Guido Gozzano

I colloqui

La signorina Felicita ovvero la felicità

Le doti narrative di Gozzano, che in Invernale erano applicate a una misura relativamente breve, emergono al meglio nei 434 endecasillabi del suo testo più famoso, il poemetto La signorina Felicita. Apparso per la prima volta (1909) sulle pagine di una delle più importanti riviste dell’epoca, «Nuova Antologia», il poemetto sarà poi compreso nei Colloqui (1911).
In una lettera del 12 novembre 1907 indirizzata ad Amalia Guglielminetti, una poetessa con la quale aveva una relazione, Gozzano descrive, prima ancora di aver composto i versi, la «signorina» così come gli si era presentata alla fantasia (all’epoca la chiama ancora «Domestica», diventerà Felicita solo in un secondo tempo):

Sto meglio perché sono innamorato! Di una donna che non esiste, naturalmente! La signorina Domestica. Una deliziosa creatura provinciale, senza cipria e senza busto, con un volto quadro e le mandibole maschie, con un nasetto camuso sparso di efelidi leggere, due occhi chiari senza sopracciglia, come nei quadri fiamminghi; non ridete, amica! Ritroverete la mia Bella tra l’odore di caffè tostato, della lavanda, della carta da bollo e dell’inchiostro putrefatto… […] Ne farò una poesia, ma, temo forte, mediocre.

Nella poesia ritroveremo quasi identica la descrizione della ragazza. Ma ciò che più colpisce nelle parole del poeta è il contrasto tra l’eleganza della corrispondente, Amalia, e la rozzezza di Felicita. Da questo contrasto – tra la vita sofisticata dei letterati cittadini e la genuina e schietta semplicità della giovane provinciale – si sviluppano tanto la vera e propria narrazione quanto i frequenti incisi di riflessione autobiografica e filosofica.
La vicenda si svolge nella regione del Canavese (nel nord-ovest del Piemonte), in un paese del quale non viene svelato il nome, vicino a Ivrea e al corso della Dora Baltea. Lo scenario è l’antica e fatiscente villa Amarena, la casa della signorina Felicita. Il poeta vi sale quasi tutti i giorni, e si intrattiene con il padrone di casa e con i suoi ospiti abituali (i notabili del paese: il sindaco, il dottore, il notaio) ma soprattutto con Felicita. Nell’indole concreta e sincera della giovane intravede la promessa di una vita autentica, lontana dalle vane, artificiose ambizioni letterarie. Sogna di condividere con lei un destino ordinario, che scacci dalla sua mente i falsi idoli della sapienza o della gloria. Felicita accetta il suo corteggiamento, e anzi lo incoraggia con deliziosa innocenza. Ma la relazione tra i due accende la gelosia del notaio. Il poeta decide allora di lasciare libero il campo e partire. Prima, però, va a trovare un’ultima volta Felicita, che gli promette di aspettarlo: un vero e proprio addio tra due giovani romantici, che giurano di riabbracciarsi.
Un congedo di questo tipo asseconda la nostalgia del passato e il bisogno d’illusioni del poeta; ma non può corrispondere al suo vero sentire. E dunque nell’ultimo verso Gozzano riprende la parola (dopo averla lasciata al suo personaggio, a un Guido Gozzano inventato per scopi letterari) e ammette con mossa teatrale che il giovane romantico non esiste: non è altro che «quello che fingo d’essere e non sono».

10 luglio: Santa Felicita 

I
Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora1
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno2!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè,
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato3 che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.
[…]

III
Sei quasi4 brutta, priva di lusinga5
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti6 in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga7

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto squadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi8 leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi9 sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia…

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina10.
Tu civettavi con sottili schermi11,
tu volevi piacermi12, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta13
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta
quando ti presentò la prima volta
l’ignoto villeggiante forestiero.

Talora – già la mensa era imbandita –
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena14
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena15
decrepita, e la siesta16 e la partita…

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio17
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma – poiché trasognato giocatore18
quei signori m’avevano in dispregio…

M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina19

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi20,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciotolio21.

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco22
forse…) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio e il mio destino23

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi24;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.
[…]

VI
Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi25!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria26!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…

Oh! Questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno
sì, mi vergogno di essere poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t’han detto che la terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche27
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda28

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi29. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi30, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista31

Ed io non voglio più essere io!

