Alessandro Manzoni

Odi

Marzo 1821

Tra il giugno e il luglio del 1820 la Sicilia e la città di Napoli sono scosse da rivolte carbonare. Entrambe raggiungono l’obiettivo di ottenere una costituzione, che limita il potere del re Ferdinando I di Borbone. È una conquista di breve durata: tra il novembre e il marzo successivo le rivolte sono domate e la costituzione viene revocata. Sulla scia di questi eventi, anche in Piemonte viene organizzata una rivolta di alti ufficiali legati alla carboneria: l’obiettivo è ottenere dal re una costituzione, sul modello di quella promulgata dal Parlamento spagnolo nel 1812 (la cosiddetta Carta di Cadice). Il 10 marzo 1821 la guarnigione di Alessandria innalza il tricolore: confida nel fatto che l’erede al trono Carlo Alberto, simpatizzante dei liberali, intervenga presso il re Vittorio Emanuele per convincerlo. Il re rifiuta, invia lo stesso Carlo Alberto a trattare con i rivoltosi e abdica a favore del fratello Carlo Felice. Il nuovo re si trova lontano da Torino e deve nominare un reggente: sceglie lo stesso Carlo Alberto, che proclama la costituzione. Il re Carlo Felice non ratifica la decisione del nipote, che viene estromesso dal potere e inviato a Firenze in una sorta di esilio. Gli insorti, ormai privi di copertura politica, vengono sconfitti militarmente tra l’8 e il 10 aprile.
Contemporaneamente alla rivolta piemontese doveva verificarsi un’insurrezione carbonara anche a Milano. La polizia austriaca aveva proceduto ad arresti fra i collabora- tori del «Conciliatore», tra cui Silvio Pellico e Federico Confalonieri, amici di Manzoni. Confalonieri, nelle sue Memorie, afferma che «tra il 14 e il 15 marzo l’invasione piemontese credevasi inevitabile», e che «il passaggio del Ticino [era stato] ordinato per la mattina del 17». I versi di Marzo 1821, il più politico e militante dei testi manzoniani, avrebbero dovuto accompagnare il moto indipendentista, ma l’autore, timoroso per la situazione politica ormai volta al peggio, li nasconde o, secondo alcuni, addirittura li distrugge. Decide di stamparli un quarto di secolo più tardi, nel marzo del 1848, durante le Cinque giornate di Milano, quando i milanesi cacciano gli austriaci dalla città e i piemontesi, guidati da Carlo Alberto, entrano nel Regno lombardo-veneto per dare sostegno militare all’azione. Alla rivolta partecipa anche il figlio del poeta, Filippo Manzoni, peraltro subito incarcerato. Gli ideali di indipendenza e di ribellione antiaustriaca erano tanto validi nel 1821, quando i versi furono composti, quanto nel 1848, quando vennero stampati.

Alla illustre memoria
di

TEODORO KOERNER*

poeta e soldato
della indipendenza germanica morto sul campo di Lipsia
il giorno XVIII d’Ottobre MDCCCXIII nome caro a tutti i popoli
che combattono per difendere
o per riconquistare
una patria.

* TEODORO KOERNER: nato a Dresda nel 1791, Theodor Körner venne nominato nel 1813 poeta del teatro di corte di Vienna; ma nello stesso anno si arruolò e – come ricorda Manzoni – morì, ventiduenne, combattendo contro le armate napoleoniche a Lipsia.

Soffermàti sull’arida sponda1,
vòlti i guardi2 al varcato Ticino3,
tutti assorti nel novo destino4,
certi in cor dell’antica virtù5,
han giurato: «Non fia che quest’onda
scorra più tra due rive straniere6;
non fia loco ove sorgan barriere
tra l’Italia e l’Italia, mai più7!».

L’han giurato: altri forti8 a quel giuro9
rispondean da fraterne contrade10,
affilando nell’ombra11 le spade
che or levate12 scintillano al sol.
Già le destre hanno stretto le destre13;
già le sacre parole son porte14:
«O compagni sul letto di morte15,
o fratelli su libero suol16».

Chi potrà17 della gemina Dora18,
della Bormida al Tanaro sposa19,
del Ticino e dell’Orba selvosa20
scerner l’onde confuse nel Po;
chi stornargli del rapido Mella
e dell’Oglio le miste correnti21,
chi ritogliergli i mille torrenti
che la foce dell’Adda versò22,

quello ancora una gente risorta
potrà scindere in volghi spregiati23,
e a ritroso degli anni e dei fati,
risospingerla ai prischi dolor24:
una gente che libera tutta,
o fia serva tra l’Alpe ed il mare25;
una d’arme26, di lingua, d’altare,
di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso27,
con quel guardo atterrato ed incerto28,
con che stassi un mendico sofferto
per mercede nel suolo stranier29,
star doveva in sua terra il Lombardo30;
l’altrui voglia era legge per lui31;
il suo fato, un segreto d’altrui32;
la sua parte servire e tacer33.

O stranieri34, nel proprio retaggio
torna Italia, e il suo suolo riprende35;
o stranieri, strappate le tende36
da una terra che madre non v’è37.
Non vedete che tutta si scote38,
dal Cenisio alla balza di Scilla39?
Non sentite che infida vacilla40
sotto il peso de’ barbari piè41?

O stranieri! sui vostri stendardi42
sta l’obbrobrio43 d’un giuro tradito44;
un giudizio45 da voi proferito
v’accompagna all’iniqua tenzon46;
voi che a stormo47 gridaste in quei giorni:
Dio rigetta48 la forza straniera;
ogni gente sia libera, e pèra
della spada l’iniqua ragion49.

