Charlotte Brontë

Jane Eyre

L’incontro con un uomo reale

In Jane Eyre c’è, nondimeno, un “eroe”. Si tratta di Edward Rochester, il ricco proprietario della casa dove Jane trova lavoro come istitutrice. Eccolo mentre fa il suo ingresso sulla scena, decisamente poco trionfale.

Quel rumore era sulla strada: stava arrivando un cavallo; le svolte del sentiero ancora lo nascondevano, ma si avvicinava. Stavo per alzarmi dalla staccionata; ma, poiché il viottolo era stretto, rimasi seduta per lasciar passare il cavallo. Ero giovane allora e avevo la mente piena di fantasie gaie o cupe: tra le altre sciocchezze, il ricordo dei racconti uditi nell’infanzia; quando si ripresentavano, gli anni più maturi della giovinezza vi aggiungevano una forza e un senso di realtà superiori a quelli che l'infanzia avrebbe potuto conferirgli. Mentre il cavallo si avvicinava, e io aspettavo che comparisse dall'oscurità, ricordai certi racconti di Bessie1, in cui uno spirito dell'Inghilterra del nord, un gytrash, in forma di cavallo, mulo o di un grosso cane, vagava per le vie solitarie e sorprendeva a volte viaggiatori ritardatari, come il cavallo si preparava a sorprendere me.

Era vicinissimo, ma ancora non si vedeva; all'improvviso, oltre allo scalpitio di zoccoli, sentii come un fruscio sotto la siepe e, di sotto i rami di nocciolo, scivolò un grosso cane bianco e nero che si stagliava netto contro gli alberi. Sembrava proprio una delle manifestazioni del gytrash di Bessie: una creatura leonina dal pelo lungo e la testa mostruosa: tuttavia mi oltrepassò pacificamente; senza fermarsi a guardarmi in viso con strani occhi più che canini, come quasi mi aspettavo. Il cavallo lo seguiva: un destriero alto, con in groppa il cavaliere. L'uomo, l'essere umano, spezzò all'istante l'incantesimo. Nulla e nessuno cavalcava mai il gytrash; era sempre solo; e gli spiriti, per quanto ne sapevo, se potevano abitare i corpi delle bestie, non potevano aspirare a trovar rifugio in una consueta forma umana. Non si trattava del gytrash, ma di un viaggiatore che prendeva la scorciatoia per andare a Millcote. Passò, e io proseguii; fatti pochi passi, mi voltai: il suono di una scivolata, l'esclamazione “E adesso come diavolo faccio?” e una fragorosa caduta attirarono la mia attenzione. L'uomo e il cavallo erano scivolati a terra, slittando sul ghiaccio che ricopriva i sassi della strada. Il cane tornò indietro a balzi, e scorgendo il padrone in imbarazzo e sentendo il nitrito del cavallo, si mise ad abbaiare con tanta forza che le colline risuonarono di quelle grida canine forti quanto erano imponenti le sue dimensioni. Fiutò a terra intorno al gruppo e poi corse da me; era la sola cosa che potesse fare, perché ero io l'unico aiuto a portata di mano. Io lo ascoltai e mi avvicinai al viaggiatore che frattanto si stava liberando dal cavallo. I suoi sforzi erano così vigorosi che pensai non potesse essersi fatto male; tuttavia gli chiesi: «Siete ferito, signore?».

Mi sembrò che pronunciasse un'imprecazione, ma non ne sono certa; in ogni caso stava dicendo qualcosa che gli impedì di rispondermi subito.

«Posso fare qualcosa?» chiesi di nuovo [...]. «Se vi siete fatto male e avete bisogno di aiuto, posso andare a chiamare qualcuno a Thornfield o Hay2».

«Grazie; dovrei farcela da solo: non ci sono ossa rotte, solo una storta.» E si raddrizzò e si appoggiò sul piede, ma lo sforzo gli strappò un grido involontario.

Indugiava ancora un poco di luce diurna, e la luna diventava più luminosa; riuscivo a vederlo bene. Era avvolto in un mantello col collo di pelliccia chiuso da fibbie di metallo; benché non ne scorgessi bene i lineamenti, vidi che era di statura media e largo di torace; gli occhi e le sopracciglia aggrottate avevano in quel momento un'espressione rabbiosa; aveva oltrepassato la prima giovinezza, ma non ancora raggiunto la mezza età: poteva avere sui trentacinque anni. Non avevo paura di lui e provavo poca timidezza. […] Non mi mossi quando mi fece cenno di andare e dissi: «Non posso certo lasciarvi, signore, a un'ora così tarda, su un sentiero solitario, finché non vedo se siete in grado di risalire a cavallo!».

Lui mi guardò quando sentì quelle parole: fino ad allora non aveva voltato gli occhi verso di me.

«Penso che anche voi dovreste essere a casa a quest'ora» disse «se abitate nelle vicinanze. Da dove venite?»

«Dalla valle proprio qui sotto; non ho paura di essere fuori quando c'è la luna: se volete, sarò felice di andare fino a Hay; a dire la verità devo andarci per impostare una lettera.»

«Abitate nella valle qui sotto... intendete la casa con i merli?» E indicò Thornfield Hall su cui la luna diffondeva un bagliore bianco, facendola emergere con pallida chiarezza dai boschi che, sullo sfondo del cielo a occidente, sembravano ora una massa d'ambra.

«Sì, signore.»

«E di chi è quella casa?»

«Del signor Rochester.»

«Lo conoscete il signor Rochester?»

«No, non l'ho mai visto.»

«Non abita a Thornfield allora?»

«No.»

«Sapete dirmi dov'è?»

«No, non lo so.»

