Denis Diderot

Il Nipote di Rameau

L’impero dell’ipocrisia

Il Nipote di Rameau è uno dei dialoghi più famosi di Diderot. Pubblicato postumo, esso fu molto apprezzato da scrittori e filosofi tedeschi come Goethe, Hegel, Marx e Nietzsche. Il racconto ha una forma quasi teatrale. Due personaggi si confrontano: “Io” – il filosofo – e “Lui”, un individuo istrionico e inafferrabile, nipote del famoso musicista Rameau. Entrambi sono figure socialmente atipiche: il filosofo perché si muove nel mondo senza prendere parte alle cose, adottando la postura dell’osservatore; il nipote perché assume ruoli tra loro incompatibili, si mescola a tutti gli ambienti, imita tutte le professioni e tutte le abitudini sociali e, variando continuamente, non si lega a nessuna. Mentre il filosofo si astiene dall’azione, tutte le azioni del nipote sono imitazioni parodiche, caricature beffarde. Entrambi sono liberi dalle convenzioni sociali; nessuno dei due è veramente saggio o eroico.

Il racconto si apre con una cornice: il filosofo passeggia oziosamente, divertendosi a giocare con i propri pensieri, poi si ferma in un caffè ad osservare alcuni giocatori di scacchi. Qui incontra il nipote, nemmeno lui impegnato negli scacchi, e comincia la conversazione. Di seguito riportiamo l’avvio e una parte del dialogo.


Se il tempo è troppo freddo o troppo piovoso, mi rifugio al caffè della Reggenza: là dentro mi diverto a veder giocare agli scacchi (…). Un pomeriggio mi trovavo lì, tutto intento a guardare, parlando poco e ascoltando il meno possibile, quando mi si avvicinò uno dei personaggi più bizzarri di questo paese al quale Iddio non ne ha fatti mancare. È un insieme di nobiltà d'animo e di bassezza, di buon senso e di follia: le nozioni di ciò che è onesto e di ciò che è disonesto devono essere assai stranamente mescolate nella sua testa, perché egli mostra senza ostentazione quel tanto di buone qualità che la natura gli ha dato, e le cattive senza pudore. Inoltre, è dotato di una costituzione robusta, di un calore di immaginazione singolare, e di una forza di polmoni poco comune. Se vi capiterà di incontrarlo, vi metterete le dita nelle orecchie, o fuggirete, a meno che la sua originalità non vi trattenga. Dio, che terribili polmoni!



Nulla è più dissimile da lui che lui stesso. Talvolta è magro e scavato come un malato all'ultimo stato di consunzione: gli si potrebbero contare i denti attraverso le guance, si direbbe che abbia passato molti giorni senza mangiare, o che esca dalla Trappa1. Il mese dopo, è grasso e ben pasciuto come se non si fosse mai alzato dalla tavola di un finanziere, o fosse stato rinchiuso in un convento di Bernardini2. Oggi con la camicia sporca, i pantaloni strappati, tutto lacero, semiscalzo, se ne va a testa bassa, sfugge, e si sarebbe tentati di chiamarlo per dargli l'elemosina. Domani, incipriato, ben calzato, elegante, cammina a testa alta, si fa notare, e lo scambiereste quasi per un galantuomo.



Vive alla giornata, triste o lieto secondo le circostanze. Il suo primo pensiero, quando si alza al mattino, è di sapere dove andrà a pranzare; dopo pranzo si domanda dove farà la cena. Anche la notte ha il suo problema: egli allora raggiunge a piedi una piccola soffitta dove abita, a meno che la padrona, stanca di aspettare il fitto, non si sia fatta restituire la chiave; oppure si caccia in una taverna dei sobborghi e lì aspetta il giorno davanti a un pezzo di pane e a un boccale di birra. Quando non ha nemmeno sei soldi in tasca, il che talvolta gli accade, ricorre a qualche vetturino suo amico, o al cocchiere di un gran signore, che gli dà un letto sulla paglia, accanto ai cavalli: al mattino ha ancora parte del suo materasso nei capelli […].



Comincia il dialogo tra il filosofo e il nipote di Rameau. Quest’ultimo racconta del modo in cui si fatto apprezzare come insegnante privato di pianoforte e di composizione nelle migliori case parigine, pur non conoscendo bene la musica. Per riuscirci, egli ha fatto ricorso a ogni sorta di stratagemma, dandosi arie e fingendosi sempre occupato.



IO   E perché ricorrete a tutte queste piccole vili astuzie?



