Dante Alighieri

Inferno

Mangiare il proprio nemico: il conte Ugolino

Giunto finalmente al centro dell’inferno, Dante vede migliaia di corpi conficcati nel ghiaccio: sono i traditori, che non possono neppure piangere perché le loro lacrime, a causa del freddo, si solidificano coprendo gli occhi con una dolorosissima patina di ghiaccio. In questa landa gelata Dante vede all’improvviso in una buca due dannati che stanno uno sopra l’altro: «l’un capo a l’altro era cappello» (“una testa faceva da cappello all’altra”). Si tratta (ma lo scopriremo solo in un secondo momento) del conte Ugolino della Gherardesca, signore di Pisa, e dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, anch’egli pisano. Dante li coglie nel momento in cui il primo divora, come fanno gli animali feroci, il cranio del secondo, colpevole di averlo fatto imprigionare e uccidere insieme ai suoi figli. L’incontro avviene alla fine del canto XXXII e prosegue nel canto XXXIII.

Noi eravam partiti già da ello1,
ch’io vidi due2 ghiacciati in una3 buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
e come ’l pan per fame si manduca4,
così ’l sovran5 li denti a l’altro pose6
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca7:
non altrimenti Tidëo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno8,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
«O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché», diss’io, «per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi9,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca10
nel mondo suso ancora io te ne cangi11,
se quella con ch’io parlo non si secca12». 


II finisce così, con una domanda che resta sospesa, sicché il lettore è spinto a domandarsi chi siano quei due uomini, e quale torto subìto possa portare uno dei due a masticare (manduca) il cranio dell’altro. Il lettore prosegue dunque nella lettura e trova la risposta all’inizio del canto successivo. 

La bocca sollevò dal fiero13 pasto
quel peccator14, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro15 guasto.
Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme16
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme17
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme18.
Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo19.
Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri20:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri21,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri22;
però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso23.
Breve pertugio24 dentro da la Muda25,
la qual per me26 ha ’l titol27 de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune28 già, quand’ io feci ’l mal29 sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.
Questi30 pareva a me maestro e donno31,
cacciando il lupo e’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno32.
Con cagne magre, studïose e conte33
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi34
s’avea messi dinanzi da la fronte35.
In picciol corso36 mi parieno stanchi
lo padre e’ figli37, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli38
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava39;
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solea essere addotto,e per suo sogno ciascun dubitava40;
e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
Io non piangea, sì dentro impetrai41:
piangevan elli; e Anselmuccio42 mio
disse: “Tu guardi sì43, padre! che hai?”.
Perciò44 non lacrimai né rispuos’ io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo45.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi46 il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi
e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti47
queste misere carni, e tu le spoglia48”.
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro49 stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non mi aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto50; ond’ io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno51».
Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

UN’EPOCA MOLTO VIOLENTA La Commedia è piena di morti ammazzati. Erano, quelli di Dante, tempi molto più violenti di quelli attuali. Noi oggi ci lamentiamo per la violenza diffusa, specie nelle grandi città, ma basta leggere una qualsiasi cronaca medievale per imbattersi in atti di crudeltà oggi inimmaginabili: condanne a morte, reclusione perpetua dei nemici catturati, torture, mutilazioni... Si moriva nelle battaglie che si scatenavano spesso tra Comuni vicini, si moriva nelle faide tra famiglie, si moriva perché assaliti dai briganti, perché uccisi da mariti gelosi (si pensi a Paolo e Francesca). Perciò accade spesso, nella Commedia, che i defunti non dicano a Dante come hanno vissuto bensì come sono morti, perché si tratta spesso di morti avventurose e romanzesche. 

