Lorenzo Da Ponte

Memorie

La traversata verso l’America

Nel 1805, all’età di 56 anni, Da Ponte decide di lasciare l’Europa e si imbarca per gli Stati Uniti. È l’unico modo per sfuggire ai creditori che minacciano di mandarlo in galera. Durante la sua attività di impresario teatrale al King’s Theater di Londra, negli anni 1794- 1804, ha infatti accumulato molti debiti, e sparire per un po’, in attesa che le acque si calmino, sembra l’unica strategia praticabile. Ma Da Ponte non rivedrà più l’Europa.

Il mio passaggio da Londra a Filadelfia fu lungo, disastroso e pieno di fastidi e d’affanno. Non durò meno d’ottantasei giorni, nell’intero corso de’ quali tutti quegli agi mi mancarono, che l’età mia, lo stato del mio spirito e un tremendo viaggio di mare parevano esigere per renderlo sopportabile, se non grato. Io avea udito dire che per andar in America bastava che io pagassi una certa summa al capitano del vascello su cui imbarcavami, e che esso poi mi somministrerebbe1 quello che occorrevami; ma tutto ciò andava bene per quelli che incontransi2 in capitani onesti, cortesi e ben educati, che studiano tutto per render dolce il passaggio a’ viaggiatori. Io caddi nell’ugne di un mariuolo3 di Nantucket4, che, avvezzo d’ir alla pesca delle balene, trattava i suoi passeggieri come i marinari più vili, cui5 appunto trattava come que’ mostri de’ mari. Non aveva egli con sé se non provvisioni grossolanissime6, e di quelle eziandio7 era dispensatore molto economico. Il primo mio fallo8 fu il pagargli quarantaquattro ghinee9 prima di metter piede sulla sua nave, senza contratti, senza scritture, senza informazioni, altro non esigendo da lui che d’esser a Filadelfia condotto, e nudrito. All’ora del pranzo cominciai a presentire qual dovesse esser il mio destino. Si preparò sul cassero10 quel convito. Una tavolaccia sciancata di pino tarlato, una tovaglia più nera della camicia d’un carbonaro, tre tondi screziati11 di terracotta e tre posate di ferro di già irruginite12 furono i dolci preludi del mio vicino banchetto. Messere lo nantuchino13 sedette, invitò me a sedere rimpetto a lui, e in pochi minuti capitò il cuoco africano, con una scodellaccia di legno in una mano e un piatto di peltro nell’altra, cui14 tacitamente depose su quella tavola, e, chinando la testa, partì. – Odoardo – gridò allora ad alta voce il mio oste acquatico, – Odoardo, venite a pranzo. – Alla seconda chiamata il signor Odoardo apparì, sbucando dal camerino del vascello, dove avea per più ore dormito. Chinò un pocolino il capo, e, senza favellar15 o guardarmi, s’assise alla destra del capitano. La novità della sua figura non mi lasciò tempo di guardare quello che conteneva quella scodella. Odoardo pareva precisamente un Bacco assonnato, se non che i suoi vestimenti erano da mugnaio in uffizio16, e la sua quondam biancheria17 andava perfettamente d’accordo col camicione da carbonaro e colla tovaglia dei del nostro Tifi18. Aveva questi frattanto posto davanti a me in un piattello di peltro alcune cucchiaiatine di quella broda tratta dalla scodella marinaresca, ch’io tolto avea19 a prima vista per acqua di castagne bollite. Vedendo ch’io guatava20 senza mangiare: – Signor italiano – diss’egli, – perché non assaggia questo buon brodo di pollo! – Io, che avea gran bisogno di cibo e che sono di polli ghiottissimo, volsi lo sguardo a quel caro uccello; ma imagini chiunque ha fame qual io rimanessi, quando, in quello affissandomi21, credei di vedere un corvo spennato e arruffatosi co’ gatti piuttosto che una gallina bollita. Lasciai che i miei due compagni gavazzassero22 in quegli appetitosi manicaretti23, ed io abbrancai un gran pezzo di cacio24 inglese, che per buona ventura stava alla destra mia, e ne feci il mio desinare25. Il signor Abissai Haydn, così chiamavasi il capitano, mi guardava un poco in cagnesco, sbadigliava e taceva: accorgendosi intanto che una bottiglia di vino era presso di me, temendo ch’usassi di quella come usato avea del formaggio,

