Guarino Veronese

Epistola ad filium Nicolaum

Lettera al suo diletto figlio Niccolò

Ci sono generazioni che cambiano la storia, e ci sono movimenti culturali che producono cambiamenti così grandi, in così poco tempo, che chi ne è investito, chi partecipa alla trasformazione, fatica a ricordare, da adulto, quant’era diverso il mondo della sua giovinezza. A Guarino Veronese succede qualcosa di simile quando suo figlio Niccolò, dopo aver letto qualche suo scritto giovanile, gli fa notare che il latino che usava allora era molto meno corretto ed elegante di quello che usa e che insegna adesso. A Niccolò quel latino suona insolito, ma Guarino gli spiega che era quello normalmente usato fino a pochi decenni prima, quando gli umanisti come lui non avevano ancora resuscitato con i loro studi l’eloquenza classica. Ciò che ai figli sembra normale è invece stato una laboriosa conquista fatta dalla generazione dei padri. Se quella che ieri era la norma oggi sembra una strana eccezione, e la norma di oggi risultava impensabile fino a ieri, è segno che qualcosa di molto potente ha causato un radicale cambio di paradigma. La grande differenza tra il latino del recente passato e quello del presente diventa dunque per Guarino la misura del rinnovamento culturale avvenuto nel frattempo, un rinnovamento grazie al quale l’umanità ha riacquistato il “primitivo vigore” e si è dimostrata capace di “continuare i secoli romani”. Questa convinzione gli ispira una lettera che celebra orgogliosamente quel rinnovamento e i suoi protagonisti, incarnati nella figura del grande dotto bizantino Emanuele Crisolora, maestro di greco e di vita dei primi umanisti.

Guarino Veronese saluta il suo diletto figlio Niccolò. 

Ho ricevuto di recente, con le altre due che porto sul cuore, una tua lettera dove ti stupisci per lo stile di alcune mie lettere sulle quali mi esercitai quando ero ancora quasi un bambino; o meglio, implicitamente lo biasimi. Valuti alcune parole latine prive di qualsiasi proprietà e dici che mostrano un modo insolito di esprimersi e di parlare. Perciò mi congratulo con te del tuo giudizio sul modo di scrivere di tuo padre; ma arrossisco di quei miei scritti richiamati alla luce e che mi sembrano quasi sconosciuti. Tu, nuovo Mercurio, li hai riportati alla luce, oltre le onde di Lete, quasi per una resurrezione platonica1. A questo punto mi viene in mente quel verso di Virgilio: «felici i secoli che ti generarono, tu che sei nato da genitori così illustri»2. Infatti, come noi siamo stati così sfortunati che gli studi umanistici hanno dormito giacendo nelle tenebre fino all’inizio della nostra epoca, e l’antica piacevolezza del parlare latino e il soavissimo fiore dello scrivere erano deperiti e non so quale «ruggine del discorso si era prodotta nelle lingue»3 rendendo aspro il linguaggio; così invece l’età presente è «felice per la sua sorte», e di essa parlerò più a lungo perché tu conosca dal mio insegnamento la differenza tra le epoche.

Non si conosceva «Cicerone, la massima autorità dell’eloquio latino»4, «dalla cui lingua», al tempo dei nostri antenati, «il discorso era fluito più dolce del miele»5; e da esso, come da uno specchio, l’Italia aveva formato l’immagine del proprio linguaggio; e allora il semplice fatto di imitare e ammirare il modo di esprimersi ciceroniano aveva introdotto una impetuosa causa di miglioramento. Ma dopo un lungo intervallo di tempo, quando al suo posto l’Italia si fu imbevuta di Prosperi6, «Eve colombe» e «cartule»7 che irrompevano da ogni parte, germinò un’orrida e incolta barbarie del dire e dello scrivere. A quei tempi si sarebbe invocato come esempio di felice eloquenza se qualcuno avesse detto: «Vobis regratior, quia de concernentibus capitaniatui meo tam honorificabiliter per unam vestram litteram vestra me advisavit sapientudo»8. Pure in quelle tenebre del discorso brillava qualche scintilla scaturita dalla buona natura, che senza alcuna guida tentava di allontanare quell’aria oscura; ma tuttavia, con gli occhi mezzi ciechi, non poteva certo reggere lo splendore degli avi nostri; ed accadeva anche a noi come a coloro che vengono in Italia dalla Germania per imparare il latino, che se si imbattono in popoli incolti e di cattiva pronuncia, assorbono una scorrettezza nel parlare e un’asprezza spinosa di vocaboli che offende l’orecchio invece di accarezzarlo; se invece si trasferiscono tra genti naturalmente faconde e di accento dolce, la dolcezza di una dizione di miele che essi gustano ne rende subito eletto il parlare e dà loro una voce di cigno9.