LUI     Vili? E perché, se non vi dispiace? Nella mia condizione sono normali. Non mi avvilisco affatto, facendo come tutti. Non le ho inventate certo io. E sarei bizzarro e maldestro se non mi adeguassi. A dire il vero, so benissimo che se applicherete a tutto questo certi principî generali di non so quale morale di cui tutti si riempiono la bocca e che nessuno mette in pratica, ciò che è bianco risulterà nero, e ciò che è nero risulterà bianco. Ma, signor filosofo, esiste una coscienza generale come esiste una grammatica generale; e poi ci sono in ogni lingua le eccezioni, che se non sbaglio voi dotti chiamate… aiutatemi…



IO   Idiotismi3.



LUI   Esatto. Ebbene, ogni condizione comporta particolari eccezioni alla coscienza generale; le definirei volentieri idiotismi del mestiere […]. E il sovrano, il ministro, il finanziere, il magistrato, il militare, il letterato, l’avvocato, il procuratore, il commerciante, il banchiere, l’artigiano, il maestro di canto, il maestro di danza, sono tutte onestissime persone, nonostante che la loro condotta si allontani in molti punti dalla coscienza generale e sia piena di idiotismi morali. Più antica è l’istituzione di un mestiere, maggiore è il numero degli idiotismi; più i tempi sono infelici, più gli idiotismi si moltiplicano. Il mestiere vale quanto l’uomo che lo esercita, e viceversa l’uomo vale quanto il proprio mestiere. E dunque si fa valere il mestiere meglio che si può.



IO   Quello che capisco chiaramente in tutto questo groviglio è che sono ben pochi i mestieri esercitati onestamente, oppure sono poche le persone oneste nel proprio mestiere.



LUI   Non ce ne sono affatto! Ma in compenso ci sono pochi bricconi fuori della loro bottega; e tutto andrebbe assai bene se non ci fosse un certo numero di persone ligie al proprio dovere, precise, o, che è la stessa cosa, che passano la vita nella propria bottega, dedite al mestiere dalla mattina alla sera, e a nient’altro che a questo. Per questo soltanto a costoro è dato di arricchire nella stima generale.



IO   A forza di idiotismi.



LUI     Proprio così. Vedo che mi avete capito. Ora, un idiotismo comune a quasi tutte le condizioni, poiché ve ne sono di comuni a tutti i paesi e a tutti i tempi, esattamente come vi sono stupidità comuni, un idiotismo comune è di procurarsi il maggior numero possibile di clienti e di credere che il più bravo sia colui che ne ha di più. Ecco due eccezioni alla regola generale, che dobbiamo accettare. È una specie di credito. In sé non è niente, ma ha valore per l’opinione della gente. È stato detto che una buona reputazione vale più di una cintura dorata. Tuttavia chi ha una buona reputazione non necessariamente ha anche una cintura dorata, mentre vedo che oggi a chi ha una cintura dorata non manca mai una buona reputazione. Ed è questa la mia intenzione quando mi faccio valere con quelle che voi definite piccole vili astuzie. Io do la mia lezione, e la do bene; ecco la regola generale. Poi faccio credere di dare più lezioni delle ore che ci sono in una giornata: ecco l’idiotismo. 

DUE PROSPETTIVE DIVERSE  I due personaggi del racconto sono d’accordo nel giudicare il mondo una “pantomima universale”. Ma mentre il filosofo decide di vivere ritirato e rifiuta di piegarsi al cerimoniale di una mondanità fatua e autocelebrativa, Rameau eccelle nell’arte del contorsionismo fisico e morale. Nel descrivere il personaggio di Rameau, Diderot stabilisce una costante analogia tra flessuosità del corpo – plastico fino a rendersi duttile, multiforme e di fatto informe – e malleabilità dello spirito – allenato alla dissimulazione, all’imitazione, al tradimento. Rameau è un individuo metamorfico: non si identifica in nessuna delle qualità che esprime, non si rivela in nessuna delle sue azioni, non può essere caratterizzato da nessuno dei tratti del suo volto: «nessuno è più dissimile da lui che lui stesso». Non ha personalità perché in lui i contrari coincidono, dando luogo al caos. La multiformità delle sue espressioni rivela la completa indeterminatezza del suo essere interiore. Egli sa fare e rappresentare tutto ma non aderisce a niente, non è nessuno.

UN TALENTO IMITATIVO  Ciò che più affascina e inquieta nel personaggio di Rameau è la sua capacità di imitare alla perfezione il linguaggio e gli atteggiamenti di ogni classe sociale, pur rimanendo assolutamente marginale. In un saggio intitolato Il paradosso dell’attore, Diderot aveva sostenuto che il talento dell’attore non consiste nel provare i sentimenti del personaggio rappresentato, ma proprio nel rappresentarli senza sentirli intimamente: solo così egli può trasmetterli al pubblico. Lo stesso fa Rameau, che si rende credibile come precettore, come musicista o come uomo di mondo proprio perché non si identifica pienamente con nessuno di questi ruoli. Egli passa facilmente da una posizione all’altra, destreggiandosi così nella giostra variopinta del mondo. Mentre generalmente ciascuno si abitua a una posizione (del corpo e del carattere) finché non vi si irrigidisce deformandosi, Rameau passa agilmente dall’una all’altra.

