Gustave Flaubert

L’educazione sentimentale

L’ultimo incontro con la signora Arnoux

Il penultimo capitolo del libro contiene alcune delle pagine più famose dell’intera letteratura francese. Nello spazio di poche righe, Flaubert fa un brusco salto temporale: l’azione del romanzo passa dal dicembre del 1851, su cui si chiudeva il capitolo precedente, al 1867, e per far percepire il passaggio di questi sedici anni Flaubert si limita a usare due sole parole: «Viaggiò» e «Tornò».
Nelle prime righe del brano che segue vediamo Frédéric, ormai un uomo di mezza età, che, ormai privo di aspirazioni, vive inerte, assuefatto all’«ozio della mente» e all’«inerzia del cuore»; poi, in modo brusco, per accentuare la sorpresa, ecco il colpo di scena: l’ultimo incontro con la signora Arnoux.

Viaggiò.

Conobbe la malinconia delle navi, i freddi risvegli sotto la tenda, lo stordimento dei paesaggi e delle rovine, l’amarezza delle amicizie interrotte.

Tornò.

Fece vita mondana ed ebbe altri amori. Ma il persistente ricordo del primo glieli rendeva insipidi; e poi la veemenza del desiderio, la verginità delle sensazioni erano perdute per sempre.

Anche le sue ambizioni intellettuali erano scemate. Passarono gli anni e per lui l’ozio della mente e l’inerzia del cuore divennero una gravosa abitudine.

Verso la fine di marzo del 1867, al calar della sera, mentre se ne stava da solo nel suo studio, entrò una donna.

«Signora Arnoux!».

«Frédéric!».

Gli prese le mani, lo attirò con dolcezza verso la finestra e, scrutandolo attentamente ripeteva:

«È proprio lui! È proprio lui!».

Nella penombra del crepuscolo, sotto la veletta di pizzo nero che le nascondeva il viso, Frédéric riusciva a distinguere soltanto i suoi occhi.

Lei, posato sulla mensola del caminetto un piccolo portafogli di velluto granata, si sedette. E rimasero tutt’e due a sorridersi, incapaci di dire una parola.

Fu Frédéric alla fine a farle una quantità di domande su di lei e su suo marito.

Si erano ritirati in un paesino della Bretagna per vivere in economia e pagare i debiti. Arnoux, sempre pieno di acciacchi, ormai sembrava un vecchio. La figlia era sposata a Bordeaux e il figlio era militare a Mostaganem. Poi alzò il viso:

«Ma adesso vi rivedo: sono felice!».

Frédéric si premurò di dirle che, appena saputo della loro catastrofe1, si era precipitato da loro.

«Lo sapevo!».

«E come?».

Lo aveva visto nel cortile e si era nascosta.

«Perché?».

Allora, con voce tremante e con lunghe pause di silenzio tra le parole:

«Avevo paura! Sì… paura di voi… di me2!».

A questa rivelazione Frédéric sentì come un fremito di voluttà. Il cuore gli batteva forte. Lei continuò:

«Scusatemi se non sono venuta prima».

E indicando il piccolo portafogli granata coperto di palme d’oro:

«L’ho ricamato apposta per voi. Dentro c’è quella somma che doveva essere garantita dai terreni di Belleville3».

Frédéric la ringraziò del regalo, rimproverandole però di essersi disturbata a venire:

«No! Non è per questo che sono venuta! Ci tenevo a questa visita; dopo me ne tornerò… laggiù».

E gli parlò del posto in cui abitava.

Era una casetta bassa, a un solo piano, con un giardino pieno di enormi cespugli di bosso e un doppio viale di castagni che saliva fino in cima alla collina, da cui si vedeva il mare.

«È là che vado a sedermi su una panchina che ho chiamato la panchina di Frédéric».

Poi si mise a guardare il mobilio, i soprammobili, i quadri, con avidità, per fissarseli nella memoria. Il ritratto della Marescialla4 era mezzo nascosto da una tenda, ma gli ori e i bianchi che spiccavano nel buio attirarono l’attenzione della signora Arnoux.

«Questa donna mi sembra di conoscerla…».

«Impossibile!» disse Frédéric. «È un antico dipinto italiano».

Gli confessò che avrebbe voluto fare un giro per strada a braccetto con lui.

Uscirono.

A tratti il chiarore delle vetrine illuminava il profilo pallido di lei; poi l’ombra lo inghiottiva di nuovo; e, in mezzo alle vetture, alla folla, ai rumori, camminavano concentrati l’uno nell’altra, senza sentire nulla, come se passeggiassero insieme per la campagna, su un letto di foglie morte.

Si raccontarono i giorni andati, le cene ai tempi dell’Art industriel, le manie di Arnoux, il suo modo di tirare le punte del colletto, di impiastricciarsi i baffi di cosmetico, altre cose più intime e più profonde. Che magia, la prima volta che l’aveva sentita cantare! Com’era bella il giorno del suo onomastico, a Saint-Cloud! Le ricordò il giardinetto di Auteuil, certe serate a teatro, un incontro sul viale, qualche vecchio domestico, la negra.

Lei si stupiva della sua memoria. Tuttavia gli disse:

«Certe volte le vostre parole mi tornano come un’eco lontana, come il suono di una campana portato dal vento; e quando nei libri leggo delle pagine d’amore mi sembra che siate lì, accanto a me».

«Tutto ciò che la gente critica nei romanzi come delle esagerazioni, voi me l’avete fatto provare» disse Frédéric. «Capisco i Werther che trovano buone le tartine di Carlotta5».

«Povero, caro amico!».

Sospirò; e, dopo un lungo silenzio:

«Comunque potremo dire di esserci molto amati».

