Guido Cavalcanti

Rime

L’anima mia vilment’ è sbigottita: l’amore fa male

Ci sono molti modi di parlare dell’amore: l’amore come ricordo, come esperienza euforica, come esperienza tragica. Cavalcanti è soprattutto il poeta dell’amore come dolore, e non solo come dolore spirituale (ansia, tristezza, angoscia) ma anche come dolore fisico, che consuma chi ne è vittima e può portarlo alla morte. Del resto, la parola passione (dal latino passio), che ancor oggi adoperiamo per indicare la forza dell’innamoramento, porta con sé anche l’idea di sofferenza del corpo, qualcosa che si subisce e che fa male (questo è anche il senso della “passione di Cristo”: i suoi patimenti). Cavalcanti descrive spesso la passione amorosa in questo modo cruento: come un male interiore (una battaglia che ha luogo nel cuore, dice nel sonetto Pegli occhi fere uno spirito sottile) che intacca la salute, l’integrità fisica dell’uomo innamorato.

L’anima mia vilment’ è sbigottita1 
de la battaglia ch’ell’ave dal core2:
che s’ella sente3 pur un poco Amore
più presso a lui che non sòle4, ella more. 

Sta come quella5 che non ha valore6,
ch’è per temenza7 da lo cor partita;
e chi vedesse com’ell’ è fuggita
diria per certo: «Questi non ha vita».

Per li occhi venne la battaglia in pria8,
che ruppe ogni valore9 immantenente10,
sì che del colpo fu strutta11 la mente.

Qualunqu’ è quei che più allegrezza sente12,
se vedesse li spiriti fuggir via,
di grande sua pietate piangeria13.

 

 

Metro: sonetto di schema del tutto anomalo nella metrica duecentesca: ABBB BAAA CDD DCC.

GLI EFFETTI IPERBOLICI DI AMORE In questo sonetto, Cavalcanti non racconta un avvenimento, né riflette sul proprio amore, né loda la donna amata. Ciò che fa è, semplicemente, descrivere uno stato, il proprio. L’amore gli è entrato attraverso gli occhi, si è insediato nel cuore e ne ha scacciato l’anima: il poeta è in una condizione tale che, se qualcuno lo guardasse, penserebbe di vedere un morto, e si metterebbe a piangere per la pietà. Dunque quella di Cavalcanti non è una confessione bensì una descrizione degli effetti che l’amore ha sul soggetto. Ma osserviamo anche che si tratta di una descrizione che ovviamente non può essere presa alla lettera. Vale a dire che noi non crediamo che l’anima si sia davvero allontanata dal cuore, che la mente del poeta sia stata davvero distrutta e che egli sia quindi davvero in punto di morte. Queste sono metafore, che servono a descrivere la sofferenza provocata dall’amore: o meglio, sono iperboli; e l’iperbole è appunto la figura retorica più frequente nell’antica poesia d’amore (ma in realtà il linguaggio della passione è sempre iperbolico: “ti amo da morire”, “mi hai rubato il cuore”, “brucio d’amore”...).

UNA BATTAGLIA INTERIORE I poeti medievali tendono a oggettivare le loro passioni. Ciò significa che invece di scrivere “amo, sono innamorato”, scrivono cose come “l’Amore è venuto a visitarmi”, o “l’Amore si è insediato nel mio cuore”: il poeta innamorato non è tanto colui che agisce quanto colui che patisce gli effetti di un sentimento che è più forte di lui. In questo sonetto accade qualcosa di simile. Per dire che l’amore lo fa soffrire, Cavalcanti mette in scena una battaglia interiore tra l’anima e il cuore. L’anima, che solitamente abita nel cuore, se ne è allontanata cercando scampo dagli attacchi di Amore, attacchi tanto violenti da metterla a rischio della morte. Dopodiché Cavalcanti dice in che modo la passione è nata, e lo fa riprendendo uno dei luoghi comuni della trattatistica amorosa. Nel trattato De amore, Andrea Cappellano aveva scritto che «Amor est passio quaedam innata procedens ex visione et immoderata cogitatione formae alterius sexus» (“L’amore è una passione innata che deriva dalla visione e dal pensiero incessante della bellezza di una persona dell’altro sesso”). I versi alludono a questo stesso processo: la battaglia dell’amore è arrivata prima attraverso gli occhi (cioè, l’amante ha visto l’oggetto della sua passione) e poi è entrata nella mente, distruggendola (perché la mente è stata colpita dalla bellezza dell’oggetto contemplato).

