Giuseppe Parini

Dialogo sopra la nobiltà

L’impostura dell’aristocrazia

La più famosa prosa satirica di Parini è certamente il Dialogo sopra la nobiltà, scritto e più volte rimaneggiato tra il 1757 e il 1759. Parini usa una finzione letteraria tra le più fortunate nella letteratura di ogni tempo, e cioè fa dialogare le anime di due morti (Far parlare i morti per farsi sentire dai vivi). Nel dialogo di Parini si affrontano un nobile e un poeta, finiti per caso nella stessa tomba. Il nobile si lamenta perché non vorrebbe che il poeta, un plebeo, gli stesse così vicino. Il poeta replica ricordando al nobile l’uguaglianza naturale di tutti gli uomini in quanto esseri viventi che nascono, vivono, muoiono e – una volta morti – si decompongono: tutti allo stesso modo. Il nobile tira in ballo allora l’antica origine della sua famiglia, e le importanti imprese belliche dei suoi antenati.

NOBILE  Tu dèi1 sapere che que’ primi de’ nostri avoli2 prestarono de’ grandi servigi a gli antichi nostri principi, aiutandoli nelle guerre ch’eglino3 intrapresero; e perciò furono da quelli beneficati insignemente4 e renduti ricchi sfondolati.5 Dopo questi, altri divenuti fieri per la loro potenza, riuscirono celebri fuorusciti,6 e segnalarono la loro vita faccendo stare al segno7 il loro Principe e la loro patria; altri si diedero per assoldati8 a condurre delle armate in servigio ora di questo or di quell’altro signore, e fecero un memorabile macello di gente d’ogni paese. Tu ben vedi che in simili circostanze, sia per timore d’essere perseguitati, sia che per le varie vicende s’erano scemate9 le loro facoltà, si ritirarono a vivere ne’ loro feudi; ricoverati10 in certe loro ròcche sì ben fortificate, che gli orsi non vi si sarebbono11 potuti arrampicare; dove non ti potrei ben dire quanto fosse grande la loro potenza. Bastiti12 il dire che nelle colline ov’essi rifugiavano,13 non risonava mai altro che un continovo14 eco delle loro archibusate,15 e ch’egli erano dispotici padroni della vita e delle mogli de’ loro vassalli. Ora intendi quanto grandi e quanto rispettabili uomaccioni fosser costoro, de’ quali tenghiamo tuttavia16 i ritratti appesi nelle nostre sale.

POETA  Or via, voi avete detto abbastanza dello splendore e del merito de’ vostri avi. Non andate, vi priego, più oltre, perché noi entreremmo forse in qualche ginepraio.17 Per altro voi fate il bell’onore18 alla vostra prosapia,19 attribuendo a’ vostri ascendenti20 il merito che finora avete attribuito loro. Voi fate tutto il possibile per rivelare la loro vergogna e per isvergognare21 anche voi stesso, se fosse vero, come voi dite, che a voi dovesse discendere il merito de’ vostri maggiori22 e che questi fossero stati i meriti loro […].

NOBILE  Sì, ma tu mi dèi concedere, nondimeno, che io merito onore da te in grazia della celebrità23 de’ miei avi.

POETA  Or bene, io farovvi adunque24 quell’onore che fassi25 agli usurpatori, agli sgherri,26 a’ masnadieri,27 a’ violatori,28 a’ sicarii, dappoiché cotesti vostri maggiori di cui m’avete parlato furono per lo appunto tali, se io ho a stare a detta di voi;29 sebbene io mi creda che voi ne abbiate avuti de’ savii,30 de’ giusti, degli umani, de’ forti e de’ magnanimi,31 de’ quali non sono registrate le gesta nelle vostre genealogie32 perché appunto tali si furono33 e perché le sociali virtù non amano di andare in volta a processione.34 Non vi sembra egli35 giusto che, se voi avete ereditato i loro meriti, così ancora36 dobbiate ereditare i loro demeriti, a quella guisa37 appunto che chi adisce38 un’eredità assume con essa il carico de’ debiti che sono annessi a quella? e che per ciò, se quelli furono onorati, siate onorato ancora voi, e, se quelli furono infami, siate infamato voi pure?