La bocca sollevò dal fiero pasto26,

s’alzò dal loco dove sedea, si mise tra le branche27 quella bottiglia, ne trasse il turacciolo, ne die’ un bicchierino a me, un altro al socio mugnaio, riturò la bottiglia, la chiuse a chiave, e zufolando28 partì.
Questo fu il modo con cui mi trattò press’a poco per tutta quella doppia quaresima29 questo feritor di balene; senonché, invece di brodo di castagne o di polli-corvi, compariva ogni giorno o un pezzo di carne secca o una fetta di porco salato, la cui sola vista avrebbe bastato a far che scappasse la fame al conte Ugolino. Per colmo de’ mali, non avendo io portato un letto con me, mi toccò farmi una specie di cuccia delle camìce e degli abiti ch’avea meco recati, per non adagiar le mie vecchie membra sul duro legno d’una nicchia strettissima, su cui anche con materassi e origlieri30 mai si riposa.
Ad onta31 di questi malanni, la mattina del quarto giorno di giugno arrivai sano e salvo a Filadelfia. Corsi alla casa del capitano Collet, che condotto aveva in America la mia famiglia32, ove seppi ch’erasi stabilita a New-York [...].
Passati alcuni giorni di pace tra le tenere carezze della famiglia, mi diedi, senza perder tempo, agli affari. Poco era quello ch’io aveva portato meco da Londra. Una cassettina di corde da violino, alcuni classici italiani di poco prezzo, alcuni esemplari d’un bellissimo Virgilio, alcuni della Storia di Davila e da quaranta o cinquanta piastre33 in contante. Erano questi i tesori ch’io aveva potuto salvare dagli artigli degli usurai, degli sbirri, degli avvocati, da’ nemici e da’ falsi amici di Londra, dove esercitai per undici anni il mestiero di libraio, di stampatore, di agente dell’impresario e di poeta teatrale! La mia compagna però aveva portato seco da sei a settemila piastre, ma non risparmiate da me. Il timor di diminuire o di consumar un capitale sì tenue34, rimanendo troppo lungamente colle mani in mano, mi fece abbracciar il consiglio di tale, ch’io credeva conoscersi perfettamente della linea di commercio che mi persuadea d’intraprendere35.
Fu il padre della mia sposa che consigliommi e che fu cagione innocente delle mie prime sventure in America.
Divenni dunque droghiero; e pensi chi ha fior di senno36, com’io ridea di me stesso tutte le volte che la mia poetica mano era obbligata a pesare due once di tea, o misurar mezzo braccio di «codino di porco»37 a un ciabattino o ad un carrettiere [...]. Così va il mondo! Ad onta di questo, se il mestiero da me intrapreso non era nobile, la borsa tuttavia non pativa38.

UNA TERRIBILE AVVENTURA Qual è la differenza tra uno scrittore e un semplice memorialista? Lo capiamo abbastanza bene da questo brano. Il memorialista, chi semplicemente compila un diario, si limita a registrare gli eventi più significativi della sua esistenza, e magari aggiunge qualche considerazione personale a margine. Lo scrittore sa trasformare la sua esperienza in un racconto avvincente come un romanzo. Non c’è dubbio che Da Ponte rientri in questa seconda categoria. Il brano comincia con una premessa nella quale Da Ponte avverte il lettore: quello che sta per leggere è il resoconto di una terribile avventura. La premessa è scandita da un doppio tricolon, ossia da una sequenza di tre termini: «lungo, disastroso e pieno di fastidi» e «l’età mia, lo stato del mio spirito e un tremendo viaggio di mare». È un assaggio dello stile, limpido ma elegante, che caratterizza tutte le Memorie. Poi comincia il racconto della traversata. Oggi per andare sulla costa est degli Stati Uniti occorrono sei ore di volo o pochi giorni di navigazione. Da Ponte impiega ottanta giorni, e sono ottanta giorni di passione. Qui lo stile cambia, si fa più svelto e colloquiale, e Da Ponte rivela un talento comico fuori del comune. In che modo riesce a far sorridere delle sue disgrazie?

UN ABILISSIMO SCRITTORE COMICO In primo luogo attraverso l’ironia: parla di «convito», di «dolci preludi del mio vicino banchetto», di «appetitosi manicaretti», ma è chiaro che il pasto che gli tocca consumare è pessimo. In secondo luogo attraverso una grande inventiva nella descrizione degli oggetti e nell’aggettivazione: ecco la «tavolaccia sciancata», ecco la «tovaglia più nera della camicia d’un carbonaro», ecco, al posto di una gallina bollita, «un corvo spennato e arruffatosi co’ gatti». In terzo luogo, Da Ponte ha un occhio particolarmente attento ai tipi umani, e una grande capacità di fissarne i caratteri (che è appunto la virtù del bravo narratore): il ritratto del capitano della nave – un uomo rozzo che sembra capace solo di mangiare, bere e sbadigliare, e i cui tratti animaleschi Da Ponte immortala nell’immagine delle «branche», le mani che si stringono attorno al fiasco di vino – è memorabile. Infine, Da Ponte mette al servizio della commedia e del grottesco anche la sua notevole cultura letteraria: non solo paragona il capitano della nave a Tifi, il mitico timoniere della nave Argo, quello che Seneca nella tragedia Medea chiama “il primo domatore dei flutti” (domitor profundi); ma si diverte anche a citare, assolutamente fuori contesto, i celebri versi che Dante dedica al conte Ugolino, paragonando il capitano Haydn a quel cannibale. Vuol far sorridere, ma insomma, non dimentica mai di essere un uomo colto. È una descrizione divertente, proprio perché Da Ponte sa prendere in giro se stesso e gli altri, ma che nel finale si stempera nell’amarezza. Da Ponte infatti è anziano, è un poeta, un intellettuale, e nella vita ha trattato con imperatori e musicisti della statura di Salieri e di Mozart; una volta sbarcato in America, però, si trova nella condizione di dover ricominciare da capo. E ricomincia come droghiere, facendo affari con i ciabattini e i carrettieri: impiego non nobile, commenta con simpatica umiltà, ma che gli permette di tirare avanti. Tra tante autobiografie di uomini che si dipingono come eroi, eccone una in cui il narratore-protagonista non ha paura di raffigurarsi come un pover’uomo. Anche per questo tratto così sincero e umano, le Memorie di Da Ponte sono un libro di piacevolissima lettura.

