Dante Alighieri

Inferno

L’incontro con due fiorentini

Farinata degli Uberti

Inferno, X, 13-33

Il canto X si apre con Dante e Virgilio che camminano nel sesto girone infernale, dove sono radunati gli eretici. Si tratta di un vero e proprio cimitero: una distesa di bare dentro le quali stanno «con Epicuro tutti suoi seguaci, / che l’anima col corpo morta fanno» (vv. 14-15), vale a dire tutti coloro che, come il filosofo greco Epicuro, non hanno creduto nell’immortalità dell’anima. Per punizione, nel giorno del Giudizio, i coperchi delle bare verranno inchiodati su di loro per l’eternità. Come spesso accade nell’Inferno, Dante non spiega direttamente queste cose ma le fa spiegare a Virgilio: Dante domanda, Virgilio risponde. Qui però all’improvviso succede qualcosa; tutt’a un tratto s’intromette una terza voce:





    Suo cimitero da questa parte hanno
    con Epicuro tutti suoi seguaci,
15   che l’anima col corpo morta fanno1.2
    Però a la dimanda che mi faci
    quinc’ entro satisfatto sarà tosto3,
18   e al disio ancor che tu mi taci4».5
    E io: «Buon duca, non tegno riposto6
    a te mio cuor se non per dicer poco,
21   e tu m’hai non pur mo7 a ciò disposto».8
    «O Tosco che per la città del foco
    vivo ten vai così parlando onesto,
24   piacciati di restare9 in questo loco.10
    La tua loquela ti fa manifesto
    di quella nobil patrïa11 natio,
27   a la qual forse fui troppo molesto12».13
    Subitamente questo suono uscìo
    d’una de l’arche; però m’accostai,
30   temendo, un poco più al duca mio.14
    Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
    Vedi là Farinata che s’è dritto15:
33   da la cintola in sù tutto ’l vedrai».16





Cavalcante

da Inferno, X, 40-93

Incoraggiato da Virgilio, Dante si accosta al sepolcro di Farinata. Comincia un colloquio serrato nel quale i due uomini, che appartengono a fazioni politiche avverse, si rinfacciano le rispettive sconfitte e vantano le rispettive vittorie. Il colloquio è però interrotto dall’intervento di un altro personaggio, del quale Dante non dice il nome, che vuole avere notizie di suo figlio. Il risultato di questo intreccio di voci è uno dei dialoghi più lunghi e articolati dell’intero poema.





    Com’ io al piè de la sua tomba fui,
    guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso17,
42   mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».18
    Io ch’era d’ubidir disideroso,
    non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
45   ond’ ei levò le ciglia un poco in suso19;
    poi disse: «Fieramente furo avversi
    a me e a miei primi e a mia parte,
48   sì che per due fïate20 li dispersi».21
    «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
    rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata22;
51   ma i vostri23 non appreser ben quell’arte24».
    Allor surse a la vista scoperchiata
    un’ombra25, lungo questa, infino al mento:
54   credo che s’era in ginocchie levata.26
    Dintorno mi guardò, come talento
    avesse di veder s’altri era meco;
57   e poi che ’l sospecciar fu tutto spento27,
    piangendo disse: «Se per questo cieco
    carcere28 vai per altezza d’ingegno,
60   mio figlio ov’ è? e perché non è teco29?».30 
    E io a lui: «Da me stesso non vegno31:
    colui ch’attende là32, per qui mi mena
63   forse cui Guido vostro ebbe a disdegno33».34
    Le sue parole e ’l modo de la pena
    m’avean di costui già letto il nome;
66   però fu la risposta così piena.35
    Di sùbito drizzato gridò: «Come?
    dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?36
69   non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».37 
    Quando s’accorse d’alcuna dimora
    ch’io facea dinanzi a la risposta38,
72   supin ricadde e più non parve fora.39
    Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
    restato m’era, non mutò aspetto,
75   né mosse collo, né piegò sua costa;
    e sé continüando al primo detto40,
    «S’elli han quell’arte41», disse, «male appresa,
78   ciò mi tormenta più che questo letto.42
    Ma non cinquanta volte fia raccesa
    la faccia de la donna che qui regge43,
81   che tu saprai quanto quell’arte pesa.44
    E se tu mai45 nel dolce mondo regge,
    dimmi: perché quel popolo46 è sì empio
84   incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».47
    Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
    che fece l’Arbia colorata in rosso48,
87   tal orazion fa far nel nostro tempio49».50
    Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
    «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
90   sanza cagion51 con li altri sarei mosso52.53
    Ma fu’ io solo, là dove sofferto
    fu per ciascun di tòrre via Fiorenza54,
93   colui che la difesi a viso aperto55».56