NOBILE  No certo, ché cotesto non mi parrebbe né convenevole né giusto.

POETA  E perché ciò?

NOBILE  Perché io non sono per verun39 modo tenuto a rispondere delle azioni altrui.

POETA  Per qual ragione?

NOBILE  Perché, non avendole io commesse, non ne debbo perciò portare la pena.

POETA  Volpone! voi vorreste adunque40 godervi l’eredità, lasciando altrui i pesi, che le appartengono, eh! Voi vorreste adunque lasciare a’ vostri avoli la viltà del loro primo essere,41 la malvagità delle azioni di molti di loro e la vergogna che ne dee42 nascere, serbando43 per voi lo splendore della loro fortuna, il merito delle loro virtù, e l’onore ch’eglino si sono acquistati con esse […].

Il nobile si vanta dei suoi antenati, ma il poeta gli fa osservare che queste vanterie sono fuori luogo: lui stesso sa che molti di essi sono stati uomini selvatici, violenti, rozzi, dispotici. «D’accordo», replica il nobile, «però erano uomini famosi». «Ebbene», ribatte il poeta, «questi uomini famosi saranno da onorare come si onorano i delinquenti, e il nobile che discende da loro riceverà anche lui la sua dose di biasimo e di cattiva fama» (dato che pretende di essere lodato, lui, per i meriti dei suoi antenati virtuosi: «Non vi sembra egli giusto che, se voi avete ereditato i loro meriti, così ancora dobbiate ereditare i loro demeriti?»).
Dopo un po’, il nobile comincia a convincersi delle argomentazioni del poeta. E, nella chiusa del dialogo, spiega a se stesso e al suo interlocutore da dove siano nate le idee false che riempiono la testa a lui e agli altri aristocratici.

NOBILE  Che volevi tu ch’io facessi, se tutto cospirava a far che s’abbarbicasse ognora più in me44 questa mia sciocca e ridicola prosunzione?45 Fa’ tuo conto46 che, al mio primo uscir delle fasce, io non mi sentii sonare47 mai altro all’orecchio, se non che io era troppo differente dagli altri uomini, che io era cavaliere, che il cavaliere dee parlare, stare, moversi, chinarsi, non già secondo che l’affetto48 o la natura gl’ispira, ma come richiede l’etichetta49 e lo splendore della sua nascita. Così mi parlavano i genitori, egualmente vani che me50: così i pedanti, che amavano di regnare in casa mia o di trattenermi ad onorar, com’egli dicevano, i loro collegi.51 Ma, prima che siemi52 impedito di parlar più teco,53 cavami,54 ti priego, anche di quest’altro dubbio. Egli mi pare che questa nobiltà, ch’io ho pur trovato essere un bel nulla, abbia contribuito sopra la terra a rendermi più contento della mia vita: saresti tu di parere ch’ella pur giovi alcuna cosa55 a render più felici gli uomini colassù?

POETA  Io non vi negherò già questo, quando la nobiltà sia colle ricchezze congiunta o colla virtù o col talento56 [...]. Che se la nobiltà è congiunta colla virtù, avviene di questa come delle antiche medaglie, che, quantunque la loro patina non renda intrinsecamente più prezioso il metallo onde sono composte né migliore il disegno onde sono improntate,57 nondimeno, per una opinione di chi se ne diletta,58 riescono più care e pregiate [...]. Se io avessi a risuscitare, io per me, prima d’ogni altra cosa, desidererei d’esser uomo dabbene, in secondo luogo d’esser uomo sano, dipoi59 d’esser uomo d’ingegno, quindi d’esser uomo ricco, e finalmente, quando non mi restasse più nulla a desiderare, e mi fosse pur forza di60 desiderare alcuna cosa, potrebbe darsi che per istanchezza61 io mi gettassi62 a desiderar d’esser uomo nobile, in quel senso che questa voce è accettata presso la moltitudine.63

