Rocco Scotellaro

È fatto giorno

Lezioni di economia

A stretto contatto con i suoi contadini negli anni della guerra e della ricostruzione, dopo le dimissioni dalla carica di sindaco Scotellaro decide di studiare la riforma agraria e scrivere un libro sui contadini del Sud. Per farlo deve lasciare la Basilicata e seguire i suoi maestri intellettuali, due figure importanti dell’antifascismo italiano: lo scrittore Carlo Levi e l’economista Manlio Rossi-Doria (1905-1988), entrambi reduci dal confino fascista nella Basilicata profonda. Nel 1950 Scotellaro lascia Tricarico per lavorare a Roma, presso gli uffici della casa editrice Einaudi, e poi a Portici, vicino a Napoli, presso l’Osservatorio di economia agraria. Quanto più Scotellaro si confronta con il mondo esterno per cercare di migliorare le condizioni della propria gente, tanto più sente il rischio di perdere contatto con la terra natale: il paesaggio, la famiglia, il nucleo primitivo e magico della civiltà rurale. Il passaggio dal piccolo mondo contadino al grande mondo moderno rappresenta per lui un momento di evoluzione personale, ma anche una ferita profonda legata al trauma dell’emigrazione e del distacco. È questo il tema di molte delle ultime poesie di Scotellaro, tra cui ad esempio Lezioni di economia.  

    Ti ho chiesto un giorno chi mise
    le sentinelle di abeti
    visti alle Dolomiti.



    Ti ho chiesto tante altre cose
5   del cisto, del mirto,
    dell’inula viscosa1,
    nomi senza economia.
    Mi hai risposto, tra l’altro,
    Che un padre che ama i figli
10   può solo vederli andar via.



    (Portici, 18 dicembre 1952)





Metro: versi liberi, tramati di consonanze (-ise, -ose, -osa ai vv. 1, 4, 6; -eti, -iti ai vv. 2, 3); una sola rima tra il v. 7 e il verso finale.  

UN DIALOGO CON MANLIO ROSSI-DORIA   La poesia Lezioni di economia risale al 1952; siamo dunque negli anni di Portici e dell’Osservatorio agrario: Scotellaro ha smesso di fare politica e ora fa l’intellettuale, il sociologo. Verosimilmente, il “tu” a cui il soggetto lirico si rivolge è Manlio Rossi-Doria, meridionalista e professore di economia e politica agraria, quasi un secondo padre per Scotellaro (contrapposto al padre vero, umile ciabattino depositario di quel pensiero magico e irrazionale che è caratteristico del mondo contadino). A Rossi-Doria il poeta si rivolge da allievo, chiedendo degli abeti visti sulle montagne alpine (Scotellaro aveva frequentato a Trento gli ultimi due anni di liceo, forse il ricordo delle Dolomiti risale a quel periodo) e, attraverso un’anafora (v. 4), di altre piante comuni: il cisto, il mirto, l’inula, arbusti privi di valore commerciale ma interessanti agli occhi del contadino e dell’agronomo.

«IL MONDO TONDO E TERRIBILE»   Le parole dell’io portano il segno della sua origine rurale: l’uso del passato remoto (mise, v. 1) e la costruzione visti alle Dolomiti (v. 3) obbediscono al dialetto più che alla lingua; la stessa metafora sentinelle di abeti (v. 2) ha un sapore popolaresco. Chi risponde parla in buon italiano e obietta che non si può vivere per sempre nel mondo dell’infanzia. «In un mondo in cui la sorte dell’ultimo contadino di Basilicata dipende da quel che avviene a New York e a Mosca, non si può restare legati al paesello, ma bisogna capire il mondo tondo e terribile. Bisogna, quindi, partire»: sono parole che Rossi-Doria scrive a Scotellaro in una lettera del gennaio del 1953. «La simpatia con la vita richiede un suo cerimoniale», replica Scotellaro, «l’amicizia, l’amore, la politica, lo stare in sé e negli altri». L’esperienza di Portici è per lui al tempo stesso «liberazione ed esilio»; la sola rima perfetta presente nel testo è quella che stringe ai vv. 7 e 10 le parole economia e via, come a dire che esiste un nesso inscindibile tra la scelta di una cultura moderna e scientifica e l’allontanamento dalle radici.

LA CONTRADDIZIONE TRA RIVOLUZIONE E MITO   Mentre molti poeti ex ermetici, fra cui lo stesso Quasimodo, insistono a proporre un’immagine favolistica del Sud, provando a conciliare denuncia sociale e ricorso al mito, Scotellaro mette al centro dei suoi versi la contraddizione tra rivoluzione e mito. Da un lato la necessità di crescere e cambiare, dall’altra la fedeltà a un mondo immobile, magico e primitivo; da un lato la speranza di un progresso sociale, dall’altro la paura che il progresso, realizzandosi, distrugga l’idillio del mondo rurale. Come Scotellaro scrive in Passaggio alla città: «Ho perduto la schiavitù contadina / non mi farò mai più un bicchiere contento / ho perduto la mia libertà».

Esercizio:

COMPRENDERE


1. A chi si rivolge il poeta?



2. Che cosa vogliono dire gli ultimi due versi? Di quali figli parla?



3. Come si spiega il titolo della poesia?



ANALIZZARE


4. Qual è il significato della metafora «sentinelle di abeti» (v. 2)?



5. Individua l’anafora. Qual è il suo effetto?



CONTESTUALIZZARE


6. Il testo indica il luogo in cui la poesia è stata scritta, Portici, ma la vegetazione ci porta altrove, dove? Come si spiega questa contraddizione?



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  1. cisto … viscosa: sono tutti arbusti tipici delle aree costiere del Mediterraneo: piante familiari al poeta, a differenza degli abeti visti sulle Dolomiti.
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