Ciò che vedono i dannati

Inferno, X, 94-114

Dunque, ricapitolando: apprendiamo solo in un secondo tempo che la voce che interrompe Dante e Virgilio è quella di Farinata. Non apprendiamo se non dai commenti, e non dal testo, chi sia il padre che teme per il destino del figlio Guido. E apprendiamo solo alla fine del colloquio con Farinata la ragione per cui Dante è rimasto perplesso quando Cavalcante lo ha interrogato per sapere se il figlio fosse vivo o morto.





    «Deh, se riposi mai vostra semenza57»,
    prega’ io lui, «solvetemi quel nodo58
96   che qui ha ’nviluppata mia sentenza.59
    El par60 che voi veggiate, se ben odo,
    dinanzi61 quel che ’l tempo seco adduce62,
99   e nel presente tenete altro modo63».64
    «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce65,
    le cose», disse, «che ne son lontano;
102   cotanto ancor ne splende il sommo duce66.67
    Quando s’appressano o son, tutto è vano68 
    nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
105   nulla sapem di vostro stato umano.69 
    Però comprender puoi che tutta morta
    fia70 nostra conoscenza da quel punto71 
108   che del futuro fia chiusa la porta».72 
    Allor, come di mia colpa compunto,
    dissi: «Or direte dunque a quel caduto73
111   che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto74;
    e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
    fate i saper che ’l fei perché pensava
114   già ne l’error che m’avete soluto».75 

LA COMPARSA INATTESA DI FARINATA  Si osservi bene com’è costruito il passaggio in Farinata degli Uberti. Prima c’è Virgilio che spiega dove si trovano e chi sono le anime che popolano quel cer­chio. Poi c’è la breve risposta di Dante. E dal v. 22 al v. 27 c’è una terza voce che sottentra alle altre due. Questa terza voce, che ancora non sappiamo a chi appartenga, apostrofa con forza Dante: avendolo sentito parlare, lo riconosce come toscano (“O toscano che te ne vai vivo nella città del fuoco...”), anzi precisamente come fiorentino (vv. 25-27). Solo adesso Dante-poeta informa il lettore che le parole appena dette sono state pronunciate da qualcuno dei dannati. Ma tocca a Virgilio pro­nunciarne il nome: Dante-personaggio, spaventato, si accosta a lui e Virgilio lo esorta invece a contemplare Farinata degli Uberti, che si è alzato in piedi nel sepolcro, ed è visibile dalla vita in su. Il modo in cui questo personaggio è introdotto nel racconto è molto interessante, non solo perché apprendia­mo che si tratta di Farinata dieci versi dopo che ha iniziato a parlare, ma soprattutto perché entra in scena all’improvviso, senza che il poeta lo annunci con una formula come “A quel punto udii una voce che diceva...”. No, tutto accade in modo inaspettato, subitamente, come commenta Dante-poeta alla fine della battuta di Farinata. In questo modo, il lettore prova la stessa sorpresa che, nel racconto della Commedia, ha pro­vato Dante-personaggio: la sorpresa, la paura che si prova quando sentiamo all’improvviso una voce, e non sappiamo né a chi appartiene né da dove venga. Sorpresa e paura che qui sono ancora più grandi, ovviamente, perché qui ci trovia­mo in un luogo buio e pericoloso, l’inferno.