VII
Il farmacista nella farmacia
m’elogiava un farmaco sagace32:
«Vedrà che dorme tutte le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!»
Narrava, intanto, certa gelosia,
con non so che loquacità mordace33.

«Ma c’è il notaio pazzo dell’oca34!
Ah! Quel notaio, creda: un capo ameno35!
La signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca…
E la dote… la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno…»

«Ma dunque?» – «C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla…» –
«È geloso?» – «Geloso! Un finimondo!…»
«Pettegolezzi!…» – «Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla36…»

«Non tema! Parto.» – «Parte? E va lontana?»
«Molto lontano… Vede, cade a mezzo37
ogni motivo di pettegolezzo…»
«Davvero parte? Quando?» – «In settimana…»
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana38
nel plenilunio settembrino, al rezzo39.

Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva «un punto sopra un I gigante40».

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai41 col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto42;
e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti43.

Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio44!
Giova guarire? Giova45 che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio46?

A lungo meditai, senza ritrarre
le tempia dalle sbarre. Quasi a scherno47
s’udiva il grido delle strigi48 alterno.
La Luna, prigioniera, fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre49
gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa50!
Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà51

VIII
Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti di bei colchici52 lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume53,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume54.

«Viaggio con le rondini stamane…»
«Dove andrà?» – «Dove andrò? Non so… Viaggio,
viaggio per fuggire altro viaggio…
oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze55, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio…

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?»
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette56,
coi nomi e con la data memoranda57:
trenta settembre novecentosette…
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda58.

Le rondini garrivano59 assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole60,
incitando le piccole migranti61
Tu seguivi gli stormi lontananti62
ad uno ad uno per le vie del sole…

«Un altro stormo s’alza!…» – «Ecco s’avvia!»
«Sono partite…» – «E non le salutò!…»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via
in un palmeto della Barberia63
tra pochi giorni le ritroverò…»

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline64,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…

M’apparisti così come in un cantico
del Prati65, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…

Quello che fingo d’essere e non sono!

 

Metro: sestine di endecasillabi in otto parti; lo schema di rime più frequente è ABBAAB, ma si incontrano le varianti ABABAB e ABABBA. Le parti V, VI e VIII si chiudono con un verso isolato, che rima con il penultimo della sestina che lo precede.

UN POEMETTO STILISTICAMENTE COMPATTO Il poemetto è stilisticamente compatto, unificato da un tono ironico che alterna di continuo un linguaggio aulico, letterario (per esempio l’apostrofe ai morti: «Voi che posate già sull’altra riva») a un linguaggio più quotidiano, quasi prosastico (anche con effetti, voluti, di ripetizione: «Il farmacista nella farmacia»).
Ma nello sviluppo del racconto si possono distinguere abbastanza facilmente due momenti, o meglio due “fili”, che nel poemetto si intrecciano, ma si possono separare nell’analisi.

IL “FILO” NARRATIVO Il primo momento coincide con le vicende della storia d’amore tra Felicita e l’avvocato, ed è tutto narrativo: le passeggiate del poeta fino alla villa, l’incontro con i vari personaggi che la frequentano, i dialoghi con Felicita e il consolidarsi della loro amicizia, il colloquio con il farmacista, che rivela la gelosia del notaio e fa sì che il poeta decida di partire, la scena dell’addio.

IL “FILO” LIRICO Il secondo momento invece è occupato da una riflessione che tocca motivi filosofici – come la gloria umana e la sua vanità (qui non riportati) – per poi concentrarsi sulla situazione individuale del poeta. Questa parte “lirica”, in cui Gozzano parla della propria condizione di intellettuale (è soprattutto la parte VI del poemetto), è particolarmente interessante. È una dichiarazione di crisi, l’ammissione di un fallimento, e oggi la possiamo leggere come espressione di un disagio che accomunava quasi tutti i giovani scrittori del primo Novecento. Il poeta immagina di sposare Felicita e di vivere con lei una vita lontana dalla letteratura.
È notevole il fatto che egli neppure contempli la possibilità di accordare la creazione artistica con una vita pratica, ordinaria. Arte e vita sono sentite come opzioni, come “cose” opposte: o l’una o l’altra. L’intellettuale, che ormai da decenni si sente distante dalla società, rifiutato o comunque ridimensionato nel suo ruolo, si vede costretto a imboccare o la strada di un’arte aristocratica, separata dal mondo reale, oppure la strada che porta al rifiuto della letteratura e a un impiego modesto, senza pretese: «vivere alla piccola conquista / mercanteggiando placido, in oblio / come tuo padre, come il farmacista…».

