
gli anni17 in cui re non sarai stato, in cui
né una lagrima pur notata in cielo
fia contro te, né il nome tuo saravvi
con l’imprecar de’ tribolati asceso18.
Godi che re non sei; godi che chiusa
all’oprar t’è ogni via: loco a gentile,
ad innocente opra non v’è: non resta
che far torto, o patirlo19. Una feroce
forza il mondo possiede, e fa nomarsi
dritto: la man degli avi insanguinata
seminò l’ingiustizia20; i padri l’hanno
coltivata col sangue; e omai la terra
altra messe non dà21. Reggere iniqui
dolce non è22; tu l’hai provato: e fosse;
non dee finir così?23 Questo felice24,
cui la mia morte fa più fermo il soglio25,
cui tutto arride, tutto plaude e serve26,
questo è un uom che morrà27.

DESIDERIO

Ma ch’io ti perdo,

figlio, di ciò chi mi consola?28

ADELCHI

Il Dio

che di tutto consola.
(si volge a Carlo)

E tu superbo

nemico mio...

CARLO

Con questo nome, Adelchi,

più non chiamarmi; il fui29: ma con le tombe
empia e villana è nimistà; né tale,
credilo, in cor cape di Carlo30.

Metro: endecasillabi sciolti.

IL POTERE DAL PUNTO DI VISTA MORALE Desiderio si trova davanti alla conseguenza più dolorosa delle sue scelte: il figlio è ferito a morte. Lo stesso Adelchi cerca di confortarlo: non sono gli uomini ad aver deciso il conflitto, ma Dio, e sarà Dio a consolare Desiderio. Ora, finalmente, Adelchi sta per giungere alla pace eterna e solo in quest’ultima ora riconosce il senso della vita. Mentre il padre, rammaricandosi di essere prigioniero, guarda il potere dal punto di vista politico, il figlio adotta un punto di vista morale. Esercitare il potere significa far versare lacrime, infliggere tribolazioni. È data una sola alternativa: compiere un’ingiustizia o subirla. Il non poter operare è, di conseguenza, una condizione ideale per non generare dolore. Il mondo è dominato da una forza spietata che gli uomini chiamano “diritto”. Questo nome nasconde una realtà opposta: su questa terra nasce solo l’ingiustizia, seminata dagli avi e fatta crescere con il sangue dai padri. Il potere è una condizione transitoria, rapidissima, che di fronte alla morte rivela la sua illusorietà. Anche Carlo Magno, in tutta la sua grandezza, dovrà morire e rendere conto a Dio.
È significativo che Manzoni non concluda la tragedia con queste parole, ma che le faccia seguire da altre che rasserenano il clima. Prima di tutto la pacificazione con Carlo Magno. Adelchi chiede al vincitore di accordare al padre Desiderio una prigionia dignitosa, senza umiliazioni. Carlo Magno acconsente e Adelchi, sollevato, pronuncia una battuta – «Il tuo nemico / prega per te, morendo» – simile a quella di Cristo in croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34). Infine, nei versi conclusivi si legge, in un colloquio intimo, l’estremo saluto tra il figlio, che trova la pace nella morte, e il padre, che continuerà a vivere prigioniero e addolorato.

OGNI POTERE È INIQUO Se si pensa attentamente si nota che queste riflessioni cupe di Manzoni conducono a domande di difficile soluzione e forse a conseguenze contraddittorie. Bisogna astenersi da ogni azione? Ogni potere è iniquo? Anche quello religioso e politico del papa? Gli uomini possono vivere senza essere soggetti a un potere politico? Dio ha deciso la vittoria dei Franchi e ha assegnato a Carlo Magno un ruolo politico: in tutto ciò dev’esserci, dunque, qualcosa di positivo. Manzoni però non spiega in che cosa consista questo “qualcosa”.
Le posizioni dell’Adelchi hanno uno svolgimento nei Promessi sposi. Manzoni ha evidentemente il problema di indicare una via morale per agire su questa terra, un modo per esercitare equamente il potere. Nel romanzo vengono messi in scena alcuni personaggi potenti che agiscono per il bene altrui, mettendo a disposizione se stessi e le proprie sostanze: il primo è fra Cristoforo; poi, salendo nella scala sociale, l’Innominato convertito; e, sopra tutti, il cardinale Borromeo. Non si trova, invece, una figura altrettanto positiva che sappia esercitare il potere politico con lo stesso grado di moralità. Forse Manzoni continua a pensarla, a questo proposito, come Adelchi: le ingiustizie bisogna o compierle o subirle.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Elenca, nel discorso di Adelchi, le più significative figure retoriche (di significato, di sintassi, di suono ecc.) alle quali il protagonista ricorre per persuadere gli ascoltatori.

2 Adelchi, Desiderio, Carlo: costruisci una tabella e sintetizza per punti le riflessioni di ciascuno dei personaggi.

CONTESTUALIZZARE

3 Confronta la figura di Desiderio, per come traspare nelle parole di Adelchi, con quella di Napoleone nell’ode Il cinque maggio. Quali analogie si possono rilevare quanto al ruolo nella storia, all’atteggiamento nei confronti del potere e al destino finale?

INTERPRETARE

4 Poesia e storia: leggi il seguente brano, tratto dalla Lettre à Monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie, e spiega in che modo la scena dell’Adelchi realizza le idee di Manzoni sulla tragedia.

Ma, si potrà dire, se al poeta si toglie ciò che lo distingue dallo storico, e cioè il diritto di inventare i fatti, che cosa gli resta? Che cosa gli resta? la poesia; sì, la poesia. Perché, alla fin fine, che cosa ci dà la storia? ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno; ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi; i discorsi coi quali hanno fatto prevalere, o hanno tentato di far prevalere, le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o su altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, han dato sfogo alla loro tristezza, coi quali, in una parola, hanno rivelato la loro personalità; tutto questo, o quasi, la storia lo passa sotto silenzio; e tutto questo è invece dominio della poesia.

