Anonimo

Chanson de Roland

La morte di Rolando

La parte centrale dell’opera è interamente occupata dalla battaglia di Roncisvalle. I cavalieri francesi si sono battuti eroicamente ma sono stati sconfitti. Rolando (che nelle versioni italiane della Chanson è chiamato Orlando) ha esitato fino all’ultimo momento per suonare il corno con il quale richiamare il resto dell’esercito. Mentre a Roncisvalle i cavalieri cedono sotto i colpi del nemico, Carlo è in marcia verso il campo di battaglia. Rolando è l’ultimo a morire e la sua morte coincide con l’arrivo dell’imperatore.

Orlando sente che la morte lo prende,
che dalla testa sopra il cuore gli scende.
Se ne va subito sotto un pino correndo,
e qui si corica, steso sull’erba verde:
sotto, la spada e l’olifante1 mette;
verso i pagani poi rivolge la testa2:
e questo fa perché vuole davvero
che dica Carlo con tutta la sua gente
che il nobil conte è perito vincendo.
Le proprie colpe va spesso ripetendo,
e a Dio per esse il suo guanto protende3.

Orlando sente che il suo tempo è compiuto.
Volto alla Spagna4 sta sopra un poggio aguzzo.
Con una mano il petto si è battuto:
«Dio, colpa mia verso le tue virtù,
per i peccati, sia grandi che minuti,
che dal momento in cui nacqui ho compiuti
fino a quest’ora che sono qui abbattuto!».
Il guanto destro verso il Signore allunga.
E scendon angeli del cielo incontro a lui.

Il conte Orlando è steso sotto un pino:
verso la Spagna ha rivolto il suo viso.
A rammentare molte cose comincia:
tutte le terre che furon sua conquista,
la dolce Francia, quelli della sua stirpe,
il suo signore, Carlo, che l’ha nutrito:
né può frenare il pianto od i sospiri.

Ma non vuole mettere nemmeno sé in oblio:
le proprie colpe ripete e invoca Dio:
«O vero Padre, che mai non hai mentito,
tu richiamasti san Lazzaro alla vita
e fra i leoni Daniele5 custodisti,
ora tu l’anima salvami dai pericoli
per i peccati che in vita mia commisi!».
Protende ed offre il guanto destro a Dio:
dalla sua mano san Gabriele lo piglia.
Sopra il suo braccio or tiene il capo chino
a mani giunte è andato alla sua fine.
Iddio gli manda l’angelo Cherubino,
e san Michele che guarda dai pericoli6;
Con essi insieme san Gabriele qui arriva.
Portano l’anima del conte in paradiso.

È morto Orlando; ne ha Dio l’anima in cielo.
L’imperatore a Roncisvalle viene.
Non vi trova né strada né sentiero
né terra vuota, nemmeno un braccio o un piede,
dove non siano Saracini o Francesi.
E Carlo grida: «Bel nipote, ove siete?
e l’arcivescovo ed il conte Oliviero7?
dov’è Gerino e il compagno Geriero?
e dove Ottone? e Berengario ov’è?
ed Ivo e Ivorio, che io prediligevo?
Che cos’è ora il guascone Engeliero,
Sansone il duca ed Anseigi il fiero?
Dov’è Gerardo di Rossiglione il vecchio,
dove i miei dodici Pari8, lasciati indietro?».
Ma a che gridare, se nessun rispondeva?
«Dio!» disse il re «tanto affligger mi debbo,
che non ci fui, quando a lottar si prese!».
Tutta la barba si strappa per lo sdegno.
Piangono i suoi valenti cavalieri:
ne vengon meno ventimila per terra.
Il duca Namo9 grande pietà ne sente.

Non c’è nessuno, cavaliere o barone,
che amaramente non pianga di dolore;
piangono i figli, i fratelli, i nipoti,
e i loro amici, e i fedeli signori;
e i più per terra svenuti s’abbandonano.
Il duca Namo si comporta da prode:
primo fra tutti dice all’imperatore:
«Laggiù guardate, due leghe innanzi a noi:
potete scorgere le strade polverose,
tanta è la gente saracina raccolta!
Via, cavalcate! vendicate il dolore!».

«Dio!» disse Carlo «così lontani sono!
Acconsentite a me giustizia e onore!
M’hanno strappato della mia Francia il fiore».
Venir fa il re Geboino ed Ottone,
e Teobaldo di Remi con Milone:
«Guardate il campo, guardate valli e monti,
lasciate i morti giacere come sono,
che non li tocchi né bestia né leone,
e non li tocchi scudiero oppur garzone:
io vi comando che nessuno li tocchi,
finché Dio voglia farci fare ritorno».
Quelli rispondono, con dolcezza ed amore:
«Noi lo faremo, sì, giusto imperatore!».
E tengon mille cavalieri dei loro.

