Antonio Gramsci

Quaderni del carcere

Letteratura popolare

Quando inquadra le vicende culturali, Gramsci riesce particolarmente incisivo. Ed è appunto ciò che fa nel brano seguente, tracciando un quadro molto vivace dei rapporti che legano l’identità italiana a un ceto di scrittori patologicamente separato dal popolo, e descrivendo in modo limpido quanto sintetico il contrasto tra i nostri caratteri «nazionali» e «popolari».

Perché i giornali italiani del 1930, se vogliono diffondersi (o mantenersi) devono pubblicare i romanzi d’appendice di un secolo fa (o quelli moderni dello stesso tipo)? E perché non esiste in Italia una letteratura «nazionale» del genere, nonostante che essa debba essere redditizia? È da osservare il fatto che in molte lingue, «nazionale» e «popolare» sono sinonimi o quasi (così in russo, così in tedesco in cui «volkisch» ha un significato ancora più intimo, di razza, così nelle lingue slave in genere; in francese «nazionale» ha un significato in cui il termine «popolare» è già più elaborato politicamente, perché legato al concetto di «sovranità», sovranità nazionale e sovranità popolare hanno uguale valore o l’hanno avuto). In Italia il termine «nazionale» ha un significato molto ristretto ideologicamente e in ogni caso non coincide con «popolare», perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla «nazione» e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è «libresca» e astratta e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro1 o Ippolito Pindemonte2 che a un contadino pugliese o siciliano. Il termine corrente «nazionale» è in Italia legato a questa tradizione intellettuale e libresca […] La letteratura «nazionale» così detta «artistica», non è popolare in Italia. […] Cosa significa il fatto che il popolo italiano legge di preferenza gli scrittori stranieri? Significa che esso subisce l’egemonia intellettuale e morale degli intellettuali stranieri, che esso si sente legato più agli intellettuali stranieri che a quelli «paesani», cioè che non esiste nel paese un blocco nazionale intellettuale e morale, né gerarchico e tanto meno egualitario. Gli intellettuali non escono dal popolo, anche se accidentalmente qualcuno di essi è d’origine popolana, non si sentono legati ad esso (a parte la retorica), non ne conoscono e non ne sentono i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi, ma, nei confronti del popolo, sono qualcosa di staccato, di campato in aria, una casta, cioè, e non un’articolazione, con funzioni organiche, del popolo stesso. La quistione deve essere estesa a tutta la cultura nazionale-popolare e non ristretta alla sola letteratura narrativa: le stesse cose si devono dire del teatro, della letteratura scientifica in generale (scienze della natura, storia ecc.). Perché non sorgono in Italia degli scrittori come il Flammarion3? perché non è nata una letteratura di divulgazione scientifica come in Francia e negli altri paesi? Questi libri stranieri, tradotti, sono letti e ricercati e conoscono spesso grandi successi. Tutto ciò significa che tutta la «classe colta», con la sua attività intellettuale, è staccata dal popolo-nazione, non perché il popolo-nazione non abbia dimostrato e non dimostri di interessarsi a questa attività in tutti i suoi gradi, dai più infimi (romanzacci d’appendice) ai più elevati, tanto vero che ricerca i libri stranieri in proposito, ma perché l’elemento intellettuale indigeno è più straniero degli stranieri di fronte al popolo-nazione […]. I laici hanno fallito al loro compito storico di educatori ed elaboratori della intellettualità e della coscienza morale del popolo-nazione, non hanno saputo dare una soddisfazione alle esigenze intellettuali del popolo […]. Ma se i laici hanno fallito, i cattolici non hanno avuto miglior successo. Non bisogna lasciarsi illudere dalla discreta diffusione che hanno certi libri cattolici: essa è dovuta alla vasta e potente organizzazione della chiesa, non ad una intima forza di espansività […]. L’insufficienza degli intellettuali cattolici e la poca fortuna della loro letteratura sono uno degli indizii più espressivi della intima rottura che esiste tra la religione e il popolo: questo si trova in uno stato miserrimo di indifferentismo e di assenza di una vivace vita spirituale: la religione è rimasta allo stato di superstizione, ma non è stata sostituita da una nuova moralità laica e umanistica per l’impotenza degli intellettuali laici.

CARO E PINDEMONTE SIMBOLI DI UN’EGEMONIA In questo brano c’è tutto Gramsci: violenza polemica, capacità di sintesi e rappresentazione plastica di un problema generale attraverso pochi nomi usati come simboli. Qui si tratta dei nomi di due tipici letterati italiani. Sia Caro sia Pindemonte, l’uno nel Cinquecento e l’altro nel Sette-Ottocento, hanno incarnato il Classicismo della nostra tradizione, che si espresse anche attraverso traduzioni artificiose di opere latine e greche. Sono dunque gli emblemi di un ceto intellettuale lontanissimo dal popolo. Secondo Gramsci, la loro letteratura elitaria continua a prevalere negli scrittori moderni, che per le masse sono “più stranieri degli stranieri”: questi scrittori antiquati, ammalati di retorica, esercitano sulla cultura del popolo italiano un’«egemonia intellettuale e morale» analoga a quella che a livello sociale la classe dei grandi proprietari esercita sul proletariato.

«NAZIONALE» E «POPOLARE», DUE OPPOSTI Questo spiega perché, a differenza di ciò che è accaduto in altri paesi europei, da noi i termini «nazionale» e «popolare» non hanno mai avuto significati simili ma opposti. Sono attributi divenuti centrali nella stagione romantica, quando furono esaltate le identità dei singoli popoli. Allora gli italiani si trovarono in una situazione paradossale: ciò che dava loro un’identità comune – la letteratura scritta in lingua italiana – era proprio ciò che li divideva in classi chiuse come caste o razze, e che rimaneva estraneo al novanta per cento della popolazione. In una terra che per secoli non è stata unita né da un sistema sociale né da uno Stato né da una lingua parlata, ma soltanto dalla lingua della Poesia, «nazionale» è per eccellenza qualcosa di non condivisibile dalle masse: un gergo aristocratico, rimasto mostruosamente uguale a se stesso nel tempo e slegato dalla vita quotidiana.