BOTTA E RISPOSTA  Ogni singolo atteggiamento di Farinata ce lo mostra come un uomo altero, consapevole – persino all’inferno – della propria importanza. Ai vv. 35-36 (qui non riportati), Dante dice che «s’ergea col petto e con la fronte / com’avesse l’inferno a gran dispitto». E nei versi citati lo vediamo, «quasi sdegnoso», levare «le ciglia un poco in suso» quando apprende i nomi degli antenati di Dante. La prima domanda che Farinata rivolge a Dante non è infatti “chi sei?”, bensì “chi furono i tuoi avi?”: come se per lui non fosse tanto importante sapere chi gli sta di fronte quanto sapere da che parte, nella bat­taglia politica che mezzo secolo prima aveva sconvolto Firenze, stavano i familiari di Dante. Constatato che gli antenati di Dante erano stati suoi nemici, Farinata osser­va con orgoglio di averli condannati due volte all’esilio. E Dante risponde subito, a tono, quasi come si fa in una lite, che i suoi tornarono in città entrambe le volte, cosa che i ghibellini di Farinata non seppero fare («i vostri non appreser ben quell’arte», v. 51, l’arte di ritornare in città). Qui il poeta allude alle due riscosse dei guelfi, di poco successive ai trionfi ghibellini: «la prima nel gennaio del 1251, dopo la sconfitta dei ghibellini a Figline e dopo la morte di Federico II; la seconda nel 1266, dopo la morte di Manfredi di Svevia a Benevento, battaglia in cui tramon­tarono definitivamente le fortune ghibelline in Italia» (A. M. Chiavacci Leonardi).

«ALLOR SURSE A LA VISTA»: UN NUOVO INTER­LOCUTORE  Nel brano intitolato Cavalcante il dialogo con Farinata s’interrompe brusca­mente, e un’altra anima, levatasi in ginocchio accanto a Farinata, interroga Dante. Gli chiede notizie del figlio Guido, che si aspettava di vedere insieme a lui. Dante ri­sponde che il suo viaggio è guidato da Beatrice e ispirato da Dio, quindi un viaggio fatto per grazia divina, una gra­zia che il figlio Guido ebbe forse in dispregio (vale a dire: anche Guido era, come Farinata e come il padre, ateo). Questo verbo ebbe, al passato remoto, fa sobbalzare il dannato, che chiede allarmato se il figlio è già morto, se il «dolce lume» del sole non colpisce più i suoi occhi. Dan­te resta perplesso, non risponde subito, e il suo indugio fa sì che l’altro, sconsolato, ricada nel sepolcro per non alzarsi più. Come spiegherà dopo, Dante esita a risponde­re perché non capisce come mai il dannato (in cui lui ha riconosciuto il concittadino Cavalcante Cavalcanti) non sa che il figlio è ancora vivo, dal momento che i dannati conoscono il futuro: dubbio che sarà Farinata, di lì a poco, a sciogliere.

RIPRENDE IL COLLOQUIO CON FARINATA  E Fari­nata stesso, impassibile come sempre, riprende il discor­so interrotto come se niente fosse successo: rimpiange il fatto che i suoi, la sua fazione politica non sia riuscita a rientrare a Firenze, ma annuncia a Dante che ben presto anche lui scoprirà quanto è difficile rientrare dall’esilio: gli «empi» fiorentini lo cacceranno molto presto dalla città, e in capo a pochi anni, esule, lui stesso dispererà del ritor­no in patria (X, 7981): «Ma non cinquanta volte fia rac­cesa / la faccia de la donna che qui regge, / che tu saprai quanto quell’arte pesa» (“Ma non passeranno cinquanta mesi che tu saprai quanto è difficile quell’arte, l’arte del ritorno”). Si osservi la dinamica del dialogo. Altrove, nel poema, è Dante che interroga, e il defunto risponde. Qui invece è Farinata a guidare il colloquio. Dopo la sua predi­zione circa il destino di Dante, gli chiede conto del perché i cittadini di Firenze sono così crudeli contro i suoi discen­denti. Dante gli ricorda la sanguinosa battaglia di Monta­perti (tanto cruenta da colorare del sangue dei cadaveri il fiume Arbia), e Farinata riconosce il delitto, ma osserva che lui solo, tra i vincitori, si oppose al disegno dei suoi alleati di radere al suolo Firenze.