Stampa
  1. Ahi lasso: ahimè (ancor oggi in francese: hélas!).
  2. atroce: crudele, disumana.
  3. io che t’uccido!: sono io che ti uccido (rivolto ad Adelchi), io che l’ho voluta.
  4. questi: Carlo Magno, che è presente al colloquio.
  5. Signor d’entrambi: Dio, il Dio cristiano, che è Signore sia di Desiderio sia di Carlo Magno.
  6. desiato ... soffersi: io, che ho tanto desiderato vederti (letteralmente: “tu desiderato da questi occhi”), quanto ho sofferto nel tempo in cui sono rimasto lontano (lunge) da te.
  7. un ... pace: un solo pensiero mi teneva in vita (reggea) fra tanti tormenti (ambasce): la speranza (speme) di raccontarteli un giorno, nel momento in cui finalmente avessimo ritrovato la pace.
  8. Ora ... giunta: credimi, o padre, è giunto per me il momento della pace. Ai vv. 333-334 Desiderio si riferisce alla pacificazione politica, mentre qui Adelchi allude alla pace dell’anima, alla pace eterna che la morte finalmente gli concede.
  9. pur ... lasci: (ho raggiunto la pace), ma solo se so di non lasciarti qui sulla terra (quaggiù) in preda a un dolore inconsolabile.
  10. Oh ... terror: Desiderio guarda il figlio e ne compiange le qualità: l’animo (la fronte è sede del pensiero) coraggioso e sereno, la capacità di agire (man) con efficacia e forza, l’aspetto (ciglio) che ispira paura nel nemico.
  11. per Dio: per l’amore di Dio.
  12. Non ... morir?: non è forse ora il momento migliore per morire? Adelchi muore “al momento giusto”: muore cioè mentre è ancora un uomo libero.
  13. preso ... reggia: vivrai prigioniero (preso), dopo aver vissuto da re («vissuto nella reggia»); si noti il poliptoto, figura retorica che consiste nell’accostamento di parole che hanno la medesima radice ma forma e funzione sintattica differenti (vivrai / vissuto).
  14. nol ... estrema: (il mistero della vita) non lo si comprende che nell’ora della morte: solo nel momento in cui si muore, si comprende la vita.
  15. nol ... credi: non lo rimpiangere: credimi (che non è giusto rimpiangerlo); nol e mel significano rispettivamente “non lo” e “me lo”.
  16. Allor ... appresserai: quando tu stesso ti avvicinerai a questa ora (l’ora della morte).
  17. giocondi ... anni: davanti al tuo pensiero si schiereranno lieti (giocondi) gli anni.
  18. né ... asceso: né una lacrima ti sarà stata addebitata da Dio, né il tuo nome sarà accompagnato in cielo dalle imprecazioni di chi soffre (tribolati).
  19. chiusa ... patirlo: ti è preclusa ogni possibilità (via) di agire (oprar): non c’è spazio (loco) per azioni nobili (gentile opra) e innocenti: è possibile solo fare un torto o subirlo.
  20. Una ... l’ingiustizia: una forza crudele domina (possiede) i meccanismi del mondo e si fa chiamare (fa nomarsi) “diritto”: la mano grondante di sangue degli antenati (avi) ha seminato l’ingiustizia.
  21. altra messe non dà: non dà altro frutto.
  22. Reggere ... è: non è piacevole (dolce) governare (Reggere) gli uomini ingiusti (iniqui). Gli iniqui, che Desiderio ha governato, sono i duchi longobardi che hanno tradito.
  23. e fosse ... così?: e anche se fosse (dolce), la conclusione non sarebbe ugualmente questa (cioè la morte)?
  24. felice: uomo felice; aggettivo sostantivato riferito a Carlo.
  25. fa ... soglio: rende più saldo il trono.
  26. cui ... serve: a cui tutto sorride, tutto è favorevole e obbedisce.
  27. è un uom che morrà: è un uomo destinato a morire; questo verso sembra quasi mettere Adelchi al di fuori di una prospettiva religiosa: nessun uomo può dirsi felice, perché un giorno morirà.
  28. ch’io ... consola?: del fatto che io ti perdo, figlio, chi mi consola? Sembra, ma non è, un anacoluto, cioè una costruzione sintattica grammaticalmente scorretta, come quella famosa dei Promessi sposi «noi altre monache, ci piace di sentir le storie» (capitolo IX). L’anacoluto consiste nella mancanza di raccordo sintattico tra parti di una medesima proposizione o di proposizioni collegate. Nell’esempio citato, ci piace significa “piace a noi monache” (ci è un complemento di termine), mentre la frase inizia con noi altre monache, che può essere un soggetto o un complemento oggetto: la forma corretta sarebbe “a noi monache, ci piace”, in cui il complemento di termine a noi viene ripreso da ci (dislocazione a sinistra). Nei versi dell’Adelchi, la frase «ch(e) io ti perdo» è la subordinata dichiarativa retta da di ciò, e la costruzione corretta sarebbe: “ma, figlio, del fatto che ti perdo, chi mi consola?”.
  29. il fui: lo sono stato.
  30. con ... Carlo: l’inimicizia (nimistà) con i morti (tombe) è una cosa contraria alla religione e vile (villana, quindi ignobile); una cosa tale, credilo, non trova posto (cape) nel mio animo. L’aggettivo empio è il contrario di pio, che significa “conforme agli insegnamenti religiosi”.