Dante Alighieri

Inferno

L’ingresso nella città del dolore

Dante e Virgilio entrano insieme nell’inferno, attraverso una porta sulla cui sommità sono scritte parole che terrorizzano Dante. Il canto III inizia – con una tecnica che in latino si chiama ex abrupto – proprio con queste parole.

«Lasciate ogne speranza» 

da Inferno, III, 1-18

Dante e Virgilio entrano insieme nell’inferno, attraverso una porta sulla cui sommità sono scritte parole che terrorizzano Dante. Il canto III inizia – con una tecnica che in latino si chiama ex abrupto – proprio con queste parole.

«Per me si va ne la città dolente1,
per me si va ne l’etterno dolore2,
per me si va tra la perduta gente3.
Giustizia mosse il mio alto fattore4;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore5.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro6.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate7».
Queste parole di colore oscuro8
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io9: «Maestro, il senso lor m’è duro».
Ed elli a me, come persona accorta10:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà11 convien che12 qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti doloro
sec’hanno perduto il ben de l’intelletto13».

 

Gli ignavi

da Inferno, III, 46-60

Appena varcata la porta, Dante e Virgilio incontrano la prima schiera di dannati: si tratta degli ignavi, cioè di coloro che durante la loro vita rimasero indifferenti al bene e al male, inerti, incapaci di prendere posizione, di schierarsi da una parte o dall’altra. Ora, per contrappasso, sono condannati a correre intorno senza pace, inseguiti da vespe e mosconi. Tra loro, il poeta riconosce qualcuno.

Questi non hanno speranza di morte14,
e la lor cieca15 vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna16:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta17,
che d’ogne18 posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente19, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi20 l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto21.

«Lasciate ogne speranza» 

LA DIFFICOLTÀ OGGETTIVA DI CENTO INIZI... Come vedremo meglio più avanti, Dante deve affrontare un problema che gli altri grandi poeti antichi e medievali avevano evitato. L’Iliade e l’Odissea di Omero sono divise in ventiquattro libri, l’Eneide di Virgilio in dodici; la Farsaglia di Stazio in dieci (ma è incompiuta). Le narrazioni in versi medievali che Dante conosceva non erano suddivise in canti o in libri: il Tesoretto di Brunetto Latini è una lunga serie di coppie di versi a rima baciata, senza partizioni interne; la Chanson de Rolandè divisa in lasse di diversa estensione; il Roman de la Rose e i romanzi di Chrétien de Troyes sono lunghissimi racconti in coppie di versi a rima baciata privi di chiare divisioni interne. Invece la Commedia è divisa in ben cento canti. E tra i tanti problemi posti da questa scansione della materia c’è questo: Dante deve trovare un inizio originale per ognuno dei cento canti, e cioè non ripetere sempre le stesse parole, lo stesso schema, la stessa situazione narrativa. Può sembrare una questione banale, ma non lo è, perché cento nuovi inizi sono – ripetiamo – un ostacolo che nessun poeta aveva mai dovuto affrontare. E il problema si complica a causa della speciale forma narrativa della Commedia, cioè a causa del fatto che il racconto è gestito in prima persona dal personaggio-poeta, e data la perfetta unità d’azione manca a Dante la possibilità che i classici come Virgilio o Lucano (ma anche i moderni come Chrétien de Troyes) avevano, la possibilità di staccare, alla fine di un canto, ricominciando su un altro scenario, con altri personaggi, nel canto successivo. Dante non può dire: «Intanto, in un altro luogo...», perché al centro della scena c’è sempre lui, Dante-personaggio: è lui il solo che vede le cose, e noi le vediamo soltanto attraverso i suoi occhi.  