UGOLINO RACCONTA Quello del conte Ugolino è forse il più lungo racconto di una morte che si trovi nella Commedia. Di sé, della sua vita, il conte non dice niente: l’unica cosa che gli interessa è ricordare al mondo quale azione infame ha commesso contro di lui l’uomo che adesso sta divorando. Dante, osserva Ugolino, è fiorentino (lo ha riconosciuto dall’accento: proprio come aveva fatto Farinata nel canto X), dunque è a conoscenza dei fatti che portarono lui, Ugolino, a essere preso prigioniero dall’arcivescovo Ruggieri, sotto l’accusa di tradimento, e quindi a essere rinchiuso nella torre della Muda, anche detta torre dei Gualandi (la si può vedere ancor oggi a Pisa, in piazza dei Cavalieri), quindi ucciso. Sono cose note, tanto se ne parlò in Toscana quando accaddero, nell’anno 1288 (Dante aveva ventitré anni). Non di questo vuole parlare Ugolino ma del modo crudele in cui fu ucciso.
Una sera, dopo mesi di prigionia, Ugolino fa un sogno: sogna una muta di cani che dà la caccia a una famiglia di lupi, la raggiunge, la dilania. Sogno premonitore, perché, al risveglio, Ugolino scopre che si è deciso di far morire di fame lui e i suoi figli. Si osservi bene: la decisione non viene comunicata in maniera esplicita: capiamo (con Ugolino) che è stata presa perché, mentre i bambini chiedono pane, qualcuno chiude a chiave la porta della «orribile torre». È una splendida invenzione di regia: perché anche noi, come Ugolino, restiamo incerti: significa che non porteranno più né cibo né acqua? O si tratta soltanto di resistere per un giorno, per due? Il padre resiste, immobile, “impetrato” dice Dante, per un giorno e una notte. Poi crolla, e qui c’è un’altra formidabile invenzione. Ugolino comincia a disperarsi (letteralmente: a mordersi le mani) non quando il suo dolore diventa insopportabile ma quando vede il suo stesso dolore sul volto dei figli: quando un raggio di sole che penetra fra le grate li illumina, il padre capisce come all’improvviso che l’ingiustizia commessa nei suoi confronti non è niente a paragone di quella commessa nei confronti dei suoi figli innocenti. Dopodiché la vicenda va veloce verso il suo epilogo tragico: i figli chiedono al padre di mangiare le loro carni; un silenzio attonito invade la cella per due lunghissimi giorni («lo dì e l’altro stemmo tutti muti»); infine, i quattro figli di Ugolino muoiono di fame uno dopo l’altro. Ma l’episodio non finisce qui, e gli ultimi tre versi del brano citato sono un capolavoro di arte tragica e di sintesi. Vediamo infatti Ugolino, ormai cieco, nella cella buia, brancolare sui corpi dei figli, e chiamarne i nomi per due giorni dopo la loro morte; e poi, a sua volta, morire. 

UN VERSO AMBIGUO «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». Quest’ultimo verso ha dato materia a infiniti dibattiti. Che cosa significa esattamente, infatti? Che anche Ugolino muore di fame, cioè che la fame prevale sul dolore, e lo fa morire; oppure che la fame porta Ugolino a commettere l’atto terribile di mangiare i suoi figli per ritardare la propria morte? Gli interpreti di Dante hanno discusso a lungo circa questa alternativa. Se la spiegazione giusta è la prima, l’episodio si chiude su una nota elegiaca, e su quella che la retorica antica chiamava reticenza (o aposiopesi): Ugolino non pronuncia la parola “morte”, ma dice, con una perifrasi, che la fame lo ha ucciso. Se invece vale la seconda ipotesi, l’episodio si chiude su un’immagine di puro orrore: un padre che, nel buio di un carcere, si ciba delle carni dei figli. Riportiamo a questo proposito il parere, molto equilibrato, della studiosa Anna Maria Chiavacci Leonardi: 

Il tragico verso resta come Dante lo ha voluto, ambiguo e velato. Ma che l’ipotesi più terribile possa esser fatta (e tutti i più grandi critici non l’hanno esclusa) basta a convincere che Dante ha voluto che si facesse. La voce del resto doveva esser corsa, e ne resta traccia in un’antica cronaca: «e così morirono d’inopia [fame] tutti e cinque [...] e quivi si trovò che l’uno mangiò de le carni all’altro» (Cronaca Fiorentina) [...]. Come l’ultimo verso di Francesca, anche questo copre d’un velo l’ultimo gesto della storia, sul quale non è quindi lecito insistere. Ma i riferimenti continui, sparsi dall’inizio alla fine [del canto], come segnali per il lettore, al tema dominante del mangiare e del mordere, avvertono e guidano: chi vuole intendere, intenda.

Finito il suo racconto, Ugolino tace, e riprende a masticare il cranio dell’arcivescovo Ruggieri, che in tutta la scena è stato fermo e zitto, come una preda ormai esangue tra gli artigli di un predatore. Dante, commosso, maledice la città di Pisa, teatro del crimine che gli è stato appena raccontato («Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove ’l sì suona»: “Ah, Pisa, vergogna dei popoli che abitano l’Italia [cioè dove si parla il volgare del sì]”), quindi riprende il cammino sulla pianura di ghiaccio.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 I versi sì che l’un capo a l’altro era cappello; / e come ’l pan per fame si manduca, / così ’l sovran li denti a l’altro pose/ là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca: / non altrimenti Tidëo si rose / le tempie a Menalippo per disdegno, / che quei faceva il teschio e l’altre cose sono un capolavoro di efferatezza. Qual è il dettaglio che ti pare più impressionante?