L’imperatore fa le trombe suonare,
poi col suo grande esercito cavalca.
Voltato il dorso10 hanno quelli di Spagna;
e tutti i Franchi dànno insieme la caccia.
Quando il re vede il vespro declinare11,
sull’erba verde smonta in mezzo ad un prato,
si stende per terra e incomincia a pregare
perché il Signore faccia il sole fermarsi,
tardar la notte e il giorno prolungarsi.
Ed ecco un angelo che suol con lui parlare
questo comando rapido viene a dargli:
«Carlo, cavalca; la luce non ti manca.
Dio sa che il fiore hai perduto di Francia:
puoi vendicarti della razza malvagia».
L’imperatore allor monta a cavallo.

Un gran prodigio fa Dio per Carlomagno,
ché il sole in cielo immobile rimane. [...]

 

Metro: lasse di decasillabi assonanzati.
 

LA STRUTTURA DELLA CANZONE Esistono varie versioni della Canzone; la più famosa e più bella è contenuta in un manoscritto conservato a Oxford, in Inghilterra, alla fine della quale si legge: «La gesta scritta qui da Turoldo ha fine». Forse è questo il nome dell’autore, del quale, in ogni caso, non abbiamo nessun’altra informazione. Il poema è composto da un certo numero di lasse assonanzate, strofe di misura variabile (quelle che abbiamo letto oscillano tra i nove e i ventidue versi) composte da versi di dieci sillabe (décasyllabes, “decasillabi”) che finiscono tutti con la stessa assonanza (si ha un’assonanza quando due parole terminano con la stessa vocale accentata, come p/n, v/s, pr/t, l/ng; all’inizio della terza lassa c’è assonanza anche nella nostra traduzione: p/no, v/so).

IL MECCANISMO DELLA RIPETIZIONE Queste lasse mostrano bene il meccanismo narrativo della Canzone (e della maggior parte delle “canzoni di gesta”): la ripetizione. La situazione che il poeta descrive è semplice: Rolando sta morendo, si è disteso sotto un pino, si è girato verso la Spagna (cioè verso i suoi nemici), ripensa per l’ultima volta a tutte le sue imprese e alla patria e alla fine chiede perdono a Dio per i suoi peccati. Il poeta però “triplica” questo episodio. Dobbiamo provare a immaginare che un regista ci stia mostrando la stessa scena da tre angolazioni leggermente diverse, con colori appena differenti, magari con un accompagnamento musicale appena un po’ variato. Qui il poeta cambia l’assonanza (prima in e, poi in u, poi in i) e cambia il discorso finale di Rolando, ma ripete due o tre volte i particolari (mettersi sotto il pino, rivolgersi verso la Spagna, battersi il petto, offrire il guanto destro) e racconta due volte, prima in maniera molto sintetica («E scendon angeli del cielo incontro a lui», CLXXIV), poi più dettagliata («Iddio gli manda l’angelo Cherubino [...] Portano l’anima del conte in paradiso», CLXXV), la scena cruciale, in cui l’anima dell’eroe viene condotta in paradiso. Si tratta di una tecnica legata all’esecuzione orale delle canzoni. Fino al secolo scorso, i cantastorie siciliani hanno narrato le storie di Orlando utilizzando una tecnica molto simile che consente una più facile memorizzazione.

L’ARRIVO DI CARLO MAGNO Poi, dopo queste lente ripetizioni, la scena cambia. Carlo giunge sul campo di battaglia e non può che assistere a uno spettacolo terribile e desolante: i corpi dei suoi cavalieri sparsi ovunque. Ma Carlo è pronto alla vendetta e con una rapidità straordinaria, dopo aver indugiato così tanto sulla morte di Orlando, il poeta della Canzone ci descrive la cavalcata dell’esercito dei Franchi all’inseguimento dei saraceni. La vendetta è benedetta da Dio e quando chiede che il sole si fermi e non cali la notte affinché il suo esercito possa inseguire i nemici, un angelo fa sì che il prodigio si compia. Il meraviglioso, sia quello profano (come i mostri che incontreremo nella Commedia) sia quello cristiano (i miracoli dei santi o i prodigi delle canzoni di gesta), è molto presente nella letteratura medievale.