Esercizio:

Raccontare la propria vita

1 Scrivi una pagina della tua autobiografia scegliendo un episodio che ti pare illumini un tratto interessante del tuo carattere. Fai attenzione al tono che sceglierai: puoi iniziare, come Da Ponte, seriamente per poi elaborare la situazione con ironia e leggerezza, oppure procedere al contrario, o tenere sempre lo stesso tono.

2 Nella prima parte del racconto del viaggio, il tono è malinconico, quasi disperato; poi però il registro si fa quasi comico. Analizza il testo da questa prospettiva. A che punto arriva questa sorta di svolta?

3 Alla luce delle riflessioni che hai fatto, e ricordando che chi scrive un’autobiografia vuole dire la verità ma anche far sì che il lettore abbia di lui una buona opinione, quale idea vuole dare di sé Da Ponte?

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  1. mi somministrerebbe: mi darebbe.
  2. incontransi: s’imbattono.
  3. nell’ugne di un mariuolo: nelle grinfie (ugne, “unghie”) di un mascalzone.
  4. Nantucket: isola sulla costa est degli Stati Uniti, celebre tra l’altro perché è da Nantucket che, nel romanzo di Melville Moby Dick, salpa la nave Pequod per la caccia alla balena.
  5. cui: i quali (marinai).
  6. provvisioni grossolanissime: provviste di qualità molto scadente.
  7. eziandio: inoltre.
  8. fallo: errore.
  9. ghinee: monete d’oro inglesi (così chiamate perché l’oro di cui erano fatte veniva dalla Guinea, una regione dell’Africa occidentale).
  10. cassero: parte rialzata della poppa di una nave, sulla quale era montata la ruota del timone.
  11. tondi screziati: scodelle multicolori.
  12. irruginite: arrugginite.
  13. Messere lo nantuchino: ironicamente, “quel signore che veniva da Nantucket”.
  14. cui: che.
  15. favellar: parlare.
  16. mugnaio in uffizio: un mugnaio (l’uomo che macinava il grano al mulino) nell’esercizio delle sue funzioni.
  17. la sua quondam biancheria: quella che un tempo era stata biancheria, e che ora è solo un mucchio di stracci; quondam è latino per “una volta”, e di solito si anteponeva al nome dei genitori morti. Qui Da Ponte lo usa ironicamente.
  18. Tifi: nel mito greco, era il timoniere della nave Argo, che salpò dalla Grecia per l’Asia alla ricerca del vello d’oro.
  19. tolto avea: avevo scambiato.
  20. guatava: lanciavo occhiate.
  21. in quello affissandomi: osservando quello (l’uccello che il capitano ha appena chiamato pollo).
  22. gavazzassero: si abbandonassero al piacere (detto ironicamente).
  23. manicaretti: pietanze prelibate.
  24. cacio: formaggio.
  25. desinare: pasto.
  26. La bocca ... pasto: è il celebre verso con cui comincia, nel canto XXXIII dell’Inferno di Dante, l’episodio del conte Ugolino, che sta divorando la testa dell’arcivescovo Ruggieri.
  27. branche: le mani, ma figuratamente gli artigli, le zampe (il capitano ha qualcosa di animalesco, sia nel modo in cui mangia sia nel fisico).
  28. zufolando: fischiettando.
  29. doppia quaresima: la quaresima dura quaranta giorni, il viaggio di Da Ponte più di ottanta. Ed è una quaresima perché comporta astinenza da qualsiasi piacere, e soprattutto da cibo decente.
  30. origlieri: cuscini (ancora oggi è il nome del cuscino in francese: oreiller).
  31. Ad onta: nonostante.
  32. la mia famiglia: Da Ponte era stato preceduto in America dalla moglie Anna Celestina Grahl e dalla famiglia di lei, che si era stabilita a New York.
  33. piastre: grosse monete d’argento o d’oro.
  34. sì tenue: così esiguo.
  35. mi fece ... intraprendere: mi fece accogliere di buon grado il consiglio di una persona (tale) che credevo molto esperta nel ramo del commercio nel quale mi suggeriva di entrare.
  36. chi ... senno: chi ha un po’ di sale in zucca.
  37. «codino di porco»: si tratta di paletti di ferro che terminavano con un ricciolo, e che venivano usati come supporti per i reticolati.
  38. la borsa ... pativa: vale a dire che il mestiere di droghiere gli permetteva di tirare avanti, di mettere qualche soldo nella borsa.