VERGOGNARSI DI ESSERE POETA? Come si è accennato, i crepuscolari sceglieranno il rifiuto, il silenzio. Gozzano, arrivando a dire e a ribadire (con la ripetizione enfatica del verbo) di “vergognarsi” di essere poeta, si mostra consapevole della crisi in cui versa la poesia, ormai priva di quell’alone sacrale che l’aveva accompagnata per secoli: essere un letterato, un intellettuale, non ha più alcun senso.
Ma il tono con cui è formulata questa dichiarazione – la vergogna di essere poeti – è sospetto. Sono parole così piene di enfasi – con la contrapposizione tra il «buon mercante inteso alla moneta» (cioè dedito al guadagno e la vita sterile, infruttuosa del poeta – da sembrare anch’esse il frutto di una posa, un modo per “fare letteratura”. La domanda che affiora di fronte a questo atto di autodenigrazione è: quanto recita, anche in questo frangente, Gozzano? E di qui deriva una domanda più generale: è possibile esprimere un rifiuto (della poesia) con il mezzo stesso (la poesia) che si dichiara di rifiutare?

LA DUPLICE FINZIONE «Quello che fingo d’essere e non sono!»: l’ultimo verso del poemetto – con la dichiarazione quasi improvvisa, teatrale, di una scissione del proprio io in due entità contrapposte: ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere – ci fornisce la chiave non solo per interpretare l’intero componimento, ma anche per ribadire alcuni motivi fondamentali dell’intera opera di Gozzano.
In primo luogo, ci costringe a rileggere l’ultima parte del testo tenendo conto della sostanziale insincerità dell’io poetico. La richiesta di fedeltà alla signorina Felicita, il compiacimento per il gesto sognante e innamorato con cui la ragazza disegna sul muro la ghirlanda che sancisce la loro unione, il dialogo grondante di sentimentalismo romantico: tutto questo non è che finzione. Una finzione che si fonda, inoltre, su un’altra finzione: quella per cui – stando al “racconto” del poemetto – il poeta se ne andrebbe per non compromettere l’amica e consentirle magari di sposare il notaio invaghito di lei. Ma dove va a finire questa nobile intenzione di sacrificio se prima di partire l’avvocato lega Felicita con una promessa di attesa?

LA MANCATA INTEGRAZIONE Questa duplice finzione – ed è il secondo tratto caratteristico della poetica di Gozzano, già emerso in Invernale – è il segno di una mancata integrazione, di un’incapacità di trovare il proprio posto nel mondo. È come se il poeta – diviso tra due modi opposti di considerare e di vivere la vita – non riuscisse a compiere una scelta definitiva: lo vediamo oscillare tra la coscienza della sua cultura e del suo gusto (sicché non riesce a non ridere di fronte all’ingenua ignoranza di Felicita) e la consapevolezza del fatto che, in realtà, il suo sapere e le sue ambizioni sono inutili («L’alloro… Oh! Bimbo semplice che fui» qui non riportato). Ecco allora che volge lo sguardo al mondo della semplicità e del candore, e si figura sposo della signorina, dedito ai piccoli commerci e non più letterato («Ah! Con te, forse, piccola consorte / vivace, trasparente come l’aria, / rinnegherei la fede letteraria / che fa la vita simile alla morte…»). Ma la fede letteraria non è un abito che si possa indossare e togliere a piacimento: è una sorta di malattia cronica, immedicabile.

LA CATTIVA LETTERATURA ROMANTICA Nella parte VIII, di fatto, la letteratura torna a far valere i suoi diritti, ma è la cattiva letteratura della poesia romantica: un «cantico del Prati», dirà Gozzano (oggi sarebbe la retorica dei romanzi rosa, o delle soap opera). Le parole che il poeta rivolge a Felicita congedandosi da lei e chiedendole di aspettarlo sono troppo ingenuamente romantiche per essere davvero sentite: «Signorina, s’io torni d’oltremare, / non sarà d’altri già? Sono sicuro / di ritrovarla ancora? Questo puro / amore nostro salirà l’altare?». È Gozzano stesso ad ammettere, in chiusura, che non è lui a parlare (lui è troppo smaliziato e raffinato per pronunciare quelle parole), ma un «uomo d’altri tempi, un buono / sentimentale giovine romantico…», e cioè appunto un personaggio della letteratura del passato.