LA QUESTIONE DELLA LINGUA Il problema ha sempre appassionato i nostri scrittori, sia quelli che, proprio nel Cinquecento, tentarono di fissare un codice scritto nazionale ma non popolare (come Bembo), sia i nostri rari autori a vocazione nazionalpopolare, da Dante a Manzoni. Ma Gramsci osserva che la questione della lingua resta incomprensibile se non la si riporta al contesto sociale, e in particolare se non si comprende il ruolo giocato nell’arretratezza italiana dall’assenza di una rivoluzione protestante e dalla scarsa diffusione dell’Illuminismo. A partire dal tardo Rinascimento, l’Italia ha infatti stagnato per secoli sotto la cultura retriva della Controriforma, che gli italiani hanno accettato passivamente, lasciando che si fondesse a un più profondo e pagano strato di superstizione. Ma se i cattolici non hanno saputo educare le masse, con le loro organizzazioni capillari sono rimasti comunque più vicini alla gente comune dei pochi laici che guidarono il Risorgimento senza riuscire a coinvolgerla.

L’«ANDATA AL POPOLO» Gramsci propone di colmare questa distanza tra letteratura e vita nazionale con una massiccia «andata al popolo», cioè con una diffusa elaborazione di modelli letterari adeguati alla mentalità delle classi subalterne. È l’operazione tentata di lì a poco dal Neorealismo narrativo, che nel dopoguerra trova proprio nei Quaderni del carcere la sua legittimazione teorica.
Tra gli anni Trenta e i Cinquanta molta letteratura italiana (Vittorini, Jovine, Silone, Scotellaro, Carlo Levi) descrive l’«andata al popolo» dell’intellettuale. Ma proprio perché gli autori e i loro alter ego romanzeschi non sono «popolo», l’avvicinamento finisce spesso per sottolineare la distanza e per produrre uno stile forzato, falso. Più in generale, l’insistenza sul nazionalpopolare assume presto caratteri velleitari.
Con il boom economico postbellico, infatti, parole come “nazione” e “popolo” perdono il loro senso storico. I dibattiti tradizionali su lingua scritta e parlata vengono spazzati via dal nazionalpopolare della tv, che trasporta di colpo l’Italia da una condizione premoderna a una condizione postmoderna, negandole una reale modernità. Così i problemi secolari del paese s’incancreniscono, o vengono “risolti” in maniera parodica e beffarda: per esempio, la speranza gramsciana di acculturazione per tutti diventa accesso generalizzato ai quiz di Mike Bongiorno.

UN MODELLO DI ARGOMENTAZIONE Per trattare temi tanto complessi come quelli toccati nel brano che abbiamo letto, Gramsci adopera uno stile incalzante, assertivo, di grande forza argomentativa. Descrive una realtà, una storia che conosce molto bene, ma insieme stende un programma di lavoro per il futuro. Di qui la frequenza delle frasi che esprimono un impegno, un dovere («La quistione deve essere estesa a tutta la cultura»), la perentorietà di certi giudizi storiografici («Ma se i laici hanno fallito, i cattolici non hanno avuto miglior successo»); e dato che è un programma intorno al quale Gramsci vuole riunire degli alleati, dato che vuole “convincere”, ecco anche le domande retoriche che costellano il testo («perché non esiste in Italia una letteratura “nazionale” del genere?») e hanno il ruolo di sollevare obiezioni che lo scrittore è subito pronto a dimostrare infondate. La prosa dei Quaderni del carcere di Gramsci è, fra le tante altre cose, un ottimo modello per chi voglia imparare ad argomentare e a persuadere i propri interlocutori. 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Definisci in breve alcuni termini usati da Gramsci: nazionale, popolare, organico, egemonia, letteratura nazional-popolare.

ANALIZZARE

2 Nella sua argomentazione Gramsci si pone spesso domande per introdurre questioni che poi vengono sviscerate nelle frasi successive. Sottolineale nel testo.

3 Quella di Gramsci è una lingua molto energica. Individua e analizza alcuni procedimenti che danno al suo stile forza e chiarezza (ad esempio, Gramsci non deroga quasi mai dalla sequenza soggetto - verbo - oggetto/complementi; non usa i gerundi; alterna frasi brevi e frasi lunghe, ma con preferenza per quelle brevi; non esagera nella subordinazione; usa pochi pronomi personali; usa pochi connettivi iniziali; usa poche ma efficaci similitudini).

INTERPRETARE

4 Da che cosa dipendono, secondo Gramsci, la mancata modernizzazione della cultura italiana e la sua distanza dal popolo? Si è realizzata, dopo Gramsci, tale modernizzazione? A tuo avviso, quale ruolo ha avuto, in questo processo, la televisione?

Stampa
  1. Annibal Caro: erudito e poeta cinquecentesco (1507-1566), noto soprattutto per aver composto una fortunatissima traduzione in endecasillabi sciolti dell’Eneide di Virgilio.
  2. Ippolito Pindemonte: scrittore (1753-1828) noto soprattutto per la sua traduzione dell’Odissea di Omero (che senza dubbio Gramsci conosceva per averla letta a scuola).
  3. Flammarion: Camille Flammarion (1842-1925) fu un astronomo, un divulgatore scientifico e anche uno dei primi romanzieri di fantascienza.