Francesco Petrarca

Familiari

L’ascesa al Monte Ventoso

Nelle sue lettere, Petrarca ci ha raccontato quasi ogni grande o piccolo evento della sua vita. Sapeva che i posteri le avrebbero lette, ma è stato comunque capace di scavare a fondo nel proprio animo e di consegnarci alcuni capolavori di sincerità e di introspezione. La lettera che segue descrive una gita sul Monte Ventoux (in italiano Ventoso), in Provenza, fatta insieme al fratello minore Gherardo.

A Dionigi di Borgo San Sepolcro1, dell’ordine di sant’Agostino, professore della Sacra Pagina, sui propri affanni [da Malaucène, 26 aprile 1336]

Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso2. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che facilmente si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. Ebbi finalmente l’impulso di realizzare ciò che mi ripromettevo ogni giorno [...]. Sennonché, quando dovetti pensare a un compagno di viaggio, nessuno dei miei amici, meravìgliati pure, mi parve in tutto adatto: tanto rara, anche tra persone care, è una perfetta concordia di volontà e di indoli [...]. E così, esigente com’ero e desideroso di un onesto svago, pur senza offendere in nulla l’amicizia, mi guardavo intorno soppesando il pro e il contro, silenziosamente rifiutando tutto quello che mi pareva potesse intralciare la gita progettata. Finalmente – che pensavi? – mi rivolgo agli aiuti di casa e mi confidai con l’unico fratello, di me più giovane e che tu ben conosci. Nulla avrebbe potuto ascoltare con maggiore letizia, felice di potersi considerare, verso di me, fratello e amico. 
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena3, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno e oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta4 che «l’ostinata fatica vince ogni cosa». Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani5, restii a ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. 

Gherardo e Francesco scalano la montagna. Ma mentre Gherardo sale veloce, Francesco perde tempo, cerca un sentiero più agevole, e più e più volte è sul punto di abbandonare l’impresa. La delusione lo porta a riflettere sul fatto che la fatica della salita, alla quale vuole sottrarsi, è simile alla fatica che si richiede all’uomo che intraprenda la strada della beatitudine: strada che Francesco, prigioniero dei piaceri terreni, vorrebbe ma non sa imboccare. Alla fine, però, Francesco raggiunge Gherardo sulla cima del monte.