...CHE DANTE RISOLVE BRILLANTEMENTE Come riescono a fare i grandi scrittori, Dante trasforma una difficoltà in altrettante occasioni, e trova delle soluzioni geniali.
Qui, all’inizio del canto III dell’Inferno, Dante e Virgilio sono alle porte dell’inferno, anzi proprio di fronte alla porta che conduce alla valle infernale. Che cosa fa, Dante, per introdurre subito il lettore in medias res (“nel mezzo alle cose”) e aprire il canto con un’immagine efficace e memorabile? Fa parlare la porta, cioè s’inventa un’iscrizione che si trova scritta in cima alla porta stessa. Quest’ultima circostanza (e cioè che quella che leggiamo è un’iscrizione incisa sull’architrave della porta) noi però non la apprendiamo subito. Il canto non comincia, poniamo, con un prologo che dica qualcosa come “Di fronte a noi trovammo una porta sulla quale c’era questa scritta”. Comincia invece ex abrupto, o, se vogliamo, con un effetto-sorpresa che dura per lo spazio di nove versi: per lo spazio di nove versi noi non sappiamo chi o che cosa stia parlando, proprio come non sapevamo dove fosse finito Dante nel primo canto, che cosa gli fosse successo, chi fosse l’uomo che lo soccorre alle pendici del colle. Siamo all’inferno e Dante sfrutta, proprio come farebbe oggi un regista di un film horror, quel senso d’incertezza e sospensione che risulta dal non sapere esattamente che cosa sta succedendo. 

LE VERE PORTE DELLE CITTÀ MEDIEVALI Splendida idea, dunque, quella che apre il III canto. Chi o che cosa può aver ispirato Dante? Non è difficile rispondere. Nel Medioevo, molte città erano circondate da mura, per proteggersi dai nemici (mura che si vedono ancor oggi, intatte  o diroccate, per esempio a Firenze, o in altri Comuni del centro-nord); c’erano anche delle porte, che venivano chiuse al calar della notte, davanti alle quali stavano dei guardiani. Su queste porte potevano essere scolpite delle epigrafi che “parlavano” a coloro che entravano in città. Per esempio, su una delle porte di Pisa, la cosiddetta Porta Aurea, si leggeva nel Medioevo un’epigrafe commemorativa che cominciava così: «Civibus egregiis hec aurea porta vocatur in qua sic dictat nobilitatis honor» (“Questa porta è chiamata aurea perché è riservata ai cittadini che si sono distinti: così vuole l’onore dovuto alle nobili imprese”). Dante aveva certo nella memoria formule di questo tipo.Dante perciò “arreda”, decora l’inferno con quegli stessi elementi che gli erano familiari sulla terra, né la cosa può stupirci troppo. Nel Paradiso, l’immaginazione di Dante sarà completamente libera, perché egli racconterà di un mondo celeste fatto di aria, luci, suoni: nel paradiso nulla ricorda la terra. Inferno e purgatorio, invece, sono luoghi ultraterreni fatti di cose terrene, cioè di mura, sentieri, ponti, scale, rocce, acqua, ghiaccio, fango, sterpi, fuoco... Persino il volo circolare dell’uccello-mostro Gerione, alla fine del canto XVII, che è il più irreale, fiabesco dei “passaggi” che Dante prende nel suo cammino attraverso l’inferno (le navi che lo traghettano sullo Stige e sull’Acheronte, il centauro Nesso che lo porta in groppa sono mezzi di locomozione di fantasia ma riconducibili a un’esperienza umana, il volo non lo è), viene ridotto a una misura terrena: Gerione plana come un falco, a larghissimi giri. Non è strano, dunque, che, entrato nella “città infernale”, Dante si ricordi delle scritte che si leggevano sulle mura delle città.

 

Gli ignavi

UN PERSONAGGIO MISTERIOSO MA IDENTIFICABILE Il nome del personaggio incontrato tra gli ignavi non viene detto, ed è uno di quei casi in cui per capire chi Dante avesse in mente è utile vedere quello che dicono i commentatori antichi. Ebbene, le risposte sono state tante, ma due sono quelle più plausibili. La prima lo identifica in Ponzio Pilato, cioè colui che, disinteressandosi del destino di Gesù (“lavandosene le mani”), controfirmò la sua condanna. Oppure Pietro da Morrone, che era diventato papa nel 1294 con il nome di Celestino V e aveva rinunciato alla carica pochi mesi dopo (gli era succeduto Bonifacio VIII, un papa che Dante disprezzava). L’identificazione più probabile è questa seconda. Infatti, come ha scritto Anna Maria Chiavacci Leonardi:

