Jean-Jacques Rousseau

Confessioni

La prima esperienza dell’ingiustizia

L’autobiografia di Rousseau comincia dall’infanzia. Dopo la morte della madre e l’esilio del padre, Jean-Jacques fu mandato insieme al cugino nel villaggio di Bosseay, presso la famiglia del pastore protestante Lambercier, per ricevere un’educazione (nell’etimologia di educare c’è l’idea del "condurre, portare fuori da" uno stato di minorità intellettuale). Vi rimase due anni, che ricorda come un periodo sereno: la vita di campagna trascorreva allegra e la signorina Lambercier lo trattava con affetto quasi materno. Tuttavia, Rousseau fa risalire a quegli stessi anni l’origine dei suoi vizi peggiori, che si radicarono in lui senza che i suoi tutori se ne accorgessero. Il primo di questi vizi è una perversa lussuria che provò per la prima volta quando la signorina Lambercier cominciò a punirlo con delle sculacciate. L’eccitazione provocatagli da questa punizione era tale che egli raddoppiò il numero delle sue piccole malefatte per goderne il più spesso possibile. Quell’esperienza di sensualità precoce – confessa Rousseau – determinò per sempre la struttura del desiderio erotico dell’autore, che per tutta la vita continuò a ricercare il piacere nel dolore e nella vergogna, sognando segretamente di sottomettersi all’imperio di un’amante spietata.
Confessare queste imbarazzanti fantasie costa a Rousseau ben più fatica che dichiararsi colpevole di un delitto: lo spiega egli stesso in una nota: non sono i pensieri più criminosi i più difficili da ammettere, ma quelli ridicoli e  vergognosi. Diderot aveva osservato lo stesso paradosso : «È forse più facile accusarsi di aver progettato un grande crimine che di aver nutrito un piccolo sentimento oscuro, vile e meschino». Ciò accade quando non ci si attende il giudizio di un dio giusto, ma quello dei propri simili, per i quali la rottura di un tabù è più scandalosa che l’infrazione di una legge morale.
Dopo questo primo vergognoso primo passo nel "labirinto" delle sue confessioni, Rousseau narra un altro episodio decisivo della sua infanzia. Il passo che riportiamo racconta la prima, traumatica, esperienza dell’ingiustizia. 

Ho fatto il primo e più penoso passo nel buio e fangoso labirinto delle mie confessioni. Non quel che è delittuoso costa maggior fatica a dirsi, ma quel che è comico e vergognoso. D'ora in poi sono sicuro di me: dopo quanto ho osato dire, nulla può più fermarmi […].

Un giorno, me ne stavo solo a studiare la mia lezione nella camera attigua alla cucina. La domestica aveva messo ad asciugare i pettini della signorina Lambercier sul frontone del camino.

Quando tornò a riprenderli, ne trovò uno con tutti i denti spezzati. Con chi prendersela per il danno? Nessuno tranne me era entrato nella stanza. Mi interrogano; nego d'aver toccato il pettine. Il signore e la signorina Lambercier si mettono insieme, mi esortano, insistono, minacciano; io persisto, ostinato; ma l'evidenza era troppo palese, e l'ebbe vinta su ogni mia protesta, benché fosse la prima volta che mi trovassero tanta audacia nel mentire. La cosa venne presa sul serio e meritava di esserlo. La malvagità, la menzogna, l'ostinazione parvero egualmente degne di castigo; ma, questa volta, esso non mi venne inflitto dalla signorina Lambercier. Scrissero allo zio Bernard; egli venne. Il mio povero cugino era sotto accusa per un altro reato non meno grave; fummo associati nella stessa esecuzione. Fu spaventosa. Se, cercando il rimedio nel male stesso, si fossero voluti smorzare per sempre i miei sensi depravati, non si sarebbe potuto far di meglio. E così essi mi lasciarono a lungo tranquillo.

Non si riuscì a strapparmi la confessione che si esigeva. Riafferrato a varie riprese e ridotto nello stato più atroce, fui irremovibile. Avrei preferito la morte, e vi ero deciso. La stessa violenza fu costretta a cedere alla diabolica testardaggine di un ragazzo, poiché non chiamarono altrimenti la mia costanza. Alla fine uscii da quella prova crudele a pezzi, ma trionfante.