Frattanto Mercurio, come direbbero i poeti e gli astrologi, o piuttosto, per dire con maggior verità secondo la fede cristiana, Dio creatore e guida di Mercurio, impietosito dalla nostra imperizia, ci mandò Manuele Crisolora, uomo ricchissimo di ogni dottrina, in cui non sai se risplendesse maggiormente la scienza o la virtù; qualunque delle due consideri, la diresti maggiore dell’altra; e certamente né la lode può innalzarlo né il silenzio diminuirlo. Dovunque andava, il suo arrivo era celebrato come un giorno di festa; giungeva gradito agli imperatori, accetto ai pontefici romani, richiesto dai popoli. Lo avresti detto un uomo mandato dal cielo.

Egli giunto a Firenze10, quasi auspicio dell’erudizione che vi rifioriva e lieto dell’ospitalità di quella città munificentissima, vi rimase tra molti onori e con frutti non scarsi; da quella città, che è stata sempre una seconda madre di egregia raffinatezza e di eleganza, cominciò, novello Trittolemo11, a diffondere tra i nostri ingegni le messi delle lettere ed a stimolare i nostri concittadini alla cultura; onde poi, germinando largamente questi semi, maturarono presto mirabili frutti. L’umanità, crescendo sempre più, come un serpente nella nuova stagione, gettava via le vecchie spoglie riacquistando il primitivo vigore, che, perdurando nel nostro tempo, sembra continuare i secoli romani. Accade dunque ciò che Tullio affermava dei suoi concittadini: «Dopo aver ascoltato gli oratori greci, conosciute le loro lettere e compresi i loro dotti, i nostri furono presi da un’incredibile passione per lo studio del dire»12. E porta alle stesse conclusioni anche il famoso detto su Catone il vecchio: «Se nella discussione a voce apparirà più dotto che nei suoi libri, lo si attribuisca alle lettere greche che per certo studiò moltissimo nella vecchiaia»13. La lingua latina oscurata dal lungo disuso e la dizione corrotta esigeva dunque di essere purificata dai farmaci di Crisolora e di essere illuminata dalla luce perduta [...].

A questo punto puoi cantare il verso di Virgilio: «felici i tempi che mi generarono», nei quali studi più raffinati si diffondono non solo tra di noi, ma anche nelle altre nazioni. Tu ti sei seduto, come si usa dire, a una tavola già imbandita; dove, respinte le scorie, hai potuto cibarti della polpa pura e delicata. Dopo aver ripercorso tanti oratori, poeti e scrittori di ogni genere, che ormai sono letti ovunque, hai potuto giovarti di una lingua corretta purissima. Cosa che all’inizio non è certo toccata anche a me. Essere considerati facondi per il nostro modo di parlar latino non costituisce più una lode dei singoli ma del nostro tempo; né è più motivo di elogio il parlar bene, quanto ragione di rimprovero il parlar male; ed ora dobbiamo parlare un buon latino più di quanto prima non fosse vergognoso parlare barbaramente.

Perciò, carissimo figlio, se trovi improprio e rozzo ciò che io scrivevo un tempo, dovrai pensare quanto fosse corrotto e depravato l’uso di quell’età. Considera sorridendo l’infanzia di tuo padre e il suo balbettio, piuttosto che deriderla e condannarla; e non chiedere alle labbra del lattante l’erudizione che è propria dell’età adulta e matura [...]. Stammi bene.

Ferrara, 29 agosto 1452

UN MAESTRO DI GRECO  C’è un piccolo paradosso in questa lettera, che può aiutare a capirne meglio il senso. È una lettera che parla del rinnovato splendore della lingua latina, ma poi celebra un maestro di greco: Emanuele Crisolora. Guarino comincia a spiegare al figlio come mai il latino di mezzo secolo prima era così diverso da quello imparato dalle nuove generazioni, e gli racconta lo splendore dell’epoca classica e la perfezione linguistica raggiunta da Cicerone nel I secolo a.C., che per molto tempo fu imitato da tutti; gli dice poi dell’oscura barbarie seguita a quell’età luminosa e della mancanza di una guida per quei pochi che cercavano di scrivere meglio. A questo punto ci aspetteremmo di scoprire chi è stato la guida di Guarino e della sua generazione, che finalmente è uscita da quelle tenebre. E infatti l’umanista passa a parlare di Emanuele Crisolora, l’uomo che ha cambiato la sua vita, il maestro che egli ha seguito in Oriente e che è stato il suo modello di sapienza e di virtù. Guarino studiò per cinque anni a Costantinopoli col Crisolora, e quando tornò in Italia, nel 1409, era pronto per tenere egli stesso la cattedra di greco a Firenze, come il maestro aveva fatto dieci anni prima.