2 Quale sensazione trasmettono al lettore i primi versi del canto XXXIII? In che modo Dante ottiene questo effetto?

CONTESTUALIZZARE 

3 Il canto di Ugolino parla di un padre e dei suoi figli. Conosci altri libri, o film, che sviluppano questo argomento? Puoi cercare anche nel Dizionario dei temi letterari della UTET, a cura di Remo Ceserani, o selezionare le voci opportune nell’Enciclopedia Treccani, che trovi anche in rete.

4 Qual è il senso allegorico del sogno di Ugolino?

INTERPRETARE

5 Il passo è stato più volte interpretato in chiave “tecnofagica” (una parola che deriva dal greco e che significa “cibarsi dei figli”). Quali elementi, nel testo, confortano questa interpretazione? Quali la smentiscono?

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  1. partiti ... ello: già allontanati da Bocca degli Abati, il dannato con il quale Dante e Virgilio hanno parlato sino a quel momento.



    Noi ci eravamo già allontanati da quel dannato, quando vedemmo due altri congelati in una buca, combinati in modo tale che l’uno stava sopra l’altro come un cappello;

     
  2. due: due traditori.
  3. una: una medesima, sola.
  4. e come ... manduca: e con la voracità con la quale, quando si ha fame, si addenta il pane.



    e come, per fame, si mastica il pane, così quello di sopra aveva ficcato i suoi denti alla base del collo dell’altro: e come, mosso dal disprezzo, Tideo rosicchiò le tempie a Menalippo, così quello [il dannato che stava sopra] faceva con il cranio e il resto del corpo [di quello di sotto].

     
  5. (i)l sovran: colui che stava sopra.
  6. pose: teneva.
  7. là (o)ve ... nuca: là dove il cervello si attacca alla colonna vertebrale. Nella terminologia del tempo con nuca si intendeva il “midollo spinale”.
  8. non altrimenti ... disdegno: come Tideo divorò per disprezzo la testa di Menalippo. L’orrendo mito riferito dal poeta latino Stazio (Tebaide, VIII, 732-766) narra che Tideo, uno dei sette re all’assedio di Tebe, ferito a morte dal tebano Menalippo, dopo averlo ucciso, ottenne dai compagni che gli recassero la testa del rivale e si mise ferocemente a roderla.
  9. piangi: duoli, lamenti.



    «O tu che, attraverso un comportamento così bestiale, dimostri tanto odio per colui che stai mangiando, dimmi il perché», dissi io, «a questo patto (tal convegno): che, se tu ti lamenti a ragione di lui, io [se tu mi dici chi siete e qual è il suo peccato] ti ricambierò nel mondo terreno [riferendo la tua storia]: possa seccarmisi la lingua [se non mantengo la promessa]!»
  10. sappiendo ... pecca: conoscendo (quando conoscerò) la vostra identità e la sua colpa.
  11. te ne cangi: te ne compensi, ti ricambi: riferendo, al mio ritorno nel mondo, le colpe da lui commesse contro di te.
  12. se quella ... secca: se non mi si secca la lingua; è formula deprecativa, di registro colloquiale.
  13. fiero: bestiale, feroce, degno di una fiera.



    Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto bestiale, pulendola (forbendola) con i capelli della testa che egli aveva addentato alla nuca.

     
  14. quel peccator: Ugolino di Guelfo della Gherardesca. 



    *IL CONTE UGOLINO

    Il conte Ugolino di Guelfo della Gherardesca possedeva ricchi feudi nel territorio pisano e sardo. Tramò in favore dei guelfi, così che fu bandito da Pisa (forse è per questo tradimento che Dante lo assegna all’Antenora); ma vi rientrò l’anno seguente, e per dieci anni ne fu podestà. Per difendere Pisa dalla lega formata da Firenze, Lucca e Genova, Ugolino aveva ceduto vari castelli ai fiorentini e ai lucchesi, riuscendo a concludere una pace onorevole anche con Genova (1284). Ma i ghibellini insorsero, guidati dall’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, il quale, spalleggiato da alcune grandi famiglie pisane, lo bandì da Pisa. Quando Ugolino tornò su suo invito in città per trattare un accordo, Ruggieri lo rinchiuse, insieme a due figli e due nipoti, in una torre, dove, dopo vari mesi di prigionia, fu lasciato (febbraio 1289) morire di fame insieme ai parenti.
  15. di retro: dietro, alla nuca; guasto: deturpato.
  16. Tu vuo(i) ... preme: le parole di Dante ricordano il verso virgiliano «infandum, regina, iubes renovare dolorem», cioè “tu mi comandi, o regina, di rinnovare un dolore indicibile” (Eneide, II, 3), pronunciato da Enea al momento di raccontare a Didone la caduta di Troia.