Sono passati quasi cinquant'anni da quell'avventura, e non ho più paura, oggi, d'essere punito di nuovo per lo stesso peccato. Ebbene, dichiaro, in cospetto del cielo, ch'ero innocente, che non avevo né spezzato né toccato il pettine, non mi era accostato al caminetto, non ci avevo pensato neppure. Non mi chiedete come fosse avvenuto il guasto: non so e non riesco a capirlo; so di certo ch'ero innocente.

Immagini il lettore un carattere timido e docile nella vita ordinaria, ma ardente, fiero, indomito nelle passioni, un ragazzo sempre educato dalla voce della ragione, sempre trattato con dolcezza, equità, compiacenza, che non concepiva neppure l'ingiustizia e che, per la prima volta, ne subisce una così terribile, e precisamente dalle persone che egli ama e rispetta di più: che capovolgimento di idee! Quale scompiglio di sentimenti! Quale sovvertimento nel suo cuore, nel suo cervello, in tutto il suo piccolo essere intelligente e morale. Vi invito a immaginare tutto ciò, se possibile, perché, quanto a me, non mi sento capace di spiegare, di seguire la minima traccia di quello che accadeva in me allora.

Non ero ancora abbastanza ragionevole per comprendere come le apparenze fossero contro di me, e per mettermi nei panni degli altri. Mi attenevo al mio giudizio, e sentivo solo il rigore di uno spaventoso castigo per un delitto non commesso. Il dolore fisico, benché vivo, lo sentivo poco: sentivo soltanto dispetto, rabbia, disperazione. Mio cugino, per un caso pressappoco simile, e ch'era stato punito per una colpa involontaria come per un atto premeditato, montava in furore sul mio esempio, e s'innalzava, per così dire, al mio unisono. Entrambi nello stesso letto, ci abbracciavamo in trasporti convulsi, ci soffocavamo, e, quando i nostri teneri cuori un po' sollevati potevano sfogare la loro collera, ci alzavamo a sedere e ci mettevamo a gridare insieme cento volte con tutto il nostro fiato: carnifex1, carnifex, carnifex!

Mentre scrivo, sento il polso che si eccita ancora: quei momenti mi saranno sempre davanti, vivessi centomila anni. Quella prima impressione della violenza e dell'ingiustizia mi è rimasta così profondamente scolpita nell'animo che ogni idea che vi si collega mi ridona la mia prima commozione, e quel sentimento, che riguarda me nella sua origine, ha preso in sé tale consistenza, e si è staccato così perfettamente da qualsiasi interesse personale, che il mio cuore s'infiamma alla visione o al racconto di un atto ingiusto, qualunque sia l'oggetto e dovunque sia connesso, come se l'effetto ricadesse su me. Quando leggo delle crudeltà di un feroce tiranno o delle sottili perfidie d'un prete birbante, andrei volentieri a pugnalare quei miserabili, dovessi soccombere cento volte. Spesso mi son messo in un bagno di sudore per inseguire o prendere a sassate un gallo, una vacca, un cane, una bestia che vedevo tormentare un'altra, unicamente perché si sentiva più forte. Questo impulso può essere in me naturale, e presumo sia tale; ma il ricordo profondo della prima ingiustizia da me sofferta vi fu troppo a lungo e troppo fortemente legato per non averlo rinforzato di molto.

Ebbe termine così la serenità della mia vita infantile. Da quel momento cessai di godere d'una pura felicità, e ancora oggi sento che il ricordo dei piaceri della mia infanzia si ferma lì. Restammo ancora a Bossey qualche mese. Vi fummo come ci viene rappresentato il primo uomo: vivente ancora nel paradiso terrestre, di cui ha però cessato di godere: in apparenza era la stessa situazione di prima, ma in realtà essa era radicalmente diversa.

L'affetto, il rispetto, l'intimità, la confidenza non legavano più gli allievi ai maestri. Non li consideravamo più come dèi che leggevano nei nostri cuori: avevamo meno vergogna di far male e maggiore timore d'essere accusati; cominciavamo a dissimulare, a ribellarci, a mentire. Tutti i vizi della nostra età corrompevano la nostra innocenza e disabbellivano i nostri giochi. Persino dalla campagna sfumò ai nostri occhi quell'attrattiva di dolcezza e di semplicità che va dritto al cuore: ci pareva cupa e deserta, s'era come coperta d'un velo che ce ne nascondeva le bellezze. Smettemmo di coltivare i nostri orticelli, le nostre erbette, i nostri fiori. Non andavamo più a raspare per terra, gridando di gioia quando scoprivamo il germe del grano che avevamo seminato.