CHI CONOSCEVA, TRA I LETTORI, FARINATA E CAVALCANTE?  Riassumere il canto X non è facile, per­ché il dialogo tra le anime è serrato e veloce, e contiene moltissime informazioni. Ma in generale si possono osser­vare due cose. La prima è che queste informazioni sono date attraverso allusioni piuttosto difficili da decifrare: se non ci fossero i commenti, sarebbe arduo capire a quali battaglie e a quali esilii si riferiscono i due interlocutori. La seconda osservazione riguarda l’identità dei due dannati. Farinata era un personaggio della politica fiorentina, ed era certamente noto almeno entro i confini della Toscana, ma quando Dante scriveva era già morto da più di qua­rant’anni: non si può dire certo che Dante stesse parlando dell’attualità. L’altro personaggio, Cavalcante Cavalcanti, era noto probabilmente soltanto a Dante e a pochi altri lettori fiorentini. Era il padre di Guido Cavalcanti, con Dante il massimo poeta italiano del suo tempo, e suo ami­co personale: Dante lo aveva conosciuto a Firenze, aveva certamente frequentato la sua casa. Ma la gran parte dei lettori non avrà capito a chi si riferiva Dante, anche per­ché egli non pronuncia mai, nella Commedia, il nome di Cavalcante. Dice soltanto che le sue parole gli hanno «di costui già letto [“rivelato”] il nome», ma questo nome lo tiene per sé.

IL FUTURO È CHIARO MA IL PRESENTE È OSCURO  In Ciò che vedono i dannati Dante prega Farinata di chiarirgli un dubbio: i dannati prevedono il futuro (glielo ha appena dimostrato Farinata predicendogli un amaro destino), ma che cosa sanno del presente? Risposta di Farinata: come i presbiti, i dannati ve­dono bene le cose lontane, male quelle vicinissime, perciò non sanno nulla di ciò che accade, adesso, sulla terra. E solo adesso Dante capisce il perché della domanda e dello smar­rimento di Cavalcante: egli non conosce il presente e non sa che il figlio Guido è ancora vivo.

L’INTRECCIO DELLE VOCI, TUTTE FIORENTINE  Ve­diamo, in conclusione, due dei motivi che rendono partico­larmente interessante questo canto. Per quanto riguarda la struttura, è interessante innanzitut­to, perché originale, l’intreccio di voci. Tradizionalmente, un dialogo è uno scambio tra due personaggi. Qui, sulla scena del canto X, i personaggi sono quattro, e i loro in­terventi si succedono, per così dire, naturalmente, come avviene in una normale conversazione. In questo senso si può dire che l’effetto ottenuto da Dante è potentemente realistico, perché leggendo il canto noi siamo portati a os­servare che i dialoghi reali funzionano proprio così: si parla, qualcuno ci interrompe, continuiamo a parlare con lui, ve­niamo di nuovo interrotti eccetera. Per quanto riguarda invece l’ambientazione, questo è forse il canto più fiorentino della Commedia. In primo luogo, in una trentina di versi, Dante ripercorre la storia recente di Firenze attraverso le varie ondate degli esilii che i guelfi e i ghibellini si sono inflitti a vicenda. In secondo luogo, Dante commemora la sua amicizia con Guido Cavalcanti, al quale aveva dedicato la Vita nova. In terzo luogo, Dante prean­nuncia l’atteggiamento che la sua città natale terrà nei suoi stessi confronti, mandandolo ingiustamente in esilio. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Costruisci una nuvola dei tag che sintetizzi i versi antologizzati.



2. La centralità del tema politico, nell’incontro di Dante con Farinata, implica frequenti allusioni a Firenze: individuale e spiegale.



ANALIZZARE


3. In che cosa consiste, nel canto X, il contrappasso?



4. Il dialogo tra Dante e Farinata è rispettoso, ma non privo di asprezza. Perché? Perché due uomini vissuti in età diverse, che non si sono mai conosciuti, si mostrano così ostili?