    Poi cominciò: «Tu vuoi che io rinnovi (rinovelli) il dolore disperato che mi opprime (preme) il cuore al solo pensiero, prima ancora che io ne parli (favelli).



     
  17. seme: il seme, collegato al verbo frutti, è una metafora per “causa”.





    Ma se le mie parole devono essere (esser dien) l’origine del disonore del traditore che io addento, mi vedrai parlare e piangere contemporaneamente.

     
  18. parlare ... insieme: è lo stesso concetto espresso da Francesca (la concentrazione drammatica delle parole del conte è accresciuta dallo zeugma, grazie al quale parlare (impropriamente) e lagrimar (propriamente) sono retti entrambi da vedrai.
  19. quand’io t’odo: Ugolino, pisano di origine, riconosce la fiorentinità di Dante dal suo accento.



    Io non so chi sei, né come sei arrivato quaggiù; ma da come ti sento parlare mi sembri senza dubbio fiorentino. Tu devi sapere che io fui il conte Ugolino, e questo è l’arcivescovo Ruggieri: adesso ti spiegherò per quale ragione io sia per lui un vicino così feroce [tanto, cioè, da rosicchiargli il cranio].

     
  20. Ruggieri: Ruggieri degli Ubaldini, dal 1278 arcivescovo di Pisa.
  21. mai pensieri: malvagie trame.



    Non occorre neanche dire che, per effetto dei suoi perversi piani, io, che mi fidavo di lui, fui imprigionato e poi lasciato morire; però ora sentirai quello che non puoi aver saputo, cioè come la mia morte fu crudele (cruda), e capirai se egli mi ha arrecato offesa.
  22. e poscia ... mestieri: non occorre neanche dirlo perché tanta e tale è la fama di queste vicende, che un fiorentino, come Dante, ne doveva essere perfettamente al corrente.
  23. s’e’ m’ha offeso: se ho buoni motivi per ritenermi offeso da lui.
  24. pertugio: buco.



    Una minuscola feritoia (Breve pertugio) nella torre dei Gualandi, la quale a causa mia si chiama ora la torre della Fame, e nella quale altri ancora  [dopo di me] dovranno essere imprigionati, mi aveva già mostrato attraverso la sua angusta apertura molti mesi, quando io feci l’orribile sogno (sonno) che mi rivelò il futuro.

     
  25. Muda: la torre dei Gualandi. È probabile che il nome Muda derivi dal fatto che in quella torre le aquile si rifugiavano per fare la muta delle penne.
  26. per me: a causa mia, per esservi io morto di inedia.
  27. titol: nome.
  28. lune: mesi; esattamente dal luglio 1288 al febbraio 1289.
  29. mal: orribile, in quanto presàgo di sventura.
  30. Questi: indica l’arcivescovo Ruggieri.



    L’arcivescovo Ruggieri mi appariva nelle vesti di capo e signore [di un gruppo di cacciatori], mentre cacciava un lupo con i lupacchiotti verso il monte che impedisce ai pisani la vista di Lucca. Egli aveva collocato nello schieramento davanti a sé i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi, con cagne affamate, smaniose di inseguire ed esperte nella caccia.
  31. donno: signore (donno, dal latino dominus) della brigata venatoria.
  32. al monte ... ponno: verso il monte San Giuliano, posto tra i territori di Pisa e di Lucca. Nella trasparente allegoria del sogno il lupo è Ugolino, i lupicini i figli e nipoti; il termine lupicini ha infatti una connotazione affettiva.
  33. Con cagne ... conte: con le cagne bramose di addentare, ardenti nell’inseguimento (studïose) ed esperte (conte, dal latino cognitae) alla caccia: cioè le plebi pisane, istigate da Ruggieri.
  34. Gualandi ... Lanfranchi: sono le tre grandi famiglie ghibelline di Pisa spinte contro Ugolino dal maestro e donno della caccia.
  35. s’avea ... fronte: il soggetto è sempre l’arcivescovo Ruggieri.
  36. In picciol corso: dopo breve inseguimento.



    Dopo un breve inseguimento, il lupo e i lupacchiotti mi apparivano stremati e vedevo che venivano addentati ai fianchi dalle aguzze zanne (agute scane) delle cagne.

