Montesquieu

Lettere persiane

Ma perché il maiale sarebbe un animale immondo?

Qui riportiamo uno scambio di lettere tra Usbek, da poco partito dalla Persia, e la sua guida spirituale, il mullah Mehmet Alì. Interpellato dal principe a proposito di una questione religiosa – il divieto di mangiare carne di maiale –, il mullah gli offre una risposta conclusiva. Lo scambio esemplifica bene il modo in cui il tema religioso è trattato nel romanzo.

Lettera XVII

Usbek al mullah Mehmet Alì.

Non posso, divino mullah1, calmare la mia impazienza: non potrei attendere la tua sublime risposta. Ho dei dubbi, bisogna dissiparli. Sento che la mia ragione si smarrisce: riconducila sulla retta via. Illuminami, sorgente di luce; fulmina, con la tua penna divina, le difficoltà che mi accingo a esporti; fa’ che senta pietà di me stesso e che mi vergogni della domanda che sto per farti.
Per quale motivo il nostro Legislatore2 ci priva della carne di maiale e di tutte quelle che chiama «immonde»? Per quale motivo ci vieta di toccare un corpo morto e ci ordina di lavarci continuamente il corpo per purificare la nostra anima? Mi sembra che le cose, in se stesse, non siano né pure né impure: non riesco a concepire nessuna qualità inerente alla loro sostanza che possa renderle tali. Il fango ci sembra sporco perché urta la nostra vista o qualche altro nostro senso, ma, in se stesso, non lo è più dell’oro e dei diamanti. L’idea di sozzura, che nasce dal contatto con un cadavere, deriva in noi solo da una certa ripugnanza naturale che abbiamo per esso. Se i corpi di coloro che non si lavano non urtassero né l’olfatto né la vista, come si sarebbe potuto immaginare che fossero impuri?
I sensi, divino mullah, devono pertanto essere gli unici giudici della purezza o impurità delle cose. Siccome, però, gli oggetti non colpiscono gli uomini alla stessa maniera e ciò che procura ad alcuni una sensazione gradevole ne produce in altri una sgradevole, ne consegue che, in tal caso, la testimonianza dei sensi non può fungere da regola, a meno che non si affermi che in questa materia ognuno può decidere a suo piacimento e distinguere, per quanto lo riguarda, le cose pure da quelle che non lo sono.
Ma anche questo, sacro mullah, non sovvertirebbe le distinzioni stabilite dal nostro divino Profeta e i punti fondamentali della Legge, che è stata scritta dalla mano degli angeli?

Da Erzerum3, il 20 della luna di Gemmadi4 II, 1711.

 

Lettera XVIII

Mehmet Alì, servitore dei profeti, a Usbek, a Erzerum.