TRACCE DI UNA SOCIETÀ FUTURA: IL LIGNAGGIO E IL VASSALLAGGIO Queste canzoni non avevano solo lo scopo di divertire e di far passare il tempo. Avevano anche la funzione di tramandare la conoscenza di eventi storici ritenuti particolarmente importanti. E anche per noi che le studiamo oggi, le canzoni di gesta non hanno solo un interesse letterario. Ci consentono infatti di ottenere molte informazioni sulla società nella quale sono state prodotte. In queste lasse possiamo notare l’importanza attribuita al “lignaggio” (cioè gli individui che si trovano sulla stessa linea di discendenza). Tra le cose a cui Rolando ripensa in punto di morte ci sono gli uomini del suo lignaggio, cioè della sua stirpe. L’eroe non suona subito il corno per paura che i parenti siano ritenuti colpevoli della sua viltà. Negli ultimi istanti di vita, è a loro e alla Francia che pensa e non certo alla sua fidanzata Alda, sorella del suo caro amico Olivieri morto con lui a Roncisvalle, che lo aspetta in patria e che morirà di dolore quando saprà della sua fine. L’autore della Canzone pensava che i cavalieri di Carlo avessero una concezione dei rapporti familiari simile a quella della sua epoca, cioè di circa tre secoli dopo la battaglia di Roncisvalle: la “solidarietà del lignaggio” è uno dei caratteri più importanti della società feudale, un sistema economico e politico che all’epoca di Carlo Magno era in germe e che quando è stata scritta la Canzone di Rolando stava assumendo le sue caratteristiche distintive. Anche il gesto di offrire a Dio il guanto rientra in questo tipo di utilizzo della storia da parte degli autori delle canzoni di gesta. Il guanto era uno dei segni tangibili del rapporto vassallatico, ossia del rapporto di dipendenza economica, sociale e politica tra un signore e il suo “uomo” (da cui la parola omaggio, che è appunto l’atto di sottomissione di un uomo, un vassallo, al suo signore), il suo vassallo. Il poeta, immaginando che Rolando restituisca a Dio il guanto, istituisce un parallelismo tra il rapporto che c’è tra un signore e il suo vassallo e quello che c’è tra l’uomo e Dio. L’eroe entra a far parte della famiglia divina dopo aver compiuto il suo dovere nella famiglia terrena. Morendo in battaglia contro i saraceni, Rolando diventa il campione della cristianità in lotta contro gli infedeli.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Riassumi il brano e collocalo nella trama del poema.

2 A quale scopo Carlo chiede a Dio di fermare il sole (lassa CLXXIX)? Si tratta di una citazione dalla Bibbia, di un episodio che ha come protagonista Giosuè. Trovalo e leggilo. Che cosa dimostra questa citazione?

3 Quali sono i procedimenti formali tipici dell’epica? Spiegalo, facendo opportuni riferimenti al testo.

CONTESTUALIZZARE

4 Orlando si mostra fedele a Dio come in vita si era mostrato fedele a Carlo, suo zio e signore, secondo le regole del vassallaggio: indica i passi in cui affiora questo atteggiamento di fedeltà.

INTERPRETARE

5 Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien (1892-1973) dimostra come i classici abbiano profondamente influenzato la nostra cultura e la nostra letteratura: l’episodio della morte di Boromir, uno dei componenti della “Compagnia dell’Anello”, infatti, ricorda da vicino il brano che hai appena letto. Cerca lo spezzone del film su YouTube (“Boromir’s Last Stand”) e il brano in rete (“Aragon correva veloce su per la collina...”); confronta poi le seguenti caratteristiche presenti nella Chanson de Roland e nel Signore degli anelli:

Morte di Rolando/Morte di Boromir
Protagonista
Antagonisti
Ambientazione
Dotazione dell’eroe (armi, doti fisiche e psicologiche, ideali)
Aspetti fantastici

Stampa
  1. olifante: un corno d’avorio.
  2. verso ... testa: vuole farsi trovare con la testa rivolta verso il nemico, per non dare l’impressione di essere morto fuggendo.
  3. il suo ... protende: in segno di sottomissione e fedeltà.
  4. Volto alla Spagna: rivolto cioè verso la regione ancora occupata dai saraceni.
  5. Daniele: è uno dei profeti della Bibbia; gli viene attribuito il Libro di Daniele. Il re persiano Dario lo aveva gettato in pasto ai leoni, ma Daniele, per la sua fede, venne salvato da Dio. La storia era celeberrima.
  6. san Michele ... pericoli: nell’originale francese: san Michele del Mare dei Pericoli. Si riferisce al famoso monastero di Mont-Saint-Michel in Normandia, noto anche come Mont-Saint-Michel-au-péril-de-la-mer.
  7. Oliviero: Carlo Magno comincia a passare in rassegna i nomi dei cavalieri francesi morti in battaglia.
  8. dodici Pari: i dodici vassalli della corona di Francia.
  9. Il duca Namo: uno dei paladini di Carlo Magno, padre di Oliviero.
  10. Voltato il dorso: i saraceni stanno scappando.
  11. Quando ... declinare: quando il sole sta per tramontare.