«Evidentemente non siete una domestica alla Hall. Siete...» si fermò, percorse con lo sguardo il mio abbigliamento che, come sempre, era semplicissimo: una mantella di panno nero, un cappellino di pelliccia scura; ne l'uno né l'altro abbastanza eleganti neppure per una cameriera personale. Sembrava incerto nel decidere chi fossi. Lo aiutai.

«Sono la governante.»

«Ah, la governante» ripeté. «Che il diavolo mi porti se non me n'ero dimenticato! La governante!» E di nuovo esaminò il mio abbigliamento. Due minuti dopo si alzò dalla staccionata: il viso gli si contrasse dal dolore quando cercò di camminare.

«Non posso chiedervi di andare a cercare aiuto» disse «ma potete aiutarmi voi, se volete essere tanto gentile.»

«Certo, signore.»

«Non avete un ombrello che io possa usare come bastone?»

«No.»

«Cercate di afferrare la briglia del cavallo e di condurmelo qui. Avete paura?»

Da sola avrei avuto paura di toccare un cavallo, ma se la cosa mi veniva chiesta ero disposta a obbedire. Appoggiai il manicotto sulla staccionata e mi avvicinai al cavallo; cercai di afferrare la briglia, ma, focoso com'era, il cavallo non mi permetteva di avvicinarmi; tentavo e ritentavo: invano; e avevo una paura terribile che mi colpisse con gli zoccoli davanti. Il viaggiatore aspettò un poco osservando, poi rise.

«Vedo» disse «che la montagna non andrà mai da Maometto, così tutto quello che potete fare è aiutare Maometto ad andare alla montagna; venite qui, vi prego.»

Andai. «Scusatemi» continuò. «La necessità mi costringe a servirmi di voi.» Si appoggiò pesantemente con una mano alla mia spalla e, sorreggendosi a me, andò zoppicando fino al cavallo. Afferrata la briglia, calmò immediatamente l'animale e balzò in sella con una smorfia di dolore, perché lo sforzo gli dava uno strappo alla caviglia.

«Ora» disse, liberando il labbro inferiore che si era morso con forza «datemi il frustino; è là, sotto la siepe.»

Cercai e lo trovai.

«Grazie; e adesso affrettatevi a portare la lettera a Hay e a ritornare il più presto possibile.»

A un colpo di speroni, il cavallo prima di impennò, poi si lanciò in avanti; il cane si affrettò a corrergli dietro: tutti e tre scomparvero […].



(traduzione di L. Reali, Mondadori, Milano 1996)

SCRIVERE DI «COSE CONCRETE»   Rochester arriva al galoppo come un vero principe delle fiabe, ma non siamo in una fiaba: siamo in Inghilterra, è inverno, le strade sono ghiacciate e scivolare è facile. A terra con una caviglia slogata, Rochester non ha altra scelta che mettersi nelle mani di una sconosciuta, Jane appunto, che ancora non sa di parlare con il suo attuale datore di lavoro e futuro grande amore. È una scena che dice molto più di tante parole sull'indipendenza delle donne: Charlotte Brontë “disarciona” il suo protagonista, lo fa cadere indifeso ai piedi di Jane – da “uomo ideale” lo trasforma insomma in un “uomo reale”. Non abbellisce nessun tratto della sua persona: ci dice francamente che Rochester non è bello, non è giovane, non è alto, non è gentile, non fa nulla per rendersi simpatico. Eppure Jane se ne innamora perché lo sente simile a lei, ama la sua intelligenza, la sua fronte alta, il suo corpo atletico. È forse la prima volta che una donna osa scrivere una cosa del genere in un romanzo, cioè ammettere il desiderio fisico nei confronti di un uomo, e per di più di un uomo tutt'altro che perfetto. La sua storia d'amore, tuttavia, dovrà superare ancora molti ostacoli prima di scoprire quale terribile segreto si nasconde nella casa di Thornfield Hall e nel cuore di Edward Rochester.

SENTIMENTI SENZA SENTIMENTALISMO  Gran parte della forza di Jane Eyre è racchiusa nella sua capacità di descrivere passioni e caratteri, anche estremi, senza alcun sentimentalismo. Il romanzo è pieno di quelle «cose concrete» alle quali la protagonista è particolarmente attenta: Jane beve la birra, guarda negli occhi gli uomini, conosce il valore del denaro. È proprio l'accenno a un'eredità di cinquemila sterline a far sì che, alla fine del romanzo, Rochester, diventato cieco, capisca di aver di fronte Jane in carne e ossa e non una visione: «Ah, questa è una cosa concreta, reale. Questo non potrei mai sognarlo!» – esclama: nei sogni, si sa, non si parla di soldi con tutta questa precisione. Nei romanzi invece sì, e le cose del mondo reale non sono disprezzate, al contrario. La realtà quotidiana ha conquistato ormai nuovo spazio nel mondo della letteratura, e i romanzi sono diventati capaci di indagare e descrivere la sua bellezza e la sua mostruosità, le sue sorprese e i suoi misteri. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Chi è il cavaliere misterioso? Perché non rivela la sua identità?



ANALIZZARE


2. L’autrice racconta, descrive, fa parlare i suoi personaggi. In quali passaggi del testo il ritmo narrativo si fa più rapido, e in quali invece rallenta?



3. L’incontro tra il cavaliere e la fanciulla può a buon diritto essere considerato un “archetipo letterario”. Che cosa significa questa espressione?



INTERPRETARE


4. Jane è una ragazza moderna, curiosa e franca; ma è anche una ragazza dell’Ottocento, legata ai valori del solido ordine borghese. In questo passo, quale delle due componenti caratteriali prevale?



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  1. Bessie: la bambinaia di Jane.
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  3. Thornfield o Hay: il primo è il luogo da cui proviene Jane, il secondo è un paese nelle vicinanze.
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