A PROPRIO AGIO SOLO NEL PASSATO Il passato è del resto l’unica dimensione in cui l’io narrante sembra trovarsi a proprio agio: il passato, o quel presente “ritardato” che è la vita di provincia, dove tutto va più lentamente, dove gli oggetti antichi vengono conservati con cura maniacale (tutta la parte IV, qui non riportata, si svolge in una soffitta piena di «ciarpame / reietto, così caro alla mia Musa!») e un’aura di rispetto circonda ancora, come nell’Ottocento, le figure del notaio, del farmacista, e… del poeta.
Lo stesso tentativo di recupero del passato si può osservare sul piano linguistico. La lingua di Gozzano è inquieta, mobile, capace di variare dal registro più nobile (con espressioni auliche come beltà fiamminga, o blandizie, o con le frequenti citazioni dotte) a un livello colloquiale che gli permette di nominare con disinvoltura aspetti della vita quotidiana (come quando il poeta si rifugia in cucina, a godersi «quegli odori … di basilico d’aglio di cedrina», mentre la serva rigovernava lentamente).
Ma è significativo che la poesia si apra con una citazione da due famose poesie di Carducci (Piemonte e Traversando la Maremma toscana). All’inizio del poemetto, che parla del desiderio e dell’impossibilità di essere un poeta di metà Ottocento, sincero e sentimentale, Gozzano prende a prestito la voce del maggiore poeta italiano del secondo Ottocento.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 La signorina Felicita è, tra le altre cose, un racconto in versi: il poeta Eugenio Montale lo definì «romanzo psicologico». Scegli alcuni personaggi e delinea il sistema di relazioni che li unisce: quali sentimenti e quali vicende legano tra loro l’avvocato e la signorina, l’avvocato e «l’inclito collegio / politico locale» che si ritrova a giocare a carte, l’avvocato e le persone “semplici” che popolano la vicenda?

2 Quella di Gozzano è una poesia in cui gli oggetti “parlano”: scegli una serie di oggetti e illustra il loro significato (la cappa del camino, le stoviglie e le suppellettili…).

ANALIZZARE

3 Di Gozzano, Eugenio Montale scriveva che è «il primo che abbia dato scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico».

a Un tema della tradizione lirica come l’amore si scontra con oggetti quotidiani di solito estranei a questa tradizione: trova nel testo alcuni esempi.

b L’urto fra alto e basso si avverte anche nell’uso delle parole: il lessico prosaico (bocca, stoviglia…) si oppone a quello letterario e ricercato (beltà, blandizie…). Trova altri esempi.

INTERPRETARE

4 A proposito di Gozzano e dei crepuscolari, lo studioso Fausto Curi rileva alcune caratteristiche, riassumibili così:

Il poeta raffigura dei simulacri e dice o lascia capire che si tratti di simulacri. Piuttosto che a dire, la parola gli serve a mettere in scena le passioni, ad atteggiarle, in un giuoco abbastanza complicato di sincerità e finzione, di confessione ed esibizione.

Metti in luce e commenta, nel poemetto di Gozzano, la riduzione della realtà a “simulacro” e il gioco di “sincerità e finzione”.