Ci fate sempre domande che sono state già fatte mille volte al nostro santo Profeta5. Perché non leggete le Tradizioni dei Dottori6? Perché non vi rivolgete a questa pura fonte di ogni intelligenza? Trovereste la soluzione di tutti vostri dubbi.
Sventurati voi che, sempre distratti dalle cose terrene, non avete mai osservato con sguardo fermo quelle celesti e che onorate la condizione dei mullah senza osare abbracciarla né seguirla!
Profani, che non penetrate mai i segreti dell’Eterno! I vostri lumi7 somigliano alle tenebre dell’abisso e i ragionamenti della vostra mente sono come la polvere che i vostri piedi sollevano quando il Sole è a mezzogiorno nel mese ardente di Chahban8.
Allo stesso modo, lo zenit del vostro spirito non raggiunge il nadir9 di quello dell’ultimo degli imam10. La vostra vana filosofia è il lampo che annuncia la burrasca e l’oscurità: siete in mezzo alla tempesta ed errate in balìa dei venti.
È facilissimo sciogliere i vostri dilemmi: basta che vi racconti ciò che accadde un giorno al nostro santo Profeta, quando, tentato dai cristiani e messo alla prova dagli Ebrei, mise a tacere sia gli uni sia gli altri.
L’ebreo Abdias Ibesalonc gli chiese perché Dio avesse proibito di mangiare carne di maiale. «C’è un motivo», rispose il Profeta: «è un animale immondo, e ve ne convincerò». Sul palmo della mano, modellò con del fango la figura di un uomo, la gettò a terra e le gridò: «Àlzati!». Immediatamente un uomo si alzò e disse: «Sono Jafet, figlio di Noè». «Avevi i capelli così bianchi quando sei morto?», gli chiese il santo Profeta. «No», rispose quello, «ma quando tu mi hai risvegliato, ho creduto che fosse arrivato il giorno del giudizio, e mi sono preso un tale spavento che i miei capelli sono diventati bianchi all’istante».
«Adesso», gli disse l’inviato di Dio, «raccontami tutta la storia dell’arca di Noè».
Jafet obbedì ed espose dettagliatamente tutto ciò che era accaduto durante i primi mesi. Dopo di che, così parlò:
«Accumulammo gli escrementi di tutti gli animali su un lato dell’arca, ma questo la fece inclinare a tal punto che ci spaventammo a morte, soprattutto le nostre donne, che si lamentavano a gran voce. A nostro padre Noè, recatosi a consiglio da Dio, venne ordinato di prendere l’elefante e di metterlo con la testa verso il lato inclinato. Questo enorme animale produsse una tale quantità di escrementi che ne nacque un maiale». Ci credete, Usbek, che da allora ce ne siamo astenuti, e l’abbiamo considerato un animale immondo?
Ma, siccome il maiale rimestava ogni giorno quegli escrementi, si diffuse nell’arca un tale fetore che lo stesso animale non poté trattenersi dallo starnutire e dal suo naso uscì un topo, che andava rosicchiando tutto ciò che gli capitava; la cosa finì col risultare così insopportabile a Noè, che egli ritenne opportuno consultare nuovamente Dio, il quale gli ordinò di dare un gran colpo sulla fronte del leone, che a sua volta starnutì facendo uscire un gatto dal proprio naso. Lo credete ora che questi animali siano immondi? Che cosa ve ne pare?
Pertanto, quando non afferrate la ragione dell’impurità di certe cose, il motivo è che ne ignorate molte altre e che non conoscete ciò che è accaduto tra Dio, gli angeli e gli uomini. Voi ignorate la storia dell’eternità e non avete letto i libri scritti in Cielo: quanto vi è stato rivelato è solo una piccola parte della biblioteca divina, e quelli che, come noi, vi si accostano maggiormente durante questa vita, restano ancora nell’oscurità e nelle tenebre. Addio. Maometto sia nel vostro cuore.

Da Qom, l’ultimo della luna di Chabhan, 1711.

RAGIONE VS MITO Il primo elemento che colpisce è lo scarto tra due registri stilistici e retorici contrapposti: lo stile limpido della ragione, che caratterizza il discorso di Usbek, e quello altisonante della tradizione, che connota la risposta del mullah. Usbek e il mullah non arrivano a capirsi perché, come si dice con un’espressione comune ma particolarmente calzante in questo caso, “non parlano la stessa lingua”. Perfino la domanda che dà origine al dibattito – perché la religione musulmana vieta di cibarsi di carni suine? – è interpretata diversamente da ciascuno degli interlocutori: mentre Usbek interroga sulle ragioni che giustificano il divieto (egli chiede, infatti, «per quale motivo?»), il mullah risponde raccontando l’origine del divieto («È facilissimo sciogliere i vostri dilemmi: basta che vi racconti ciò che accadde un giorno…»). Alla richiesta di una spiegazione viene risposto con una narrazione; alla logica filosofica, che istituisce nessi tra causa e effetto, viene opposto un procedimento diegetico1, che illustra una successione di fatti. Perciò il dialogo tra Usbek e Mehemet Alì illustra l’irriducibile contrasto tra il logos (la ragione filosofica e scientifica) e il mythos (il racconto, il mito).