Qui, stanchi, riposammo [...]. Dapprima, colpito da quell’aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. Mi volgo d’attorno: le nuvole mi erano sotto i piedi e già mi divennero meno incredibili l’Athos e l’Olimpo6 nel vedere coi miei occhi, su un monte meno celebrato, quanto avevo letto e udito di essi. 
Volgo lo sguardo verso le regioni italiane, laddove più inclina il mio cuore; ed ecco che le Alpi gelide e nevose, per le quali un giorno passò quel feroce nemico del nome di Roma7 rompendone, come dicono, le rocce con l’aceto, mi parvero, pur così lontane, vicine. Lo confesso: ho sospirato verso quel cielo d’Italia che scorgevo con l’anima più che con gli occhi e m’invase un desiderio bruciante di rivedere l’amico8 e la patria anche se, in quello stesso momento, provai un poco di vergogna per questo doppio desiderio non ancora virile; eppure non mi sarebbero mancate, per l’uno e per l’altro, giustificazioni confermate da grandi testimonianze. Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. «Oggi» mi dicevo «si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna: Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute, premettendovi le parole di Agostino: “Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio”. Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza e impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: “Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia”9. Non sono ancora passati tre anni da quando quella volontà malvagia e perversa che tutto mi possedeva e che regnava incontrastata nel mio spirito cominciò a provarne un’altra, ribelle e contraria; e tra l’una e l’altra da un pezzo, nel campo dei miei pensieri, s’intreccia una battaglia ancor oggi durissima e incerta per il possesso di quel doppio uomo che è in me». Così andavo col pensiero a quel passato decennio. 
Rivolgendomi all’avvenire, mi domandavo: «Se ti accadesse di prolungare per altri due lustri questa vita che fugge e di avvicinarti alla virtù nella stessa proporzione in cui, in questo biennio, per l’insorgere della nuova volontà contro la vecchia, ti sei allontanato dalla primitiva protervia, non potresti forse allora, se non con certezza al
meno con speranza, andare incontro alla morte sui quarant’anni e questi residui anni di una vita che già declina verso la vecchiezza, trascurarli senza rimpianti?». Questi e altri simili erano i pensieri, padre mio, che mi ricorrevano nella mente. Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare e ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava [...]. Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto e ora pensavo a cose terrene e ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio10: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.
Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa: quelle parole tormentavano il mio silenzio. Non potevo certo pensare che tutto fosse accaduto casualmente; sapevo anzi che quanto avevo letto era stato scritto per me, non per altri; tanto più che ricordavo ciò che di se stesso aveva pensato Agostino quando, aprendo il libro dell’Apostolo, come lui stesso racconta, lesse queste parole: «non gozzoviglie ed ebbrezze, non lasciva e impudicizie, non risse e gelosia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, e non seguite la carne nelle sue concupiscenze». La stessa cosa era già accaduta ad Antonio11 quando, leggendo nel Vangelo «se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri; vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli», come se quelle parole fossero state scritte per lui (lo dice Atanasio autore della sua vita), si guadagnò il regno celeste. E come Antonio, udite quelle parole, non chiese altro; e come Agostino, letto quel passo, non andò oltre, così anch’io raccolsi tutta la mia lettura in quelle parole che ho riferito, riflettendo in silenzio quanta fosse la stoltezza degli uomini i quali, trascurando la loro parte più nobile, si disperdono in mille strade e si perdono in vani spettacoli, cercando all’esterno quello che si potrebbe trovare all’interno; pensando a quanta sarebbe la nobiltà del nostro animo se, di per sé degenerando, non si allontanasse dalle sue origini e non convertisse in vergogna le doti che Dio gli diede in suo onore. Quante volte quel giorno – credilo – sulla via del ritorno ho volto indietro lo sguardo alla cima del monte! Eppure mi parve ben piccola altezza rispetto a quella del pensiero umano, se non viene affondata nel fango delle turpitudini terrene. E anche questo pensiero mi venne quasi a ogni passo: se non ho esitato a spendere tanta fatica e sudore per accostare solo di un poco il mio corpo al cielo, quale croce, quale carcere, quale tormento potrebbero atterrire un’anima nel suo cammino verso Dio, mentre calpesta le superbe vette della temerarietà e gli umani destini; e quest’altro: quanti non vengono distratti da questo sentiero per timore dei patimenti o per amore dei piaceri? Veramente felici, se pur ce ne sono, coloro dei quali credo volesse dire il poeta: «felice chi poté scoprire il perché delle cose e tiene sotto di sé calpestato ogni timore e il destino implacabile e lo strepito dell’esoso Acheronte»12. Ma quanta fatica dovremo sopportare per tenere sotto i piedi non una terra più alta, ma le passioni che si levano da istinti terreni! 
Tra questi ondeggianti sentimenti del mio cuore, senza accorgermi del sassoso sentiero, nel profondo della notte tornai alla capanna da cui m’ero mosso all’alba, e il chiarore della luna piena ci era di dolce conforto, nel cammino. Mentre poi i servi erano affaccendati nel preparare la cena, mi sono ritirato tutto solo in un angolo della casa per scriverti, in fretta e quasi improvvisandole, queste pagine; non volevo infatti che, differendole, magari mutando con i luoghi i sentimenti, mi si spegnesse il desiderio di scriverti. Tu vedi dunque, amatissimo padre, come io non ti voglia nascondere nulla di me, io che con tanta cura ti svelo non solo tutta la mia vita, ma tutti i miei segreti pensieri, uno per uno; prega per essi, te ne supplico, perché erranti e incerti da tanto tempo, finalmente si arrestino, e dopo essere stati trascinati inutilmente per ogni dove, si rivolgano all’unico bene, veramente certo e duraturo. Addio.

PETRARCA OSSERVA Questa lettera è importante per molte ragioni. Innanzitutto perché Petrarca descrive con estrema chiarezza le oscillazioni della volontà delle quali abbiamo già parlato leggendo il Canzoniere, e che sono caratteristiche della sua personalità e quindi della sua opera. Inoltre, la lettera è particolarmente preziosa per la finezza delle osservazioni psicologiche fatte da Petrarca: per esempio quando parla della consapevolezza della felicità che avrebbe provato il fratello minore nel compiere quel viaggio insieme a lui; quando nota come i giovani siano restii a ogni consiglio, e come il desiderio cresca con il divieto...

VERO, FALSO, SIMBOLICO? Le osservazioni di Petrarca si intrecciano con il significato allegorico che assume l’escursione, significato che il poeta non nasconde in alcun modo e che si fa particolarmente esplicito quando si parla dell’«inutile vagabondare». Non si può non pensare agli errori più volte descritti nel Canzoniere: la decisione di puntare dritto verso la cima è certamente un’allegoria della decisione di indirizzarsi a Dio e alla religione. Ma non c’è motivo per ritenere che il racconto dell’ascesa sia tutto o in parte fittizio. Come per tutti o quasi tutti gli scrittori medievali, l’allegoria è un metodo di interpretazione della realtà: Petrarca si oserva, si scruta in profondità e cerca di trovare un senso alla sua esistenza. La realtà (la gita davvero compiuta sul Monte Ventoso) e l’allegoria (la salita sul monte come metafora della ricerca di Dio) non sono in contraddizione: si completano l’una con l’altra e non possono esistere indipendentemente. 