Stampa
  1. Ivrea … Dora: è un’allusione a Piemonte, una celebre poesia di Carducci, che dice: «Ivrea la bella che le rosse torri / specchia sognando a la cerulea Dora» (cerulea significa “celeste”). Il ricordo-omaggio carducciano è ribadito al verso seguente, dove il dolce paese si richiama al primo verso dell’altrettanto celebre sonetto di Carducci, Traversando la Maremma toscana: «Dolce paese, onde portai conforme».
  2. il tuo giorno: come indicato in epigrafe, il giorno in cui il poeta scrive è dedicato a Santa Felicita, dunque è l’onomastico della Signorina.
  3. all’avvocato: Gozzano intraprese studi giuridici, senza peraltro giungere mai alla laurea, ma è ovvio che la popolana Felicita non fa di queste distinzioni, e per lei il poeta è l’avvocato.
  4. Sei quasi … stoviglia: la descrizione fisica della Signorina capovolge lo stereotipo del femminile come oggetto del desiderio. Preventivamente, il poeta ci informa che la Signorina è quasi brutta, e ogni sua attrattiva sembra riferirsi alla concretezza della felicità che promette: perciò la faccia (e non il “volto”: anche nella scelta delle parole è operato un significativo abbassamento) è «buona e casalinga» e gli occhi, azzurri «d’un azzurro di stoviglia», testimoniano del carattere sincero e alludono alle doti di massaia della Signorina; non gli sguardi seducenti delle donne di città, dunque, ma iridi sincere: questa potrebbe essere, per il poeta, la felicità.
  5. lusinga: fascino, attrattiva.
  6. attorti: intrecciati.
  7. beltà fiamminga: un tipo di bellezza come la si può trovare nei quadri dei pittori fiamminghi del Quattro e Cinquecento (l’area “fiamminga” corrisponde alla regione delle Fiandre, oggi entro i confini del Belgio).
  8. efelidi: lentiggini.
  9. l’iridi: l’iride è la membrana del bulbo oculare che corrisponde alla parte colorata dell’occhio.
  10. blandizie femminina: civetteria femminile.
  11. sottili schermi: gli atteggiamenti ingenui con cui la signorina tenta di dissimulare la sua civetteria.
  12. voler piacermi: citazione da Dante, Paradiso, canto IX, v. 93: «ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi».
  13. alla tua volta: verso casa tua.
  14. falena: farfalla notturna, che spesso si aggira intorno alle luci di casa.
  15. Maddalena: è il nome della vecchia governante.
  16. la siesta: il sonnellino dopo il pasto.
  17. inclito collegio: illustre riunione, detto in senso ironico, come ironici sono l’aggettivo molto preposto alla qualifica di Regio Notaio, al verso successivo (come dire “molto regale”), e le maiuscole usate per le varie personalità di questo paesino di campagna.
  18. trasognato giocatore: giocatore distratto, perso in fantasticherie.
  19. cedrina: pianta con foglie aromatiche, detta anche limoncina.
  20. detersi: puliti.
  21. acciottolio: il rumore delle stoviglie quando sono spostate per cucinare o per lavarle; a quel suono l’io narrante comincia a comporre, mentalmente, dei versi.
  22. l’anima d’un cuoco: nuovo abbassamento della propria figura: il poeta compone versi seguendo il ritmo dell’acciottolio, e si bea dell’atmosfera della cucina. Invece di recitare parole alate nel salotto di un nobile palazzo, preferisce il “dietro le quinte” rustico di una villa di campagna.
  23. grillo … destino: la vista di un grillo suscita il ricordo del “grillo parlante” che, nelle Avventure di Pinocchio di Collodi, avverte il burattino del futuro difficile (il destino) che lo aspetta se non si ravvederà.
  24. grevi: tristi, cupi.
  25. Tu … piacermi: dopo la descrizione della “gita in soffitta”, il poeta riprende il discorso che aveva cominciato all’inizio del poemetto.
  26. casa centenaria: la vecchia villa dove vive Felicita.
  27. Nietzsche: Friedrich Nietzsche (1844- 1900) era uno dei filosofi più amati da Gozzano. La Signorina Felicita ne ignora l’esistenza; la sua candida ignoranza, la stessa che le fa dubitare della forma sferica della Terra, è un segno della sua purezza, della sua indole buona. Dal punto di vista formale, la collocazione del nome Nietzsche (che si pronuncia “Nice”) in fine verso, a far rima con camicie, è un azzardo geniale e pieno di significato: il nome del celebre filosofo è accostato a quello di un capo d’abbigliamento quotidiano, ordinario, e questo accostamento ha un effetto parodico, è come una risata fatta in faccia ai professori e ai pensatori (nonché agli scrittori che, come d’Annunzio, si davano arie da “nietzscheani”).
  28. gemebonda: lamentosa.
  29. s’apprende in noi: si attacca a noi, contagia noi (intellettuali).
  30. miei versi tuoi: è un ossimoro apparente: versi che ho scritto io (miei) ispirato da te (tuoi).