LA VERITÀ E LE SUE MASCHERE  Nel passo qui riportato, Rameau denuncia con giubilo la coincidenza tra forma e sostanza nella società. Ogni professione si riduce alla sua apparenza. Per essere un bravo medico, avvocato o magistrato, basta imparare gli “idiotismi” del mestiere, ossia le posture particolari che si confanno a quel ruolo. Ciascuno di questi “idiotismi” è un’eccezione giustificata alla lingua che dovrebbe essere comune a tutti gli uomini, quella della morale. Si ha quindi una società molto funzionale ma nient’affatto onesta, tenuta insieme da un idiotismo comune a tutti i mestieri: bisogna procurarsi il maggior numero di clienti e ottenere la reputazione di competenza (che vale ben più che una competenza senza reputazione). Non bisogna confondere la foga estrosa con cui Rameau porta allo scoperto queste dinamiche con un desiderio di critica. Il personaggio illustra come va il mondo, senza lamentarsene né aspirare a trasformarlo. Egli cerca, al contrario, di approfittare dei meccanismi che descrive e si guadagna da vivere imitando gli idiotismi del mestiere di maestro di musica.

Più avanti nel dialogo il filosofo riflette sul suo interlocutore: «Ecco, in verità, la differenza più importante tra quest’uomo e la maggior parte di quelli che ci circondano. Egli ammetteva i vizi che aveva e che gli altri hanno; ma non era ipocrita. Non era né più né meno abominevole che gli altri; era soltanto più franco e più conseguente, e talvolta anche più profondo nella sua depravazione». Quel che distingue Rameau da altri saltimbanchi e parassiti è la sua lucidità. Come ha scritto una volta Hegel, «Un calzino rammendato è meglio di uno bucato. Non è la stessa cosa per l’autocoscienza». Il nipote di Rameau esibisce al filosofo gli strappi e le lacerazioni della propria percezione di sé (sa di essere miserabile e farabutto, ma al contempo aspira a qualcosa di sublime, fosse anche il “sublime della malvagità”). Il filosofo gli rivolge con qualche titubanza una domanda: Perché mai vuoi mostrare la propria abiezione, mettere in scena i tuoi vizi, teatralizzare le tue contraddizioni? La risposta di Rameau potrebbe essere una frase simile a quella di Hegel: meglio riconoscere i buchi del proprio calzino piuttosto che rammendarli in segreto; meglio ridere di quello che il mondo chiama la “dignità” piuttosto che cercare di cucirsene una posticcia addosso, come fanno i moltissimi ipocriti di cui Rameau si fa beffe.

In un mondo senza verità, la maschera diventa verità; la capacità di dissimulazione diventa autonomia; la mancanza di qualità diventa una qualità passe partout. Nel congedarsi dal filosofo alla fine del dialogo, Rameau esclama: «Addio signor filosofo. Sono sempre lo stesso, non è vero?». E il filosofo che lo ha visto prendere tutte le forme immaginabili senza fissarsi a nessuna risponde: «Ahimè sì, putroppo».

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Che cosa sono gli “idiotismi” di cui parlano il Filosofo e il Nipote di Rameau?



CONTESTUALIZZARE


2. Il caffè, i giornali, i pamphlet, i salotti sono i luoghi in cui prende piede la “civile conversazione”, in cui si forma cioè quella che diventerà l’ “opinione pubblica” moderna. Che ruolo ha, in questa conquista, il pensiero illuminista?



INTERPRETARE


3. Il nipote di Rameau è un individuo proteiforme. Illustrane le caratteristiche principali.



4. Due caratteri vengono messi a confronto nel brano: il filosofo, che vive alla luce di norme immutabili, e il nipote di Rameau, che si inventa una regola nuova ogni giorno. Illustra questa dialettica. Da che parte sta, a tuo avviso, l’autore? Quale delle due visioni del mondo sembra condividere?



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  1. Trappa: convento di monaci cistercensi, che vivono isolati dal mondo e seguono una disciplina particolarmente rigida.
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  3. Bernardini: frati che s’ispirano al modello di vita di San Bernardo di Chiaravalle (e che Diderot, maliziosamente, prende come esempio di lusso e abbondanza).
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  5. Idiotismi: espressioni, costrutti, modi di dire tipici di una determinata lingua, e non conformi alle regole grammaticali correnti.
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