Pietro Giordani

Biblioteca italiana

La risposta a Madame de Staël

L’articolo della de Staël suscitò un dibattito molto ampio, che si può ricostruire attraverso i saggi sui periodici, gli opuscoli e i libri di teoria letteraria. Tra le varie risposte, merita un’attenzione particolare quella di Pietro Giordani (che, come condirettore della rivista, aveva tradotto il saggio della de Staël), pubblicata in apertura del numero di aprile (1816) della «Biblioteca italiana»: con il suo equilibrio e la sua intelligenza, egli dimostra infatti che non tutti i letterati classicisti sono ciechi e fanatici conservatori del passato. L’articolo, lungo una decina di pagine, si intitola Sul Discorso di Madama di Staël – Lettera di un Italiano ai Compilatori della Biblioteca.

Fra gli studi veramente utili ed onorevoli all’Italia porremo noi le traduzioni de’ poemi e de’ romanzi oltramontani1? Sarà veramente arricchita la nostra letteratura adottando ciò che le fantasie settentrionali crearono? Così dice la Baronessa2, così credono alcuni italiani: ma io sto con quelli che pensano il contrario. Consideriamo prima la loro fondamentale ragione: ci vuole novità. Ma io dico: oggetto delle scienze è il vero, delle arti il bello. Non sarà dunque pregiato3 nelle scienze il nuovo, se non in quanto sia vero, e nelle arti, se non in quanto sia bello. Le scienze hanno un progresso infinito, e possono ogni dì trovare verità prima non sapute. Finito è il progresso delle arti: quando abbiano e trovato il bello, e saputo esprimerlo, in quello riposano. Né si creda sì angusto4 spazio, benché sia circoscritto. Se vogliamo che ci sia bello tutto ciò che ci è nuovo, perderemo ben presto la facoltà di conoscere e di sentire il bello: gli artisti del disegno delirarono nel secolo decimosettimo, cercando nelle pitture, nelle statue, negli edifizi, le più stravaganti novità; e uscirono affatto della bellezza e della convenienza, dove l’età nostra molto saviamente5 è ritornata. Ma l’arte di scrivere, che nel seicento fu da moltissimi difformata6 per la stessa follia di novità, ha veramente mutato nel secol nostro, ma forse in peggio; in quanto che si è allontanata non pur dall’antico, ma dal nazionale. Ché almeno i seicentisti avevano una pazzia originale e italiana: la follia nostra è di scimie7 e quindi tanto più deforme. Già si potrebbe molto disputare se sia veramente bello tutto ciò che alcuni ammirano ne’ poeti inglesi e tedeschi; e se molte cose non siano false, o esagerate, e però8 brutte: ma diasi9 che tutto sia bello: non per questo può riuscir bello a noi, se lo mescoliamo alle cose nostre. O bisogna cessare affatto d’essere Italiani, dimenticare la nostra lingua, la nostra istoria, mutare il nostro clima e la nostra fantasia: o, ritenendo queste cose, conviene che la poesia e la letteratura si mantenga italiana: ma non può mantenersi tale, frammischiandovi quelle idee settentrionali, che per nulla si possono confare10 alle nostre. […] Non dico per questo che non possa ragionevolmente un Italiano voler conoscere le poesie e le fantasie de’ Settentrionali, come può benissimo recarsi personalmente a visitare i lor paesi: ma nego che quelle letterature […] possano arricchire e abbellire la nostra, poiché sono essenzialmente insociabili11. Altro è andare nel Giappone per curiosità di vedere quasi un altro mondo dal nostro: altro è tornato di là volere fra gl’Italiani vivere alla giapponese. Io voglio concedere a’ Cinesi che abbia eleganza il loro vestire, abbia decoro il loro fabbricare, abbia grazia il loro dipingere. Ma se uno ci consigliasse di edificare e dipingere e vestire come i Cinesi, poiché già è invecchiato il modo che noi teniamo di queste cose, parrebbeci buono il consiglio? quante ragioni addurremmo di non doverlo, né poterlo seguire! E della letteratura settentrionale, oltre le ragioni, abbiamo pur anche avviso dalla sperienza, che innestata contro natura alle nostre lettere, ne ha fatto scomparire quel pochissimo che vi rimaneva d’italiano. Ognuno ponga mente come si scriva in Italia, dappoiché12 vi regna Ossian13; dietro cui è venuta numerosa turba14 di simili traduttori. E bello è che questi appassionati di Milton15, o di Klopstok16, non conoscono poi Dante, e non conosciuto lo disprezzano: cosa da far molto ridere e gl’Inglesi e i Tedeschi. […] Studino gli Italiani ne’17 propri classici; e ne’ Latini e ne’ Greci; de’ quali nella italiana più che in qualunque altra letteratura del mondo possono farsi begl’ innesti; poiché ella è pure un ramo di quel tronco; laddove le altre hanno tutt’altra radice: e allora parrà a tutti fiorita e feconda18. Se proseguiranno a cercare le cose oltramontane, accadrà che sempre più ci dispiacciano le nostre proprie (come tanto diverse), e cesseremo affatto dal poter fare quello di che i nostri maggiori furon tanto onorati: né però acquisteremo di saper fare bene e lodevolmente ciò che negli Oltramontani piace: perché a loro il dà la natura, che a noi altramente comanda19: e così in breve condurremo la nostra letteratura a somigliare quel mostro che Orazio descrisse nel principio della Poetica20.