  31. Non più … farmacista: il poeta rinnega ancora la sua identità di letterato. Di nuovo la scelta è secca e drastica. Da una parte la sua vita intellettuale, tutta dedita alla bellezza ma priva di calore umano (l’esteta gelido), abitata continuamente dal dubbio, dalla diffidenza per le verità condivise, per i valori tradizionali (il sofista), dall’altra la vita semplice del paese dove vive la Signorina Felicita, il suo borgo natio (si ricordi al contrario come Leopardi detestasse il suo, di paese natale, tanto che, nelle Ricordanze, lo chiama «natio borgo selvaggio»). Lì il poeta, dimenticato dai suoi amici di città (in oblio) potrebbe condurre un’esistenza lontana dai tormenti filosofici e dalle ambizioni artistiche, dedito soltanto a un lavoro pratico (mercanteggiando) che gli dia di che vivere decentemente (la piccola conquista).
  32. sagace: efficace.
  33. mordace: aggressiva. Il farmacista, pettegolo, racconta all’io narrante che il notaio, che ha messo gli occhi su Felicita, è geloso di lui.
  34. pazzo dell’oca: innamorato pazzo.
  35. capo ameno: una persona singolare, bizzarra.
  36. brutta ciarla: chiacchiera malevola.
  37. cade a mezzo: si interrompe, cessa di esistere.
  38. ipecacuana: medicinale estratto dalla pianta con lo stesso nome. Si usava per le sue virtù espettoranti.
  39. rezzo: aria fresca; è voce letteraria.
  40. un punto … gigante: tra le virgolette una citazione del poeta francese Alfred de Musset (1810-1857): «la lune, / comme un point sur un i» (Ballade à la lune, in Premières poésies).
  41. pellegrinai: vagai.quasi … incanto: argentati dalla luce incantevole della luna piena.
  42. nei libri dei poeti: la visita dei cimiteri, reale o fantastica, è un tema ricorrente di Pascoli, ma già nel secondo Ottocento europeo era un vero e proprio topos: ebbe per esempio grande successo fin dal suo apparire, e profonda influenza sui poeti romantici, l’Elegy written in a Country Church-yard (Elegia scritta in un cimitero di campagna) del poeta inglese Thomas Grey (1716-1771).
  43. al pellegrino sazio: al viaggiatore stanco del viaggio; fuor di metafora, all’uomo ormai stanco di vivere.
  44. Giova: serve a qualcosa.
  45. O meglio … dallo Spazio?: o giova di più la morte (l’Ospite furtiva), che ci libera dal Tempo e dallo Spazio?
  46. Quasi a scherno: come fosse una lugubre canzonatura.
  47. strigi: uccelli rapaci notturni, il cui verso, tradizionalmente, annuncia sventura.
  48. luci bizzarre: il poeta si riferisce ai giochi di luce e ombra sulla superficie lunare (che sembrano disegnare il profilo di due amanti che si baciano), visibili nelle notte di plenilunio in un luogo buio.
  49. come … fa: cioè durante il Romanticismo. Si noti come il poeta, che poco prima ha dichiarato di volersi liberare dalla letteratura, non riesca a compiere un’esperienza conoscitiva (in questo caso di fronte all’alternativa tra vita e morte) senza dire quanto quella stessa esperienza abbia una storia culturale, e dunque appaia insieme autentica e artificiosamente desunta dai libri.
  50. Ecco … sarà: la morte (ovvero la necessità di sfuggirla) e la felicità (qui da intendere come la realizzazione del sogno amoroso) sono forze contrapposte: se la felicità promette di inverarsi nel futuro, la morte (cioè la malattia, la tubercolosi) costringe il poeta a fuggire oltremare, in quelle isolette strane di cui si dirà più avanti.
  51. colchici: pianta molto comune, che in autunno cresce nei campi e li adorna punteggiandoli, “trapuntandoli” di lilla. I colchici hanno un succo velenoso, per questo al verso successivo si allude al «bel fiore malvagio».
  52. semina le brume: fa nascere le nebbie (perché il fiore sboccia quando arriva l’autunno, e con l’autunno la nebbia).
  53. accompagnarmi … costume: fare come fanno loro, seguire il loro uso.
  54. essenze: profumi.
  55. saette: le frecce con cui il dio Cupido trafigge gli innamorati.
  56. memoranda: memorabile, da ricordare.
  57. educanda: giovane collegiale.
  58. garrivano: emettevano il loro verso stridulo.
  59. ratte come spole: veloci come le spole dei telai.
  60. le piccole migranti: le rondini più piccole, che partivano dirette a sud.
  61. lontananti: che si stavano allontanando.
  62. Barberia: regione africana tra la Libia e il Marocco.
  63. in bande … crinoline: con i capelli pettinati in maniera che ricadano lisci in due bande sulla fronte. Le crinoline erano ampie sottane sostenute da cerchi, di moda nell’Ottocento.
  64. Prati: Giovanni Prati (1814-1884) è preso a emblema della poesia romantica italiana e del sentimentalismo lacrimoso che essa ha prodotto.