«Senza mai appartenerci, però!».

«Forse è stato meglio così».

«No! no! Quanto saremmo stati felici».

«Sì, lo credo anch’io, con un amore come il vostro!».

E doveva essere forte davvero per resistere a una così lunga separazione!

Frédéric le chiese come se ne fosse accorta.

«È stato una sera in cui mi avete baciato il polso, tra guanto e polsino. Mi sono detta: “Ma mi ama… mi ama!” Però avevo paura di accertarmene. Il vostro riserbo era così incantevole che ne godevo come di un omaggio involontario e ininterrotto».

Frédéric non provò rimpianti. Le sofferenze di un tempo erano ripagate.

Quando tornarono a casa, la signora Arnoux si tolse il cappello. La lampada posata sulla mensola illuminò i suoi capelli bianchi. Fu come un colpo in pieno petto.

LO STACCO TEMPORALE  All’inizio di questo brano memorabile Flaubert impiega il passato remoto non per definire un momento determinato, un punto preciso nel tempo, ma “una durata”: «Viaggiò. Conobbe … Tornò». C’è uno stacco lunghissimo rispetto alle vicende narrate nelle trecento pagine precedenti, e a questo stacco dedicherà pagine ammirate Marcel Proust nel suo saggio Contro Sainte-Beuve, sostenendo che la cosa più bella dell’Educazione sentimentale «non è una frase ma uno spazio bianco»:

Frédéric vede un agente scagliarsi, con la spada in pugno, contro un insorto, che cade morto. «E Frédéric, a bocca aperta, riconobbe Sénécal». Qui uno spazio bianco, un enorme “bianco”; poi, senza l’ombra di una transizione, mentre la misura del tempo diventa d’improvviso, anziché di quarti d’ora, di anni, di decenni: «Egli viaggiò. Conobbe la melanconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto la tenda… Verso la fine del 1867…». Flaubert fu il primo a sbarazzarsi del parassitismo degli aneddoti e dalle scorie della storia. Fu il primo a metterli in musica.

«L’AMORE È SENZA GIOVENTÙ»  Frédéric e la signora Arnoux si incontrano di nuovo dopo sedici anni. Nulla è cambiato tra loro: Frédéric ama ancora la signora Arnoux, e lei lo ricambia. Ma, insieme, tutto è cambiato intorno a loro e in loro. La signora Arnoux si è ormai rassegnata a vivere in provincia con il marito, ormai molto anziano; Frédéric non ha fatto fortuna, né ha compiuto le grandi imprese che sperava, non è diventato né un grande avvocato né un uomo politico né un artista: ha vissuto, non più di questo, disperdendosi in mille diverse occupazioni.
Ma, soprattutto, a cambiare le cose è stato il tempo. «L’amore è nulla senza la gioventù», dice un verso del poeta Vittorio Sereni (nella poesia Mille miglia): e Frédéric e la signora Arnoux, incontrandosi di nuovo dopo tanti anni, fanno esperienza di questa amara verità. Nel loro dialogo vanno apprezzati quindi i cambi di tono e di prospettiva. Entrambi sono emozionati, commossi dal ricordo di ciò che hanno condiviso; ma entrambi capiscono che tra ciò che sono ora e ciò che erano un tempo non c’è quasi più nessun rapporto: in poche pagine Flaubert racconta magistralmente la perdita delle illusioni giovanili e, insieme, descrive lo sguardo che la maturità sa rivolgere a quelle stesse illusioni. Di lì a poco, la signora Arnoux lascerà per sempre la casa di Frédéric, ed è un congedo – anche questo – memorabile:

Sedette di nuovo; ma osservava la pendola, e lui continuava a camminare fumando. Tutti e due non trovavano più niente da dirsi. C’è un momento, nelle separazioni, in cui la persona amata non è già più con noi.
Infine, quando la lancetta ebbe passato le undici e venticinque, ella prese il cappello per i nastri, lentamente.
«Addio, amico mio, mio caro amico! Non vi rivedrò più. Era il mio ultimo atto di donna. La mia anima non vi lascerà. Che tutte le benedizioni del cielo siano su di voi!».
E lo baciò in fronte, come una madre.

La signora Arnoux è l’unica donna che Frédéric abbia amato, e non ha mai potuto averla. Quando finalmente potrebbe, l’unione tra loro due è ormai resa impossibile dal passare del tempo. È questo il frutto dell’amara «educazione sentimentale» di Frédéric Moreau.

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Che cosa significa la frase finale: «Fu come un colpo in pieno petto»? E da che cosa è causato questo «colpo»?



2. Quali informazioni ci dà il narratore intorno alla psicologia dei due protagonisti? In che modo ce le dà – attraverso il dialogo, attraverso interventi d’autore, attraverso la descrizione?



3. L’episodio si svolge tutto al presente o ci sono dei flashback?



INTERPRETARE


4. Ti sembra che Fréderic abbia dei tratti in comune con Julien Sorel, protagonista del romanzo Il rosso e il nero di Stendhal?



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  1. della loro catastrofe: della bancarotta dell’azienda del signor Arnoux.
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  3. di me: evidentemente perché lei ricambiava l’amore di Frédéric.
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  5. quella somma … Belleville: Marie si riferisce a una fattoria che Frédéric aveva venduto per poi prestare i soldi così ottenuti al signor Arnoux.
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  7. Marescialla: è il soprannome dell’antica amante di Frédéric, Rosanette.
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  9. Capisco … Carlotta: Frédéric si riferisce al romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe, e in particolare alla scena in cui Carlotta, amata infelicemente da Werther, dà la merenda (le tartine) ai fratellini: un gesto che commuove Werther.
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