5. Individua, nelle battute di Dante e Farinata, i termini che indicano contrasto, rivalità, violenza.



6. Quali sono gli elementi stilistici che danno solennità alla profezia dei vv. 7981?



7. Metti a confronto il carattere di Farinata con quello di Cavalcante, per come egli emerge dai versi che hai letto.



CONTESTUALIZZARE


8. Che giudizio esprime Dante a proposito della società comunale e delle sue divisioni?



INTERPRETARE


9. Questo è uno dei canti della Commedia più fittamente dialogati. Prova a riscrivere il canto come una pièce teatrale, con le indicazioni dei nomi dei personaggi, le battute e le didascalie.



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  1. che l’anima ... fanno: Epicuro, filosofo greco (341-270 a.C.), sebbene non possa dirsi propriamente eretico perché vissuto prima di Cristo, diventò anche nel Medioevo simbolo di tutti gli spiriti scettici o materialistici che in qualche modo si appellavano alla negazione dell’immortalità dell’anima. In realtà Epicuro ritiene che l’universo sia formato da atomi (dalla cui unione e disunione casuale derivano la vita e la morte) e che gli dèi siano imperturbabilmente estranei alle vicende umane.
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  3. vv. 13-15: Epicuro e tutti i suoi seguaci, i quali ritengono che l’anima muoia col corpo, hanno la loro sepoltura (Suo cimitero) in questa zona [dell’inferno].
  4. \r
  5. quinc’ ... tosto: presto verrà data risposta, di qui dentro (dalle bare, cioè, situate in questa parte del sesto cerchio).
  6. \r
  7. vv. 16-18: Perciò (però) presto verrà data qui risposta alla domanda che mi fai (faci) e si darà anche soddisfazione al desiderio che tu non mi esprimi a parole».
  8. \r
  9. e al disio ... taci: al desiderio (di incontrare personaggi a te noti e cari) che tu ancora non mi riveli.
  10. \r
  11. riposto: nascosto.
  12. \r
  13. non pur mo: non solo ora, anche in altre occasioni.
  14. \r
  15. vv. 19-21: E io: «Valente guida, non ti celo il mio desiderio (cuor) se non per limitare le mie parole, e tu più volte mi hai ammaestrato (disposto) così».
  16. \r
  17. restare: indugiare.
  18. \r
  19. vv. 22-24: «O Toscano, che cammini ancora vivo per la città del fuoco parlando con tanta dignità, fèrmati in questo luogo.
  20. \r
  21. nobil patria: Firenze, la città di Dante e di Farinata.
  22. \r
  23. molesto: nemico. Il v. 27 esprime un pensiero segreto di Farinata e il forse è un indugio tormentoso sul senso che egli attribuisce al proprio operare nei confronti della città natale: oltre all’amor di patria, affiora il dubbio di averle recato troppo danno, essendo stato costretto a ricorrere alle armi contro di essa.
  24. \r
  25. vv. 25-27: Il tuo modo di parlare ti rivela nativo di quella nobile città alla quale forse fui troppo nemico».
  26. \r
  27. vv. 28-30: All’improvviso (subitamente) questa voce uscì da una delle tombe; perciò (però), per la paura, mi avvicinai un po’ alla mia guida.
  28. \r
  29. dritto: drizzato (fuori della tomba). Manente degli Uberti, detto Farinata, nato ai primi del Duecento, fu uno dei protagonisti della vita politica fiorentina.
  30. \r
  31. vv. 31-33: Ed egli mi disse: «Voltati! Cosa fai? Guarda là Farinata che si è alzato: lo potrai vedere tutto dalla cintola in su».
  32. \r
  33. quasi sdegnoso: perché è arrogante di indole, ma forse anche perché non riconosce Dante, nato quando lui era già morto, e che potrebbe essere perciò un suo alleato o (come è di fatto) un suo avversario.
  34. \r
  35. vv. 40-42: Non appena io fui ai piedi della sua tomba, Farinata mi osservò un po’ e poi, con un’ombra di alterigia, mi domandò: «Chi furono i tuoi antenati?».
  36. \r