Ci disgustammo di quella vita; essi si disgustarono di noi; mio zio venne a riprenderci. Ci separammo dal signore e dalla signorina Lambercier sazi gli uni degli altri, e senza grande rimpianto.

UN'AUTOBIOGRAFIA NARRATIVA Per mostrare al pubblico la verità del proprio io presente, Rousseau deve scoprirne le radici passate. È per questo che le Confessioni sono un’autobiografia in forma narrativa e non una successione sparsa di pensieri e di episodi come i Saggi di Montaigne. Il metodo di Rousseau consiste nel risalire alle prime manifestazioni del proprio sé, nel rintracciare gli elementi primigeni della propria sensibilità per scrivere la propria storia morale. Si tratta di un procedimento che, con termini più moderni possiamo chiamare genealogico in quanto mira a spiegare ciò che è presente e visibile portandone alla luce le radici dimenticate e profonde. Rousseau lo presenta così: «Per conoscere bene un carattere bisogna distinguere in esso ciò che è naturale da ciò che è acquisito, vedere come si è formato, quali occasioni l'hanno sviluppato, quale catena di segrete affezioni lo ha reso tale, come esso si modifica per dar luogo, talvolta, agli effetti più contraddittori e più inattesi. Ciò che si vede non è che la minima parte di ciò che si è» (Preambolo di Neuchâtel).

LA ROTTURA CON I TUTORI Così, l’esperienza dell’innocenza non riconosciuta e ingiustamente punita rimarrà incisa nel cuore di Jean-Jacques per tutta la durata della sua vita: «quei momenti mi saranno sempre davanti, vivessi centomila anni». Rousseau parla di un trauma, di un momento di rottura: la fine della serenità infantile, della fiducia negli altri, della vita armoniosa. Addirittura una cacciata dal paradiso; una caduta senza peccato. La campagna di Bossey è paragonata all’Eden, ma dopo la punizione non meritata, il piccolo Jean-Jacques diventa incapace di goderne le gioie. Egli si è reso conto della fragilità del bene e del pericolo presente in ogni relazione umana. Mentre la vita esteriore continuava nello stesso modo, per il bambino nulla aveva più lo stesso senso. Egli aveva subito un «capovolgimento di idee» e aveva perso «l'affetto, il rispetto, l'intimità, la confidenza» nei confronti dei suoi tutori.

TEMI E MOTIVI Nel racconto di questo episodio ritroviamo tutti i motivi tipici del pensiero rousseauiano. Il contrasto fra apparenza e realtà («le apparenze», scrive Rousseau, «contro di me»), la sofferenza dovuta all’incomprensione degli altri, l’indignazione contro l’ingiustizia. La tragedia consiste nel fatto che anche persone benintenzionate come i Lambercier possono, involontariamente e senza colpa, trasformarsi in carnefici («carnifexcarnifex!»), e che una persona si può trovare nell’impossibilità di dimostrare la propria innocenza. Perciò alcuni critici hanno ritenuto che proprio l’esperienza narrata qui da Rousseau spieghi il suo rapporto alla scrittura: un tentativo di rettificare l’errore altrui e di ripristinare la trasparenza originaria.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Da quale episodio e da quali sentimenti nasce l’estrema sensibilità contro l’ingiustizia di Rousseau?



2. Come si modifica il rapporto fra Rousseau e i suoi istitutori, dopo questo episodio cruciale?



CONTESTUALIZZARE


3. L’Illuminismo è un movimento di pensiero fondamentalmente laico. Dove affiora questa qualità, in questo brano e in generale nelle Confessioni?



INTERPRETARE


4. A tuo modo di vedere, la trasparenza e la “sincerità” che Rousseau rivendica sono davvero la strada migliore per conoscersi e definire la propria identità? E ti pare che sia davvero possibile dire “tutta la verità” su se stessi?



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  1. Carnifex: carnefice (rivolto allo zio Bernard, che li ha puniti ingiustamente).
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