Stendhal

Il rosso e il nero

L’alta società è una noia terribile

Allontanato dal paese natale a causa di una relazione con la moglie del sindaco, Madame de Rênal, Julien si trasferisce prima a Besançon e poi a Parigi, dove seduce Mathilde de La Mole, figlia del marchese presso il quale lavora. Ma la vita parigina non accende nel protagonista l’entusiasmo che ci si aspetterebbe, e addirittura i salotti della capitale – in Balzac così pieni di avvenimenti brillanti – appaiono ai suoi occhi semplicemente noiosi. 

Se tutto sembrava strano a Julien nel nobile salotto dell’hôtel de La Mole1, il giovane pallido e vestito di nero sembrava a sua volta molto strano a coloro che si degnavano di rivolgergli uno sguardo. La signora de La Mole propose a suo marito di allontanarlo, con il pretesto di qualche incarico, quando certe persone erano invitate a pranzo [...]. «Per riuscire a orientarmi», si diceva Julien, «bisogna che scriva il nome di tutti i frequentatori della casa, e un appunto sul loro carattere». In prima linea mise cinque o sei amici di casa che a ogni buon conto non perdevano occasione di fargli la corte, perché lo ritenevano protetto da un capriccio del marchese. Erano dei poveri diavoli, più o meno insignificanti, ma a onore di questa categoria, quale la si trova oggi nei salotti aristocratici, bisogna dire che non erano servili allo stesso modo con tutti. Qualcuno di essi, che si sarebbe lasciato maltrattare dal marchese, si sarebbe rivoltato contro una parola dura della signora de La Mole.

C’erano troppa fierezza e troppa noia in fondo al carattere dei padroni di casa: essi erano troppo abituati a offendere per passatempo, perché potessero avere dei veri amici. Ma, a parte i giorni di pioggia e di tedio feroce, che erano rari, si mostravano sempre di una squisita cortesia. Se le cinque o sei persone compiacenti che testimoniavano a Julien una così paterna amicizia avessero disertato l’hôtel de La Mole, la marchesa avrebbe avuto dei momenti di grande solitudine; e per le donne del suo rango, la solitudine è tremenda: equivale all’essere caduti in disgrazia. Il marchese, nei riguardi di sua moglie, era perfetto; vegliava a che il suo salotto fosse sempre frequentato, ma non dai pari: egli giudicava i suoi nuovi colleghi non abbastanza nobili per venire in casa sua come amici e neppure abbastanza divertenti per esservi ammessi come subalterni. Soltanto dopo parecchio tempo Julien riuscì a penetrare questi segreti. La politica governativa, che è argomento abituale di conversazione nelle case borghesi, in quelle dell’alta aristocrazia è abbordata solo nei momenti di disperazione. Il bisogno di divertirsi è tale, anche in questo secolo dominato dalla noia, che perfino quando c’erano dei pranzi, appena uscito il marchese tutti si davano alla fuga. Purché non si scherzasse su Dio, né sui preti, né sul re, né sulle persone importanti, né sugli artisti protetti dalla corte, né su ciò che tutti accettano come una norma: purché non si parlasse bene né di Béranger2, né dei giornali di opposizione, né di Voltaire, né di Rousseau3, né di chiunque si prenda qualche libertà di parlare schiettamente: purché, soprattutto, non si parlasse mai di politica, si poteva discutere liberamente di ogni cosa.

Non ci sono rendite di centomila scudi né cordoni azzurri4 che tengano, di fronte a un simile codice salottiero. La minima idea un po’ vivace passava per una volgarità. Nonostante le buone maniere, la cortesia perfetta, il desiderio di riuscire graditi, su tutti i volti si leggeva la noia. I giovani che venivano a rendere omaggio, temendo di dire qualcosa che facesse sospettare un pensiero o tradisse una lettura proibita, dopo qualche parola elegante su Rossini5 o sul tempo, tacevano. […]

Una mattina Julien stava lavorando con l’abate nella biblioteca del marchese […]. «Reverendo», disse improvvisamente il giovane, «pranzare tutti i giorni con la marchesa è uno dei miei doveri, oppure è una bontà che mi viene usata?». «È un grande onore!» rispose l’abate scandalizzato. «N***, l’accademico che da quindici anni fa una corte assidua alla famiglia, non è mai riuscito ad ottenerlo per suo nipote Tanbeau».

«Per me, padre, è la parte più penosa del mio lavoro. Mi annoiavo meno in seminario. Qualche volta vedo sbadigliare perfino la signorina de La Mole, che pure deve essere abituata alle cortesie degli amici di casa. Ho sempre paura di addormentarmi. Per favore, procuratemi il permesso di andare a consumare dei pasti a quaranta soldi, in qualche modesta trattoria».

L’abate Pirard, da vero parvenu6, era molto sensibile all’onore di pranzare con un marchese. Mentre si sforzava di far capire questo sentimento a Julien, un lieve rumore fece voltare loro la testa. Julien vide Mathilde de La Mole che ascoltava, e arrossì. Ella era venuta a cercare un libro e aveva sentito tutto: cominciò così a nutrire un po’ di stima per Julien. «Ecco uno che non è nato in ginocchio come quel vecchio abate», pensò. «Dio mio, come è brutto!».

A tavola, Julien non osava guardare Mathilde, ma fu lei ad avere la bontà di rivolgergli la parola. Quel giorno doveva venire molta gente e la fanciulla invitò Julien a fermarsi. Le giovani parigine non amano le persone di una certa età, specie quando sono trasandate nel vestire. Julien non aveva avuto bisogno di molta perspicacia per accorgersi che i colleghi di Le Bourguignon, rimasti in salotto, avevano l’onore di essere l’abituale bersaglio dei frizzi della signorina de La Mole. Quel giorno, fosse o no ostentazione da parte sua, ella fu crudele con le persone noiose. 