LA DE STAËL NON HA TUTTI I TORTI MA… Nella sua risposta, Giordani è cortese ed equilibrato. Nelle prime pagine del suo saggio (qui non antologizzato), egli accoglie alcuni dei giudizi della de Staël, come per esempio quello relativo alla mediocrità del teatro italiano, e si preoccupa di difendere la baronessa da alcune delle critiche che le erano state rivolte: per esempio, non crede che fosse sua intenzione attaccare implicitamente gli studiosi italiani del mondo classico.
Una prima differenza di posizione, però, riguarda la mitologia: se per la baronessa essa non ha più alcun motivo di sopravvivere, egli ritiene che se ne possa fare «buon uso» anche nelle condizioni storico-culturali ottocentesche. Ma è sull’utilità delle traduzioni dall’inglese e dal tedesco che Giordani dissente nel modo più completo dalla de Staël.

Esercizio:

LA DE STAËL NON HA TUTTI I TORTI MA…

1 Su quale idea fa perno il suo ragionamento?

2 Quale giudizio formula sugli artisti e i poeti del Seicento?

3 Perché tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento la poesia è ulteriormente peggiorata?

4 Giordani difende le idee “classiciste”: da che cosa lo si deduce?

5 Immagina di poter prendere parte al dibattito suscitato dal saggio Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni di Madame de Staël: a quali argomenti ti senti più vicino? Quale posizione ti sembra più convincente? Articola la tua idea in un testo argomentativo.

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  1. oltramontani: nordici.
  2. Baronessa: Madame de Staël.
  3. pregiato: apprezzato.
  4. angusto: piccolo.
  5. saviamente: saggiamente.
  6. difformata: deformata.
  7. scimie: scimmie; la grafia con la scempia (cioè con una sola consonante anziché due) è un latinismo (simia).
  8. però: perciò.
  9. diasi: si conceda, concediamo pure.
  10. si possono confare: possono adattarsi.
  11. insociabili: non mescolabili, non accostabili.
  12. dappoiché: da quando.
  13. Ossian: la traduzione di Cesarotti dei Canti di Ossian, pubblicati da Macpherson.
  14. turba: gran numero.
  15. Milton: John Milton (1608-1674), poeta e scrittore inglese: il suo Paradiso perduto fu tradotto per la prima volta da Paolo Rolli nel 1729.
  16. Klopstok: Friedrich Klopstock (1724- 1803), poeta tedesco.
  17. Studino … ne’: gli italiani si dedichino nello studio ai.
  18. fiorita e feconda: fuori di metafora significa “bella in forze e produttiva”. Ma si noti con quale insistenza Giordani accosta la scrittura alla coltivazione dei campi: innesti, ramo, tronco, radice.
  19. perché … comanda: a loro lo concede la natura, che invece impone a noi di agire diversamente.
  20. Orazio … Poetica: il poeta latino Orazio scrisse in versi un’Ars poetica, il cui titolo più proprio è Epistula ad Pisones (“lettera ai Pisoni”). Questi sono i versi a cui Giordani allude: «se un pittore volesse unire una testa umana a un collo di cavallo, e aggiungere piume variopinte a membra d’ogni natura così che una donna bella nella sua parte alta terminasse orrendamente in un pesce nero, guardandola riuscireste a trattenere le risa, amici?».