NOBILTÀ E VIRTÙ   Il nobile è stato educato così: a stimarsi superiore agli altri, e a comportarsi secondo un’etichetta, secondo modi “artificiali” che dovevano legittimare questa superiorità: «Fa’ tuo conto che, al mio primo uscir delle fasce, io non mi sentii sonare mai altro all’orecchio, se non che io era troppo differente dagli altri uomini, che io era cavaliere, che il cavaliere dee parlare, stare, moversi, chinarsi, non già secondo che l’affetto o la natura gl’ispira, ma come richiede l’etichetta e lo splendore della sua nascita». L’educazione dell’aristocratico è insomma un’educazione che va, letteralmente, contro natura, perché piega a pseudo-ragioni di convenienza sociale gli spontanei moti e affetti dell’animo dei giovani.
Il Settecento è il secolo in cui si comincia a riflettere criticamente sull’importanza (ma anche sui rischi) dell’educazione; e Parini fu, per molta parte della sua vita, un insegnante: sapeva bene quanto fatua e leggera potesse essere l’educazione degli aristocratici. A questo cattivo modello pedagogico, il poeta (che incarna il punto di vista di Parini) oppone in conclusione un messaggio chiaro: la nobiltà diventa un valore soltanto quando è accompagnata dalla virtù, e da comportamenti degni di un aristocratico; altrimenti, è l’ultima cosa che un uomo sensato possa desiderare.

UNA PROSA ARTICOLATA   Sotto il profilo dello stile, la prosa di Parini è articolata, complessa, incline piuttosto all’ipotassi che alla paratassi. In questo ben ordito tessuto argomentativo saltano all’occhio due particolarità. La prima è l’uso simmetrico dell’accumulazione, dell’elenco nelle battute dei due personaggi: l’aristocratico elenca i suoi antenati (altri fecero questo, altri fecero quello), e il poeta li chiama, di rimando, col nome che meritano: usurpatori, sgherri, masnadieri, violatori, sicari. La seconda è l’impiego, nelle battute dell’aristocratico, di termini che stonano un po’ col tono sostenuto che egli impiega nel suo discorso, e che hanno l’effetto di riportare alla dura, violenta realtà un quadro altrimenti troppo idealizzato: ecco gli antenati «ricchi sfondolati», ecco il «memorabile macello di gente d’ogni paese» che è all’origine delle fortune degli antenati, ecco gli uomaccioni che si sono fatti strada a forza di archibusate. Il nobile può mascherare le cose come vuole: la verità viene a galla attraverso questi momentanei lapsus.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Nel finale, il nobile chiede al poeta di spiegargli se comunque può esserci qualcosa di buono nell’essere nobili: riassumi la risposta del poeta.



ANALIZZARE


2. Il Dialogo dice cose serie, ma su un tono leggero. Indica, nel brano, le parti più serie e quelle più comiche.



CONTESTUALIZZARE E INTERPRETARE


3. Perché Parini mette un poeta accanto al nobiluomo, e non un semplice plebeo?



4. Più che attaccare la nobiltà in quanto tale, Parini vuole demistificarla, criticare la sua incapacità di stare al passo con i tempi: Parini è un riformatore, non un rivoluzionario. Giustifica questa affermazione con precisi riferimenti al brano che hai letto.



5. Anche Dante, nel Convivio, s’interroga sulla nobiltà di sangue e sulle sue buone o cattive ragioni. Le sue idee sono uguali o diverse da quelle di Parini?