I SALOTTI NELL’ETÀ DELLA RESTAURAZIONE  Julien lavora come segretario presso il marchese de La Mole, ed è qui che conosce sua figlia Mathilde, con la quale inizia una rovinosa storia d’amore. Mathilde è intelligente ma anche viziata e altezzosa, ed è attratta da Julien solo perché pensa che lui possa salvarla dalla noia a cui la costringe la vita aristocratica. Il motivo per cui i salotti dei nobili sono luoghi così noiosi ci viene spiegato dal narratore stesso: in essi si può parlare di tutto, purché non si scherzi «su Dio, né sui preti, né sul re, né sulle persone importanti, né sugli artisti protetti dalla corte, né su ciò che tutti accettano come una norma». Detto altrimenti, non si può parlare liberamente di nulla. Il più grande tabù è la politica: gli aristocratici non vogliono prendere atto dei cambiamenti avvenuti in Francia dopo Napoleone, e si comportano come se nulla fosse accaduto. Il romanzo è infatti ambientato nell’età della Restaurazione, quando la nobiltà, tornata al potere, tenta di annullare le trasformazioni democratiche avvenute nei primi anni del secolo (per questo è poco gradito nominare pensatori come Voltaire o Rousseau). Per comprendere la scena, dunque, è indispensabile conoscere il significato dei particolari che Stendhal descrive, le piccole allusioni alla politica e ai personaggi del tempo.

UN SEDUTTORE A CACCIA DI DOTE  Julien desidera raggiungere una posizione sociale più elevata, ma non nutre alcuna ammirazione nei confronti dei nobili. Considera addirittura un fastidio pranzare con la marchesa, ed è proprio questa sua schietta esternazione a conquistare Mathilde, che vede in lui un uomo indipendente, che «non è nato in ginocchio». Intelligenza e schiettezza, tuttavia, non bastano a conquistare un titolo nobiliare né la stabilità economica. Il matrimonio con Mathilde andrà a monte a causa di una lettera che informa il Marchese de La Mole di come Julien sia in realtà un cacciatore di dote e un seduttore. La lettera proviene apparentemente da Madame de Rênal, la moglie del sindaco del paese natale di Julien, con la quale il giovane aveva avuto una relazione: tornato al suo paese, Julien cercherà così di ucciderla con un colpo di pistola, con il quale siglerà definitivamente il fallimento di tutte le sue aspirazioni.

UNA PROSA ELEGANTE E MISURATA  Il brano che abbiamo letto è un buon campione della scrittura di Stendhal. In una lettera a Balzac, egli stesso dichiara che, nel periodo in cui scriveva La certosa di Parma, leggeva «ogni mattina due o tre pagine del Codice civile», per «prendere il tono». Di fatto, la prosa di Stendhal è elegantissima ma asciutta, misurata, non verbosa e colorita come quella di Balzac (anche per questo, tra l’altro, Stendhal piacerà tanto a un grande scrittore italiano nemico della retorica: Leonardo Sciascia). I periodi sono brevi, i giudizi sulle cose e sulle persone sono fulminei («La minima idea un po’ vivace passava per una volgarità»; «L’abate Pirard, da vero parvenu, era molto sensibile all’onore di pranzare con un marchese»), e tutto l’ambiente aristocratico dei de La Mole è descritto con un’ironia e un acume che non avrà paragoni nella letteratura europea sino almeno a Proust (come Proust, anche Stendhal è un ritrattista supremo, a cui bastano poche parole per esprimere un carattere o un destino: «essi» dice dei marchesi de La Mole «erano troppo abituati a offendere per passatempo, perché potessero avere dei veri amici»). 

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Riassumi il dialogo tra Julien e l’abate Pirard. Di che cosa parlano? Di che cosa si lamenta Julien?

2. Che giudizio dà Julien del “codice salottiero” di casa de La Mole? Ne è attratto o infastidito? Lo critica o lo ammira?

ANALIZZARE

3. In quali modi (sia diretti sia indiretti) vengono illustrati il carattere e la psicologia del protagonista?

4. Quali riferimenti all’epoca storica e quale giudizio sulla politica possiamo ricavare dal brano?

CONTESTUALIZZARE

5. Fai un confronto tra Rastignac, protagonista di Papà Goriot di Balzac, e Julien Sorel. Ti sembra che abbiano dei tratti in comune? Quali? Argomenta la tua risposta.

INTERPRETARE

6. Il salotto è uno degli ambienti più tipici del romanzo ottocentesco: luogo di incontri e complotti, di innamoramenti e tradimenti. Costruisci un percorso di approfondimento, adoperando non solo i romanzi ma anche le stampe e i dipinti che rappresentano il salotto. Puoi aiutarti con il Dizionario dei temi letterari (a cura di R. Ceserani) oppure con I luoghi della letteratura italiana (a cura di G. M. Anselmi).

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  1. hôtel de La Mole: hôtel qui non significa “albergo” bensì “palazzo”: è il palazzo in cui abitano i marchesi de La Mole.

  2. Béranger: Pierre-Jean de Béranger (1780-1857), poeta politico francese.

  3. Voltaire ... Rousseau: filosofi francesi sostenitori di idee egualitarie, e pertanto invisi all’aristocrazia.

  4. cordoni azzurri: il cordon bleu (“nastro azzurro”) era un’alta onorificenza concessa dal sovrano di Francia.

  5. Rossini: Gioacchino Rossini (1792-1868), compositore italiano.

  6. parvenu: chi è arrivato, partendo da zero, a una posizione (sociale, economica) di una certa importanza, ma conserva le ingenuità e gli snobismi che aveva un tempo (qui l’abate Pirard considera «un grande onore» pranzare con un marchese).