la rinuncia di Celestino al papato aveva suscitato enorme impressione nella cristianità, e grande rammarico in chi aveva sperato in una riforma in senso spirituale della Chiesa; imponenti processioni popolari erano state fatte per indurlo a desistere da quell’idea, e in seguito si era discusso sulla legittimità di tale rinuncia. Era questa quindi la sola celebre figura a cui immediatamente allora si pensasse – e di fatto si pensò – per un “gran rifiuto” e Dante non poteva ignorarlo. Se ricordiamo poi che per Dante il vile o pusillanime è proprio chi rinuncia alle grandi imprese per poca stima di sé medesimo [...] e che il rifiuto di Celestino portò al trono di Pietro, con inganno, proprio colui che doveva prostituire la Chiesa [cioè Bonifacio VIII], l’identificazione appare anche oggi indubbia.

 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Riassumi il contenuto dei versi antologizzati in non più di 10 righe.

2 Illustra le caratteristiche stilistiche dei vv.:

«Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate».

Quali figure retoriche danno al passo il suo caratteristico tono solenne?

3 In che modo sono costruiti i versi «Qui si convien lasciare ogne sospetto; /ogne viltà convien che qui sia morta»? Ovvero: come sono disposti i membri sintattici?

INTERPRETARE

4 È evidente che Dante vuole descrivere delle situazioni terrorizzanti. Con quali mezzi (suoni, parole, immagini ecc.), nel primo canto e in questo passo, trasmette al lettore questa sensazione di paura?

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  1. città dolente: la città del dolore è opposta alla “città di Dio” della tradizione cristiana. Si noti l’anafora iniziale («Per me si va») e la climax ascendente (città dolente / etterno dolore / perduta gente). 



    «Attraverso di me si va nella città delle sofferenze [l’inferno], attraverso di me si va nel dolore eterno, attraverso di me si va in mezzo ai dannati.

     
  2. etterno dolore: attraverso la replicazione dolente / dolore è qui ribadita la qualità terribile del dolore infernale, la sua durata eterna, così difficile da concepire per un uomo.
  3. perduta: dannata, cioè che ha perduto la speranza di salvarsi.
  4. Giustizia ... fattore: una superiore giustizia guidò Dio, che mi fece («il mio alto fattore»); lo indusse cioè a destinare un luogo alla punizione dei peccati umani.



    La giustizia ha guidato il mio supremo creatore, a crearmi fu Dio, ispirato dalla Giustizia, e con lui la somma sapienza [di Gesù] e la carità somma [dello Spirito Santo].

     
  5. fecemi ... amore: mi fece, mi creò la Trinità, nelle sue tre persone (designate mediante gli attributi teologici, il Padre come potenza, il Figlio come sapienza e lo Spirito Santo come amore o carità).
  6. Dinanzi ... duro: prima (Dinanzi) di me non furono create se non cose perpetue (gli angeli, i cieli, la materia pura), e io stessa (con tutto l’inferno) rimango perpetuamente (calco dell’avverbio latino aeterno). Di nuovo la ripetizione in funzione espressiva di etterno / etterne.



    Tutte le cose create prima di me sono eterne, e anch’io durerò in eterno. Voi che entrate lasciate ogni speranza».

     
  7. Lasciate ... ch’intrate: queste parole, che concentrano in un solo verso il senso terribile dell’iscrizione, sono divenute proverbiali proprio in ragione della loro dura lapidarietà; si è soliti citare il modello virgiliano del sesto libro dell’Eneide: ma in Dante l’ammonimento è pronunciato dalla porta in prima persona, e non dalla Sibilla Cumana come avviene nell’Eneide.
  8. di colore oscuro: a caratteri neri, e dunque minacciosi, sinistri.