     
  37. lo padre e’ figli: il lupo e i suoi cuccioli; cioè Ugolino stesso e i suoi figli.
  38. figliuoli: precisamente due, Gaddo e Uguccione, erano figli, due altri, Nino detto il Brigata e Anselmuccio, nipoti di Ugolino, in quanto figli del suo primogenito, Guelfo II.



    Quando mi svegliai, prima del mattino, sentii i miei figli, che erano con me, piangere nel sonno, e chiedere pane.

     
  39. s’annunziava: annunciava a se stesso, prevedeva.



    Sei ben crudele, se non ti addolori pensando a ciò che il mio cuore prevedeva; e se questo pensiero non ti fa piangere, allora per che cosa sei solito piangere?

     
  40. dubitava: temeva dubbioso. Evidentemente, il sogno premonitore ha visitato il sonno anche dei quattro figliuoli, che per questa ragione, e non solo per la fame, piangevano.



    Ormai erano svegli, e si avvicinava l’ora in cui di solito ci (ne) veniva recato il cibo, e a causa del proprio sogno ciascuno temeva dubbioso; e io sentii inchiodare (chiavar) la porta di sotto dell’orribile torre; perciò guardai i miei figli senza dire niente.

     
  41. sì ... impetrai: tanto divenni pietra, mi raggelai per l’angoscia, nel cuore.



    Io non piangevo, tanto divenni di pietra; loro piangevano e il mio Anselmuccio disse: “Tu ci guardi così stranamente, padre! Che cos’hai?”.

     
  42. Anselmuccio: è il più giovane tra figli e nipoti d’Ugolino: da ciò, forse, il vezzeggiativo, unito al possessivo.
  43. sì: così stranamente, con un tale terrore negli occhi.
  44. Perciò: per questo (cioè “perché impetrai”, oppure “per non impressionarli maggiormente”).



    Per questo io non piansi né risposi per tutto quel giorno né per tutta la notte seguente, sino al giorno successivo.





     
  45. infin ... uscìo: perifrasi per dire: “sino all’alba”.
  46. per ... visi: il conte vede riflesso, come in uno specchio, nei visi dei giovinetti il proprio aspetto scarnito e disperato.



    Appena un sottile raggio di luce fu entrato (si fu messo) nella dolorosa prigione e io, attraverso i quattro visi dei miei figli, vidi il mio viso, per la disperazione mi morsi entrambe le mani;

     
  47. ne vestisti: ci hai rivestito (generandoci) di.



    ed essi, pensando che lo facessi per il desiderio di mangiare (manicar), si alzarono subito insieme (levorsi) e dissero: “Padre, sarà per noi minor dolore se tu ti ciberai di noi: tu ci hai rivestito di queste misere carni, tu toglicele”.

     
  48. le spoglia: toglicele (coerentemente con la metafora “spogliacene”); cioè cibati delle nostre carni.
  49. lo dì e l’altro: quel giorno e il seguente, cioè il secondo e il terzo da che la porta era stata inchiodata.



    Allora mi calmai, per non rattristarli di più; quel giorno e il seguente restammo in silenzio; ah, dura terra, perché non ti spalancasti?

     
  50. tra ... sesto: dal momento in cui hanno sentito inchiodare la porta. Il primo giorno è segnato dalla domanda di Anselmuccio, il secondo è quello dell’offerta dei figli; il terzo passa nel silenzio; nel quarto muore Gaddo. Ugolino passerà il settimo e l’ottavo a invocare i figli morti.



    Dopo che fummo giunti al quarto giorno, Gaddo si gettò disteso ai miei piedi, dicendo: “Padre, perché non mi aiuti?”.

    In quell’atto, dicendo quelle parole morì; e come tu mi vedi, io vidi morire gli altri tre (li tre) a uno a uno tra il quinto e il sesto giorno; per cui io, dopo che furono morti, mi misi, ormai cieco [per l’agonia], a brancolare sui loro corpi, e per due giorni li chiamai invano. Poi, il digiuno ebbe su di me più potere del dolore».


     
  51. Poscia ... digiuno: poi, il digiuno ebbe su di me più potere del dolore: cioè mi uccise l’inedia, compiendo, perché più forte, quanto non era riuscito a fare lo strazio per la pedita dei figli e dei nipoti.



    Quando ebbe detto questo, con gli occhi stravolti (torti) riaddentò il misero teschio con i denti che, nel rodere le ossa (a l’osso), furono violenti come quelli di un cane.