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  1. dèi: devi.
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  3. que’ … avoli: i nostri primi antenati.
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  5. eglino: essi.
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  7. insignemente: grandemente.
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  9. insignemente: grandemente.
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  11. riuscirono celebri fuorusciti: furono banditi (nel senso di “messi al bando”) famosi.
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  13. al segno: al loro posto.
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  15. per assoldati: come soldati mercenari, capitani di ventura al “soldo” di un signore.
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  17. scemate: venute meno, diminuite.
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  19. scemate: venute meno, diminuite.
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  21. sarebbono: sarebbero.
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  23. Bastiti: ti basti.
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  25. rifugiavano: trovavano rifugio.
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  27. rifugiavano: trovavano rifugio.
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  29. archibusate: colpi di archibugio, di fucile.
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  31. tenghiamo tuttavia: teniamo ancor oggi.
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  33. entreremmo ... ginepraio: cominceremmo una discussione lunga e spinosa.
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  35. il bell’onore: un bell’onore.
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  37. prosapia: stirpe, casata.
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  39. ascendenti: antenati.
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  41. isvergognare: svergognare, con i- prostetica.
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  43. maggiori: antenati.
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  45. in grazia della celebrità: a causa del fatto che i miei antenati erano illustri.
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  47. farovvi adunque: dunque vi farò.
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  49. fassi: si fa.
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  51. sgherri: guardie armate al servizio di un potente.
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  53. masnadieri: criminali.
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  55. violatori: violentatori.
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  57. se io ... voi: se devo attenermi a quanto dite voi.
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  59. savii: saggi.
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  61. magnanimi: uomini dall’animo generoso.
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  63. de’ quali ... genealogie: delle cui imprese non si fa menzione nei vostri volumi di memorie.
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  65. si furono: furono.
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  67. le sociali virtù … processione: le virtù utili alla società, al contrario dei vizi e delle azioni violente che vengono tramandante per generazioni, non amano mettersi in mostra ponendosi una dopo l’altra (in processione).
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  69. egli: soggetto pleonastico.
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  71. ancora: anche.
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  73. a quella guisa: in quel modo.
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  75. adisce: pretende, ricorre per vie legali; è termine della giurisprudenza.
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  77. per verun: in nessun.
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  79. adunque: quindi.
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  81. primo essere: primo stato.
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  83. dee: deve.
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  85. serbando: conservando.
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  87. s’abbarbicasse … in me: in me si rinsaldasse sempre di più.
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  89. prosunzione: presunzione.
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  91. Fa’ tuo conto: tieni conto, considera.
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  93. sonare: risuonare.
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  95. l’affetto: il sentimento.
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  97. l’etichetta: il galateo, cioè l’insieme delle regole che governano il modo di comportarsi in pubblico.
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  99. egualmente vani che me: tanto vanesi quanto lo sono io (per dire che la vanità si assorbe in famiglia, la si impara dai genitori).
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  101. i pedanti … collegi: gli insegnanti, i pedagoghi, cui piaceva spadroneggiare (regnare) in casa mia e, come dicevano (egli, come prima è pleonastico), cui facevo l’onore di stare rinchiuso nei loro collegi.
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  103. siemi: mi sia.
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  105. teco: con te, dal latino tecum.
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  107. cavami: toglimi, levami.
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  109. ella… alcuna cosa: sia in qualche modo utile.
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  111. quando ... talento: quando chi è nobile è anche ricco o virtuoso o ha talento.
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  113. quantunque ... improntate: benché il fatto di essere antiche non aumenti il valore del metallo di cui sono composte né migliori la qualità del disegno che è stampato su di esse.
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  115. per una ... diletta: secondo il parere di chi ama queste cose.
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  117. dipoi: e poi, in seguito.
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  119. mi fosse pur forza di: dovessi per forza.
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  121. Istanchezza Nell’italiano scritto, sino a qualche tempo fa, si potevano trovare forme simili alla istanchezza usata da Parini: in ispirito anziché in spirito, in istrada anziché in strada, in Ispagna anziché in Spagna ecc. (un celebre verso del Don Giovanni di Mozart suona appunto: «Ma in Ispagna son già mille e tre»). Si tratta della cosiddetta “prostesi vocalica”: l’aggiunta di una i- davanti a s impura, cioè a s + consonante, per facilitare la pronuncia (è difficile, infatti, articolare una serie di due o più consonanti consecutive). Il fenomeno ha origini antichissime: nelle iscrizioni latine di Pompei si trovano infatti forme come ispose, isperavi, iscola (al posto di spose, speravi, scola). Nel corso dell’Ottocento, la tendenza a usare le forme con i prostetica comincerà a indebolirsi, e oggi si preferisce di solito non usarle: dire “scendiamo in istrada” suona un po’ antico (però quasi tutti dicono ancora per iscritto, che ormai è sentito come un sintagma lessicalizzato). Ma in spagnolo, per esempio, la prostesi vocalica è ancor oggi costante: si dice espada (per spada), espalda (per spalla), esperanza (per speranza).
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  123. gettassi: abbasserei.
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  125. la moltitudine: la maggioranza delle persone.
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