CHE COSA PENSERANNO GLI ALTRI DI ME? Caratteristico della poesia stilnovista (e di Cavalcanti in particolare) è anche il fatto che l’amore venga vissuto, per così dire, in pubblico. È difficile che chi scrive oggi una poesia d’amore si preoccupi di immaginare ciò che gli altri (il pubblico, le persone che “passano e vedono”) dicono o potrebbero dire. Al contrario, Cavalcanti misura la violenza della sua passione sulla reazione che potrebbero avere coloro che lo incontrassero per via: «Questi non ha vita», commenterebbero; oppure piangerebbero di pietà, anche se fossero allegri. È un’attitudine – questa di guardare e guardarsi dall’esterno, e di convocare attorno a sé un pubblico – che lega Cavalcanti a Dante, soprattutto al Dante della Vita nova, che scrive per esempio: «O voi che per la via d’Amor passate, / attendete e guardate / s’elli è dolore alcun, quanto ’l mio, grave».  

GLI SPIRITI FUGGITIVI Un’ultima osservazione merita la parola spiriti: se qualcuno vedesse come fuggono via gli spiriti, scrive Cavalcanti, piangerebbe di pietà. Che cosa sono questi spiriti? La fisiologia antica non possedeva il concetto di circolazione sanguigna, né era in grado di spiegare in termini che oggi chiameremmo “scientifici” il meccanismo della respirazione e di altre funzioni vitali. Si credeva che nel corpo umano ci fossero dei fluidi sottili, quasi immateriali, che portavano il nutrimento alle varie parti del corpo, e rendevano possibili funzioni come il movimento, la vista o, appunto, la respirazione. I poeti stilnovisti adoperano spesso questo concetto per parlare d’amore, per tentare di descrivere il misterioso “funzionamento” della passione, e nessuno lo fa più spesso di Cavalcanti.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Le quartine e le terzine si aprono con la parola battaglia. Descrivi la lacerazione interiore che Cavalcanti definisce in questo modo. 

2 Molte delle parole usate nel testo appartengono al campo semantico della vista. Quali? Perché il vedere è tanto importante?

3 Sottolinea le parole che appartengono al campo semantico del dolore. Perché il discorso sull’amore è tanto strettamente intrecciato al discorso sulla sofferenza? 

CONTESTUALIZZARE

4 Quali altri autori della tradizione letteraria italiana hanno un concetto così sconsolato e doloroso dell’amore?

INTERPRETARE

5 L’amore fa male. È un’ idea che ti sembra convincente?

Stampa
  1. vilment’è sbigottita: è tanto turbata da essere intimidita, impaurita. 
  2. dal core: perché nel cuore Amore scatena il suo attacco.
  3. sente: avverte, percepisce.
  4. più presso ... sòle: più vicino a lui (al cuore) del solito.
  5. Sta come quella: è nella condizione di chi.
  6. valore: coraggio.
  7. temenza: paura; il soggetto è sempre l’anima.
  8. Per ... pria: dapprima, la battaglia (mossa da Amore) passò attraverso gli occhi; questo perché di lì passa l’immagine della donna.
  9. ogni valore: tutto il coraggio. 
  10. immantenente: subito.
  11. strutta: consumata, distrutta.
  12. Qualunqu’è ... sente: anche la persona più allegra del mondo.
  13. sua ... piangeria: piangerebbe per la compassione.