LA DATA A complicare ulteriormente il quadro c’è la questione della datazione. L’episodio narrato da Petrarca risale senz’altro al 1336. Ma studi recenti fanno ritenere possibile, e forse probabile, che la lettera sia stata scritta molto più tardi, nei primi anni Cinquanta del Trecento, da un Petrarca molto più maturo (e segnato dalle morti causate dalla peste del 1348) che intende, in certo modo, riscrivere la propria vita e la propria opera nell’ottica di una progressiva conversione ai valori dello spirito, di un progressivo distacco dal mondo. 

COME PARLANO I CLASSICI Abbiamo detto che la sostanza del racconto è quasi certamente veritiera, sebbene si possa pensare che sia stata in parte ritoccata, arricchita per metterne in evidenza il significato morale. Anche il particolare dell’apertura delle Confessioni di Agostino in un punto così corrispondente ai pensieri del poeta in quel momento potrebbe essere vero: sarà capitato a molti di considerare una circostanza del tutto casuale come un segno del destino.
Inoltre, sebbene Petrarca ricordi degli episodi analoghi accaduti allo stesso Agostino e a sant’Antonio, non dobbiamo necessariamente pensare che abbia voluto fingere di imitarli. Quel che più conta, tuttavia, è l’insegnamento che egli ne trae e che costituisce ancora oggi una delle principali eredità dell’Umanesimo: le parole dei classici sono state scritte anche per noi, sono vere anche a distanza di secoli.

SE UN RACCONTO È VERO O FALSO A differenza di Dante e di Boccaccio, Petrarca non viene quasi mai considerato come narratore. Eppure, in questa lettera dimostra di essere un grande affabulatore. Quando nella lettera sembra concentrarsi su se stesso e poi si ricorda di tornare a descrivere la passeggiata e ciò che lo circonda, potremmo pensare che si tratti di una distratta divagazione: ed è forse questa l’impressione che Petrarca vuole dare. Ma si tratta solo di un “effetto di realtà”, ossia di una strategia impiegata per dare l’impressione al lettore che non si tratti di una narrazione condotta secondo le regole della retorica.
Di fatto, Petrarca è attentissimo a bilanciare l’equilibrio tra il racconto dell’escursione e la trascrizione dei propri pensieri. La lettera descrive l’ascesa al Monte Ventoso, e da questa linea principale si dipartono tutte le altre riflessioni.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Riassumi in 5-6 punti ciò che succede durante l’ascesa di Petrarca.

2 Rileggi la lettera facendo attenzione ai libri che Petrarca cita o a cui allude: elencali, e ricostruirai la biblioteca ideale di Petrarca. Sono più numerosi i classici latini e greci o i testi cristiani?

CONTESTUALIZZARE

3 «Dagli stessi filosofi pagani». Chi sono i filosofi pagani a cui pensa Petrarca? Quali sono quelli che aveva letto, e quali quelli di cui aveva notizie indirette?

4 «Lo apro per leggere...». È un procedimento simile a quello che in latino si chiama sortes. Cerca sull’enciclopedia o in rete notizie su questa pratica.

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  1. Dionigi ... Sepolcro: si tratta di un monaco agostiniano che Petrarca incontrò ad Avignone all’inizio degli anni Trenta del Trecento e che fece conoscere allo scrittore le Confessioni di Agostino.
  2. Ventoso: il Monte Ventoso (Mont Ventoux).
  3. Malaucena: Malaucène, non lontano da Valchiusa.
  4. il poeta: si tratta di Virgilio.
  5. così ... giovani: è il 1336, Petrarca ha 32 anni.
  6. l’Athos e l’Olimpo: due monti della Grecia. Il monte Athos è fin dalla tarda antichità sede di importanti monasteri. L’Olimpo era considerato la sede degli dei.
  7. nemico ... Roma: Annibale. Petrarca si riferisce subito dopo a un evento narrato da Livio, secondo cui il condottiero cartaginese avrebbe distrutto con il fuoco e l’aceto una rupe che ostacolava il suo cammino.
  8. l’amico: un amico che risiedeva in Italia, forse Giacomo Colonna.
  9. “Ti odierò ... voglia”: è una citazione da Ovidio (43 a.C.-18 d.C.), in particolare dagli Amores (III, II 55).
  10. Lo apro ... sott’occhio: Petrarca fa con le Confessioni di sant’Agostino ciò che si faceva (e si fa) talvolta con la Bibbia: apre a caso il libro e applica a sé, alla sua situazione, il passo che gli cade sotto gli occhi. 
  11. Antonio: si tratta di sant’Antonio abate (251 ca.-356).
  12. «felice ... Acheronte»: citazione dalle Georgiche di Virgilio.