  37. in suso: in su, in alto (per sdegno e disappunto). In altre parole: “corrugò lievemente le sopracciglia”.
  38. \r
  39. due f ïate: per ben due volte (nel 1248 e nel 1260).
  40. \r
  41. vv. 46-48: Io, che ero desideroso di assecondarlo, non glielo nascosi, ma glielo dissi apertamente; e perciò (onde) egli inarcò un po’ le sopracciglia; poi disse: «Furono fieri avversari miei, dei miei avi e del mio partito, tanto che per ben due volte li scacciai bandendoli da Firenze».
  42. \r
  43. l’una ... fïata: sia la prima sia la seconda volta; il rientro dei Guelfi avvenne rispettivamente nel 1251, dopo la morte di Federico II, e nel 1266, dopo la battaglia di Benevento.
  44. \r
  45. i vostri: gli Uberti, meglio che i ghibellini in genere;
  46. \r
  47. quell’arte: l’arte o il mestiere del ritornare in patria; il termine arte è usato ironicamente. Il verso allude alla condanna che gravava sugli Uberti, banditi da Firenze, dopo il 1280.
  48. \r
  49. un’ombra: è l’ombra di Cavalcante Cavalcanti, padre del poeta e amico di Dante, Guido: in vita, guelfo e avversario di Farinata, dunque estromesso da Firenze dopo Montaperti, gli è ora vicino perché ugualmente scettico ed epicureo, nonché legato da parentela acquisita: il figlio Guido aveva sposato la figlia di Farinata, Beatrice.
  50. \r
  51. vv. 52-54: Io gli risposi: «Se essi furono banditi da Firenze, ritornarono da tutti i luoghi in cui si erano rifugiati (d’ogne parte), sia la prima sia la seconda volta; ma gli Uberti non impararono bene l’arte di ritornare in patria». Allora, nell’apertura priva di coperchio del sepolcro, si levò un’anima accanto a quella [con cui parlavo], ma [emergente dall’orlo] solo fino al mento: credo che si fosse messa in ginocchio.
  52. \r
  53. e poi ... spento: quando cioè la sua supposizione si rivelò priva di fondamento.
  54. \r
  55. cieco carcere: una delle tante suggestive metafore per designare l’inferno, che è buio perché privo della luce del Sole, ed è una prigione perché nessuno può uscirne.
  56. \r
  57. e ... teco?: e perché (data anche la vostra amicizia) non è insieme con te? L’ipotesi che Dante visiti l’inferno solo per meriti intellettuali porta Cavalcante a cercare, dietro di lui, il figlio che aveva doti a suo parere non inferiori. Ma è il principio stesso – tutto terreno, “epicureo” appunto – del ragionamento a essere subito corretto da Dante.
  58. \r
  59. vv. 58-60: Guardò attorno a me, come se avesse desiderio di vedere se con me ci fosse qualcun altro; e dopo che quel suo sospetto cessò, disse piangendo: «Se attraversi questa prigione buia per merito delle tue straordinarie capacità intellettuali, dov’è mio figlio? E perché non è insieme con te?».
  60. \r
  61. Da ... vegno: Non faccio questo viaggio da solo, o grazie ai miei meriti (cfr. v. 59 per altezza d’ingegno).
  62. \r
  63. colui ... là: addita Virgilio;
  64. \r
  65. per qui ... disdegno: mi conduce per questi luoghi d’oltretomba da chi (cui) forse il vostro Guido disprezzò (quando le nostre strade, prima parallele, si allontanarono), cioè Beatrice, simbolo della grazia divina. Meno probabile che come propongono alcuni commentatori il cui e quindi il disdegno vadano riferiti a Virgilio. Quanto a Guido Cavalcanti, amico di Dante, fu con quest’ultimo, il maggiore lirico italiano della sua generazione. È probabile che, parlando del disdegno di Guido, Dante alluda alle posizioni filosofiche dell’amico. Interessato all’averroismo (cioè a una ricerca della verità puramente razionale, indipendente dalla fede religiosa, in consonanza con l’interpretazione di Aristotele fornita dal filosofo arabo Averroè), Guido ebbe fama di eretico. In una celebre novella del Decameron, Boccaccio ricorda che il popolo lo riteneva addirittura ateo, perché impegnato nella dimostrazione della non esistenza di Dio.