LA RETORICA RELIGIOSA DEL MULLAH Del resto, l’attrito tra il discorso logico e il discorso mitico è esplicitamente tematizzato nella solenne invettiva lanciata dal mullah contro la ricerca razionale, condannata come vana e superba, e nell’apologia della tradizione, indicata come unica e insostituibile «fonte di ogni intelligenza». Dal punto di vista del mullah, né l’esperienza né l’indagine razionale possono condurre alla verità: quello che Galileo aveva chiamato “il libro del mondo” (e Montesquieu ammirava molto la fisica di Galileo e di Newton), per Mehemet Alì è privo di valore rispetto alla «biblioteca divina». Secondo il punto di vista religioso, infatti, per essere edotti delle cose del mondo bisogna innanzitutto conoscere «ciò che è accaduto tra Dio, gli angeli e gli uomini» e apprendere «la storia dell’eternità» leggendo «i libri scritti in Cielo». Lo stile della lettera di Mehemet Alì è tipico della retorica religiosa: enfatico e sovraccarico di metafore, esso ricalca gli stilemi della letteratura apocalittica (opposizioni dualistiche, inversioni paradossali: «I vostri lumi assomigliano alle tenebre dell’abisso») e, nella denuncia della vanità degli sforzi umani, riecheggia la voce del biblico Qoelet («La vostra vana filosofia è il lampo che annuncia la burrasca e l’oscurità: siete in mezzo alla tempesta ed errate in balìa dei venti»).

IL RUOLO DEI SENSI Il contrasto tra la retorica roboante la lettera del mullah con la prosa della Lettera XVII (e specialmente dei due paragrafi centrali) non potrebbe essere maggiore. Usbek adopera uno stile argomentativo limpido e piano, di matrice cartesiana, che corrisponde al proposito di esporre con la massima chiarezza una concatenazione di idee. La Lettera XVII sfida apertamente il passo coranico (V, 6) – che a sua volta riprende un passo biblico del Levitico (XVI, 9-13) – nel quale il maiale è descritto come un animale immondo e, conseguentemente, non commestibile. Per contestare la fondatezza di questo giudizio sul maiale, Usbek si avvale degli strumenti filosofici più aggiornati della sua epoca, ovvero della teoria della conoscenza elaborata dal filosofo inglese John Locke nel suo Saggio sull’intelletto umano. Basandosi sulla distinzione stabilita da Locke tra «qualità primarie» di una cosa (ossia proprietà inerenti l’oggetto: per esempio le sue dimensioni) e «qualità secondarie» (ossia proprietà che appaiono ai nostri sensi ma non ineriscono l’oggetto: per esempio gli odori), Usbek contesta i presupposti su cui si regge l’idea che un animale possa essere oggettivamente impuro. In sintesi, il ragionamento della Lettera XVII dimostra due punti fondamentali: 1) che nessun essere è intrinsecamente puro o impuro, ma che i sensi sono «gli unici giudici della purezza o impurità delle cose»; 2) che i giudizi basati sui sensi, variando da individuo a individuo, non possono fondare nessuna regola generale: perciò, come dice l’antico adagio, de gustibus non est disputandum, non ha senso mettersi a discutere sulle questioni di gusto, né tantomeno trarre precetti che si pretendono universali. 