    Io vidi queste parole di colore scuro scritte sulla sommità di una porta; perciò dissi: «Maestro, il loro significato per me è doloroso».

     
  9. per ch’io: perciò io (dissi); duro: acerbo, aspro. L’iscrizione nega infatti la possibilità di uscire dall’inferno (come invece avverrà nel viaggio dantesco).
  10. accorta: savia, in quanto intuisce lo stato d’animo del discepolo.



    Ed egli a me, come una persona saggia: «Qui è necessario (si convien) abbandonare ogni timore (sospetto); qui è necessario che ogni viltà sia cancellata per sempre.

     
  11. viltà: pusillanimità, mancanza di coraggio; morta: cancellata per sempre; si realizza la figura del chiasmo: Qui ... ogne... / ogne... qui.
  12. che: in cui.



    Noi siamo giunti nel luogo in cui ti ho detto che vedrai i dannati, i quali hanno smarrito la verità divina, che appaga l’intelletto umano».

     
  13. il ... intelletto: la verità divina, che è ciò che appaga l’intelletto umano (il vero, scrive Dante nel Convivio, II, XIII, 6, «è lo bene de lo intelletto»).
  14. morte: non la dannazione, come intendono alcuni commentatori, ma l’annichilimento, la scomparsa che permetterebbe loro di non soffrire. 



    Questi non possono neppure sperare in un totale annullamento, e la loro oscura condizione è tanto abietta (bassa) che invidiano qualunque altro destino.

     
  15. cieca: oscura, trascorsa nel buio.
  16. li sdegna: soggetto sono sia la misericordia sia la giustizia, attributi di Dio dai quali discendono, rispettivamente, la salvezza e la dannazione delle anime: Dio disprezza questi defunti perché non seppero fare né il bene né il male.



    Di loro il mondo non lascia sopravvivere neppure il ricordo: la misericordia e la giustizia [di Dio] li ignorano: non parliamo (ragioniam) di loro, limitati a guardarli e passa oltre».

     
  17. ratta: rapidamente (l’aggettivo ha valore avverbiale).



    E io, che li osservai con attenzione, vidi una bandiera (’nsegna) che, girando su se stessa, correva così rapidamente che mi sembrava incapace di fermarsi; e la seguiva una moltitudine (tratta) di anime tanto lunga che non avrei creduto che la morte ne avesse disfatte così tante.

     
  18. che d’ogne ... indegna: che mi pareva insofferente di qualsiasi sosta (posa), cioè perpetuamente in moto.
  19. lunga ... gente: incapaci, durante la loro vita, di prendere una decisione, di dedicarsi a una causa, di seguire un ideale, qui all’inferno gli ignavi sono costretti a inseguire in eterno una bandiera che non raggiungeranno mai.
  20. vidi e conobbi: con grande acume realistico, Dante fa sì che l’identificazione, nell’oscurità dell’inferno, proceda per gradi: prima vede, quindi riconosce.



    Dopo che in quella moltitudine ebbi riconosciuto qualcuno, vidi e identificai l’anima di colui che per viltà fece il grande rifiuto.

     
  21. colui ... rifiuto: la perifrasi indica probabilmente l’eremita Pier da Morrone (nato forse a Sant’Angelo di Limosano, nell’attuale Molise, intorno al 1210, ma detto «da Morrone» dal nome del luogo del suo ritiro, una montagna nel massiccio della Maiella). Eletto pontefice tra il maggio e l’agosto del 1294 con il nome di Celestino V, egli abdicò alla carica il 13 dicembre dello stesso anno ritenendosi inadatto all’incarico, anche sotto le pressioni del cardinale Benedetto Caetani (Bonifacio VIII), che gli successe il 24 dicembre. Morì nel 1296 e fu canonizzato nel 1313. Altri ritengono che Dante abbia qui voluto alludere a Esaù (che lasciò al fratello Giacobbe la responsabilità della primogenitura «per un piatto di lenticchie», come racconta la Genesi), oppure a Pilato (che «si lavò le mani», lasciando ad altri il giudizio, durante il processo a Gesù).