  66. \r
  67. vv. 61-63: E io a lui: «non faccio questo viaggio di mia iniziativa: colui che aspetta là mi conduce per questi luoghi da qualcuno che forse il vostro Guido disdegnò».
  68. \r
  69. vv. 64-66: Le sue parole e la pena a cui era soggetto mi avevano già rivelato (letto) il suo nome; perciò la risposta fu così esauriente (piena).
  70. \r
  71. dicesti ... ancora?: l’equivoco sul verbo ebbe, al passato remoto, nasce dal fatto che Dante parla di Guido al passato in riferimento a un distacco di ordine ideologico; mentre Cavalcante intende quel passato, con ansia di padre, nel suo aspetto assoluto e definitivo.
  72. \r
  73. vv. 67-69: Levatosi in piedi all’improvviso, gridò: «Come? Hai detto “disdegnò”? Dunque non vive più? La dolce luce del sole non ferisce (fiere) più i suoi occhi?».
  74. \r
  75. dinanzi a la risposta: prima di rispondere. Guido era ancora vivo nella primavera del 1300, data immaginaria del viaggio ultraterreno; ma Dante è perplesso perché non capisce come i dannati, che conoscono il futuro, ignorino invece il presente.
  76. \r
  77. vv. 70-72: Quando si accorse di un certo mio indugio nella risposta, ricadde supino nella tomba e non apparve più fuori [dalla tomba].
  78. \r
  79. primo detto: rimasto in sospeso per l’apparizione di Cavalcante.
  80. \r
  81. arte: del ritornare in patria. Il colloquio non solo riprende dal punto in cui era stato interrotto, ma Farinata utilizza la parola ironica di Dante, arte, in chiave però dolorosamente drammatica. È il primo segnale di un avvenuto cambiamento di tono.
  82. \r
  83. vv. 73-78: : Ma quell’altro animo altero, a richiesta del quale mi ero fermato, non cambiò espressione, né piegò il collo né il fianco (costa); e riallacciandosi direttamente al dialogo di prima, disse: «Se i miei hanno imparato male quell’arte, ciò mi tormenta più di questa tomba ardente.
  84. \r
  85. Ma non ... regge: “regina dell’inferno” è una perifrasi che indica la dea triforme Proserpina-Diana-Luna; fuori di allusione mitologica: “non passeranno cinquanta pleniluni, mesi lunari”. Il periodo così designato (circa quattro anni) ci porta verso il 1304, dopo la battaglia della Lastra, quando appunto Dante, ormai distaccatosi dagli altri esuli di parte Bianca, vide tramontare la speranza di un suo rientro a Firenze.
  86. \r
  87. vv. 79-81: Ma non si riaccenderà cinquanta volte la Luna, che ha il viso della regina dell’inferno, che tu stesso saprai quanto è difficile quell’arte.
  88. \r
  89. se tu mai: possa tu, presto o tardi (se augurale o ottativo, come il latino sic); regge: ritornare; forma arcaica dall’infinito latino redire, “ritornare”.
  90. \r
  91. quel popolo: il popolo fiorentino, il nuovo reggimento popolare del Comune guelfo; empio: spietato; implacabile, il contrario di “pio”.
  92. \r
  93. vv. 82-84: Ti auguro che tu possa prima o poi ritornare (regge) nel dolce mondo [dei vivi], e dimmi: perché quel popolo è così spietato contro i miei discendenti in ogni sua deliberazione [circa i fiorentini]?».
  94. \r
  95. Lo strazio ... rosso: la orrenda strage (i due sostantivi formano un’endiadi) che mutò l’Arbia in un rosso fiume di sangue. Perifrasi per indicare l’infausta giornata della battaglia di Montaperti (4 settembre 1260), nella quale i fiorentini subirono una cruenta sconfitta da parte dell’esercito ghibellino, all’interno del quale i fuorusciti erano capitanati da Farinata. Il torrente Arbia scorre appunto vicino al campo di battaglia, nel contado di Siena.
  96. \r
  97. tal orazion ... tempio: vale a dire che noi preghiamo perchè voi Uberti non torniate mai.
  98. \r