LA CRITICA ALLA TRADIZIONE Rispetto a questa critica sofisticata, la risposta rutilante di Mehmet Alì risulta ridicola. Il mullah, scavando nel repertorio della tradizione (che dal suo punto di vista è la «fonte di ogni intelligenza»), ne trae una storia incastonata in una duplice cornice. Nel dialogo tra Ibesalonc e Maometto si inserisce la testimonianza di Jafet (che Maometto resuscita per miracolo, plasmandolo dal fango) sul modo in cui, nell’arca di Noè, il maiale si generò dagli escrementi dell’elefante. L’effetto comico della lettera è costruito a vari livelli: sul piano più generale nasce dall’accostamento tra lo stile solenne e sapienziale delle prime righe (l’ammonizione ai profani e la promessa di sciogliere tutti i dilemmi) e il carattere scatologico della storia presentata come incontrovertibile prova di verità. Ma anche il moltiplicarsi delle cornici narrative, oltre che rafforzare i dubbi del lettore sulla plausibilità della storia, introduce elementi propriamente comici, come l’entrata in scena di Jafet, al quale, per lo stupore di tornare in vita e per lo spavento di trovarsi nel giorno del giudizio, si sbiancano improvvisamente i capelli. Inoltre, nel racconto degli avvenimenti occorsi sull’Arca, i frequenti e futilissimi appelli a Dio (dopo aver chiesto consiglio al Signore sul modo di mantenere in equilibrio l’Arca che si inclinava dal lato in cui erano accumulati gli escrementi, Noè «ritenne opportuno consultare nuovamente Dio», per chiedergli un modo di sbarazzarsi del topo, che «andava rosicchiando tutto ciò che gli capitava») contribuiscono all’impressione di grottesco. Infine la fantasiosa genealogia degli animali – che procede con compiaciuta ridondanza invece che fermarsi alla nascita del maiale (Jafet, infatti, continua a narrare come dallo starnuto del maiale nacque il topo e ciò costrinse Noè a provocare lo starnuto del leone, da cui nacque invece il gatto) – è letterariamente gustosissima, ma non può essere presa sul serio. Ma tra il deridere lo stile della lettera del mullah e deriderne (e screditarne) il metodo e i contenuti, il passo è breve. Così Montesquieu veicola attraverso la presa in giro di una retorica altisonante (quella religiosa) e di uno stile ridondante e immaginifico (comune – e l’accostamento è irriverente – ai testi sacri e alle novelle orientali) il meno innocuo scherno dei contenuti della tradizione.

 

1. diegetico: procedimento narrativo, fondato su un racconto o un aneddoto, non su un ragionamento.

 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 In quali punti delle due lettere troviamo i seguenti contenuti: dubbio, dogma, relativismo, primato dell’esperienza, primato delle scritture sacre, conoscenza diretta dell’individuo, conoscenza mediata dai sapienti?

2 I due protagonisti hanno modi molto diversi di argomentare. Analizza l’uno e l’altro, e poi mettili a confronto.

CONTESTUALIZZARE

3 Gli argomenti cruciali, per Montesquieu, sono la riflessione sulla religione rivelata e la tolleranza. Mostra come il contenuto delle lettere rispecchi i principi dell’Illuminismo.

INTERPRETARE

4 Quale ruolo viene affidato, in questo brano, all’esperienza dei sensi? In che modo si rapportano ai sensi i due interlocutori?

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  1. mullah: nel mondo musulmano, è il titolo che si dà a un esperto del Corano e della legge islamica.
  2. il nostro Legislatore: il profeta Maometto, che nel Corano ha comunicato le rivelazioni ricevute da Allah.
  3. Erzerum: città della regione dell’Anatolia, oggi nella Turchia orientale.
  4. Gemmadi: nel calendario arabo corrisponde al nostro mese di agosto.
  5. al nostro santo Profeta: Maometto.
  6. le Tradizioni dei Dottori: i commenti al Corano che i saggi hanno scritto nel corso dei secoli.
  7. *Lume

    L’etimologia è la stessa di luce: dal latino lumen, che a sua volta risale a una radice indeuropea luc- che significa “brillare”, “splendere”. In senso traslato (“la luce della ragione” contro il buio dell’ignoranza) è un calco del francese lumières (“lumi”), così come l’intero sintagma “secolo dei lumi” (calco sul francese siècle des lumières).
  8. Chahban: l’ottavo mese del calendario islamico.
  9. zenit … nadir: lo zenit è il punto d’intersezione tra la sfera celeste e la perpendicolare tracciata a partire dal luogo in cui si trova l’osservatore; il nadir è il punto opposto allo zenit. Ma il senso figurato è più semplice: zenit sta per “il punto più alto”, nadir per “il punto più basso”.
  10. imam: guida spirituale, autorità religiosa, nel mondo islamico.