LINGUA E CULTURA CLASSICA VANNO DI PARI PASSO  Non è immediatamente chiaro, però, cosa c’entri un dotto di Costantinopoli con il rinnovamento del latino. Il punto di svolta è nel paragrafo che paragona Crisolora a Trittolemo, inventore dell’agricoltura: attraverso l’insegnamento della lingua e della cultura greche, e fungendo egli stesso da modello di uomo colto ed eloquente, Crisolora ha risvegliato in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo la passione per la cultura classica e il desiderio di esprimerla in modo corretto, efficace ed elegante. La lingua è lo strumento indispensabile per comprendere e diffondere quella cultura, che era stata sia greca che latina. Anche se l’apprendimento del greco è stato la chiave per riscoprire autori e opere fondamentali, però, gli studiosi italiani continuarono naturalmente a esprimersi in latino. Tuttavia, dato che le loro conoscenze stavano tornando a essere quelle degli antichi, è ovvio che la loro lingua non potesse più essere il latino scorretto e decaduto del Medioevo, bensì quello usato dagli antichi stessi, come Virgilio, Cicerone e Tito Livio. La capacità di usare la loro lingua dimostra che si possiede la loro stessa cultura. La rinascita del latino classico è dunque l’effetto e la prova più immediatamente evidente della rinascita della civiltà classica. Ma quella rinascita era stata resa possibile, fra gli altri, da un professore di greco.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi il contenuto della lettera in non più di 10 righe.



2. Sintetizza in una frase il messaggio della lettera.



3. Che cosa vuol dire Guarino con l’espressione «Implicitamente lo biasimi»? Cosa ci dice questa frase sul rapporto tra padre e figlio?



4. Secondo Guarino, in che cosa consiste la fortuna del figlio? In che cosa è consistita, invece, la sfortuna del padre?



5. Perché Emanuele Crisolora viene considerato un uomo inviato da Dio?



ANALIZZARE


6. «Rendendo aspro il linguaggio»: che cosa intende dire Guarino con questa espressione?



7. Come viene presentata la lingua di Cicerone?



CONTESTUALIZZARE


8. Il Medioevo viene presentato come «lungo intervallo di tempo»: intervallo tra che cosa?



9. Perché il figlio può ora «giovarsi di una lingua corretta purissima»?



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  1. resurrezione platonica: scherzoso riferimento alla teoria della reincarnazione spiegata da Platone nel decimo libro della Repubblica , secondo la quale le anime, guidate da Mercurio, prima di tornare a nascere in un nuovo corpo bevono le acque del Lete per dimenticare la vita precedente.
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  3. «felici... illustri»: la citazione viene da Eneide I, 605-606.
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  5. «ruggine ... lingue»: cita i versi 80-81 della prima Satira di Persio (34-62 d.C.), poeta latino di età imperiale.
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  7. «Cicerone... latino»: la citazione è da Lucano, Farsaglia VII, 62.
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  9. «il discorso ... miele»: l’espressione deriva dal De senectute (“La vecchiaia” ), 31 di Cicerone stesso, che si riferiva a Nestore, un personaggio dell’ Iliade noto per la sua abilità oratoria.
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  11. Prosperi: Guarino allude agli Epigrammata di Prospero di Aquitania (390-463 circa), che mettono in versi brani delle opere di sant’Agostino ed erano uno dei più importanti testi scolastici medievali, usati – come le favole di Esopo – per l’apprendimento di base del latino. Li aveva presi di mira anche Petrarca, che, all’inizio della quindicesima lettera delle Seniles , e proprio in contrapposizione con Cicerone, scrive: «fin dalla fanciullezza, quando tutti gli altri ammirano Prospero o Esopo, io mi sono applicato a studiare i libri di Cicerone».
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  13. «Eve ... Cartule»: si tratta delle parole iniziali di opere che gli umanisti citavano spesso come esempi di decadenza del latino medievale: il Dittochaeon (“Il doppio nutrimento”) di Prudenzio, che comincia con «Eva columba fuit», e l’anonimo De contemptu mundi minor (“Il disprezzo del mondo”) che inizia con «Chartula nostra tibi mittit Raynalde salutem».
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  15. «Vobis ... sapientudo»: Guarino parodizza lo stile preumanistico con una frase piena di improprietà lessicali e grammaticali, che in italiano si può tentare di rendere (un po’ comicamente) così: «Vi porgo gratitudine, perché tanto onorificamente la vostra sapientitudine mi avvisava attraverso una vostra letteratura sul mio mescolante capitaniato».
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  17. colore che ... cigno: Guarino allude all’abitudine degli studiosi di lingua germanica di recarsi in Italia per imparare a pronunciare bene il latino, obiettivo che poteva raggiungere esiti molto diversi a seconda dei diversi dialetti e socioletti italiani che accadeva di assorbire. Anche oggi, lo straniero che impara l’italiano dalla viva voce degli abitanti della città in cui vive acquisce inconsapevolmente molti dei tratti regionali del dialetto parlato in quella città.
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  19. Firenze: inviato in Italia dall’imperatore bizantino per scopi diplomatici, Emanuele Crisolora fu ingaggiato come maestro di greco per lo Studio (l’Università) di Firenze, dove sembra sia arrivato il 2 febbraio 1397.
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  21. Trittolemo: eroe che secondo la mitologia insegnò ai greci l’agricoltura.
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  23. «Dopo aver ... del dire»: è un brano del De oratore (“L’oratore”) di Cicerone, I 14.
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  25. «Se nella ... vecchiaia»: ancora Cicerone, De senectute (“La vecchiaia”), 3.
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