  99. vv. 85-87: E io a lui di rimando [dissi]: «La strage e il terribile massacro che tinse l’Arbia di rosso ci fa fare queste preghiere (orazion) nelle nostre chiese».
  100. \r
  101. sanza cagion: senza una buona ragione (la necessità di sconfiggere la fazione avversa per poter far ritorno in Firenze);
  102. \r
  103. sarei mosso: mi sarei indotto a quel passo (combattere cioè contro la patria).
  104. \r
  105. vv. 88-90: Dopo che ebbe scosso il capo sospirando, disse: «Non fui presente e responsabile solo io a Montaperti, né certo avrei agito con gli altri senza una buona ragione.
  106. \r
  107. là ... Fiorenza: alla dieta di Empoli, dove da tutti gli altri (per ciascun dei Ghibellini riuniti a parlamento dopo la vittoria di Montaperti) fu avallata la proposta (sofferto, “tollerato”) di distruggere Firenze.
  108. \r
  109. a ... aperto: l’espressione, diventata comune, è una metafora cavalleresca: significa a visiera non abbassata, dunque senza aver riguardo alla propria incolumità
  110. \r
  111. vv. 91-93: Ma fui io soltanto, dove da tutti gli altri fu accettata la proposta di distruggere Firenze, colui che la difese apertamente»
  112. \r
  113. semenza: discendenti.
  114. \r
  115. nodo: viluppo; fuor di metafora: perplessità; dubbio.
  116. \r
  117. vv. 94-96: Io lo pregai: «Con l’augurio che un giorno la vostra stirpe possa trovare pace [ancora il se ottativo], scioglietemi quel dubbio che qui ha confuso il mio pensiero (sentenza).
  118. \r
  119. El par: sembra (El è pronome pleonastico);
  120. \r
  121. voi veggiate ... dinanzi: voi (anime) di questo cerchio vediate in anticipo, prevediate;
  122. \r
  123. quel ... adduce: ciò che il tempo porta con sé, gli eventi futuri.
  124. \r
  125. e nel presente ... modo: mentre riguardo al presente avete un comportamento opposto; in altre parole: “ignorate le cose presenti”. La profezia di Farinata e la domanda di Cavalcante (sulla sorte del figlio) rappresentano il nodo da sciogliere.
  126. \r
  127. vv. 97-99: Se ho capito bene, sembra che voi di questo cerchio prevediate il futuro, mentre riguardo al presente avete una visione diversa».
  128. \r
  129. quei ... luce: chi è affetto da presbiopia, e vede bene le cose lontane, male quelle vicine.
  130. \r
  131. cotanto ... duce: solo entro questi limiti (cotanto) ancora ci (ne) illumina Dio.
  132. \r
  133. vv. 100-102: Disse: «Noi vediamo le cose che sono lontane da noi come chi ha una vista difettosa; solo in questi limiti ancora ci illumina Dio.
  134. \r
  135. vano: incapace di percepire ciò che è ora o che sta per avvenire.
  136. \r
  137. vv. 103-105: Quando le cose si approssimano nel tempo o sono presenti, il nostro intelletto è del tutto vuoto; e dunque se qualche nuovo arrivato non ci reca notizie non sappiamo nulla della vostra condizione presente (stato).
  138. \r
  139. morta fia: sarà estinta, finita.
  140. \r
  141. quel punto: il Giudizio Universale, dopo il quale non esisterà più il futuro.
  142. \r
  143. vv. 106-108: Perciò puoi comprendere che tutta la nostra conoscenza si esaurirà a partire da quel momento in cui sarà per sempre chiuso l’accesso al futuro.
  144. \r
  145. quel caduto: Cavalcante (cfr. v. 72 supin ricadde).
  146. \r
  147. congiunto: fa ancora parte del consorzio umano, è ancora vivo.
  148. \r
  149. vv. 109-114: Allora, come pentito del male commesso [in buona fede], dissi: «Ora dunque direte a colui che è ricaduto nella sua tomba, che suo figlio (suo nato) è ancora vivo; e se io restai, poco fa, in silenzio invece di rispondergli, fategli (fate i) sapere che lo feci perché ero assorto in quel dubbio che mi avete risolto (soluto)».
  150. \r
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