Se la terra ove oppressi gemeste
preme i corpi50 de’ vostri oppressori51,
se la faccia d’estranei signori52
tanto amara vi parve in quei dì;
chi v’ha detto che sterile53, eterno
saria54 il lutto55 dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
saria sordo quel Dio che v’udì56?

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
chiuse il rio che inseguiva Israele57,
quel che in pugno alla maschia Giaele
pose il maglio, ed il colpo guidò58;
quel che è Padre di tutte le genti,
che non disse al Germano59 giammai:
«Va’, raccogli ove arato non hai60;
spiega l’ugne61; l’Italia ti do».

Cara Italia! Dovunque il dolente
grido uscì62 del tuo lungo servaggio63;
dove ancor dell’umano lignaggio,
ogni speme deserta non è64;
dove già libertade è fiorita,
dove ancor nel segreto matura65,
dove ha lacrime un’alta sventura66,
non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti
l’apparir d’un amico stendardo67!
Quante volte intendesti lo sguardo
ne’ deserti del duplice mar68!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati69,
stretti intorno a’ tuoi santi colori70,
forti, armati de’ propri dolori71,
i tuoi figli son sorti a pugnar72.

Oggi, o forti73, sui volti baleni74
il furor delle menti segrete75:
per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta76.
O risorta per voi la vedremo
al convito de’ popoli assisa77,
o più serva, più vil, più derisa
sotto l’orrida verga starà78.

Oh giornate79 del nostro riscatto!
Oh dolente80 per sempre colui
che da lunge, dal labbro d’altrui81,
come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
dovrà dir sospirando: «io non c’era»;
che la santa vittrice82 bandiera
salutata quel dì non avrà.

Metro: ode di tredici strofe di decasillabi con schema ABBCDEEC (con C sempre tronco). La prima strofa si distingue all’interno dell’ode per una variante metrica: A e D rimano tra loro; è un fatto anomalo, forse dovuto a una semplice distrazione.

LA TRAMA ARGOMENTATIVA DELL’ODE Manzoni immagina che i piemontesi, appena varcato il Ticino, e dunque appena entrati nel territorio austriaco del Lombardo-Veneto, giurino di distruggere le barriere politiche che separano l’Italia. A quel giuramento corrispondono simili giuramenti in altri luoghi: o si libera l’Italia o si muore. Il popolo risorge e non vuole tornare a essere un volgo disprezzato: solo chi potrà distinguere le acque dei vari fiumi che convergono nel Po (cosa impossibile) potrà tornare a separare politicamente i popoli italiani. Da questa lotta l’Italia risorgerà unita, o libera o schiava, ma unita. Dalle Alpi alla Sicilia l’Italia deve avere un unico esercito, una sola lingua, una religione, una memoria del passato condivisa, una stirpe, una sola volontà politica.
La parte centrale del testo, formata dalle strofe 6-9, è quella più discorsiva e riflessiva. Manzoni parte da una constatazione: finora il Lombardo è stato accolto sul proprio suolo quasi fosse un ospite malgradito ed è sempre stato costretto a obbedire alla volontà altrui. Gli austriaci occupanti non avvertono che l’Italia è in fermento? Eppure, combattendo contro Napoleone, avevano dichiarato che Dio sta con chi si difende dalle aggressioni e che ogni popolo deve essere libero di darsi proprie istituzioni politiche. Il Dio dell’Antico Testamento, aiutando Israele contro il faraone e Giaele contro Sisara, ha dimostrato di stare accanto a chi combatte gli oppressori. Egli non ha mai concesso agli austriaci le terre italiane e, pertanto, è più che probabile che sosterrà la lotta degli italiani per l’indipendenza.
Nelle strofe conclusive il tono torna vibrante ed esortativo. Il desiderio di libertà sta fiorendo nell’ombra: gli uomini pronti a battersi sono dovunque. Per troppo tempo si è aspettato che fosse uno straniero a restituire l’Italia agli italiani. L’ultimo ad aver dato questa illusione è stato Napoleone. Dopo gli sconvolgimenti politici dell’epoca napoleonica, le potenze internazionali si sono riunite al Congresso di Vienna, a cui probabilmente si fa riferimento con l’espressione «convito de’ popoli». L’Italia è stata estromessa dal tavolo delle trattative perché considerata, come dirà il ministro austriaco Metternich nel 1847, una mera «espressione geografica». Oggi è il popolo che torna a impugnare le spade per determinare il proprio destino. Questi giorni gloriosi saranno degni di ricordo da parte dei posteri, che invidieranno la possibilità di battersi che i padri hanno avuto.

DIO DALLA PARTE DEGLI OPPRESSI I pensieri espressi da Manzoni hanno un nucleo di natura religiosa prima che politica: Dio ha mostrato di sostenere la lotta contro gli stranieri oppressori; da ciò discende il principio secondo cui i popoli hanno il diritto di sollevarsi e combattere contro gli invasori. Questo principio è stato sostenuto dagli austriaci e dagli altri popoli che si sono uniti contro Napoleone a Lipsia.
Nella stessa occasione, inoltre, gli austriaci, nel tentativo di isolare Napoleone, avevano promesso agli italiani di restituire loro l’indipendenza. Si erano però poi rimangiati la promessa: a ciò allude il «giuro tradito». La dedica al poeta Theodor Körner (1791-1813) ha, in questo senso, un’importanza cruciale. Manzoni ricorda infatti agli occupanti un martire della loro indipendenza. Gli austroungarici, nel 1813- 1814, si difendevano dalla minaccia francese: quel desiderio di libertà, per il quale Körner aveva perso la vita, è lo stesso che hanno gli italiani nel 1821.

UN CANTO DI BATTAGLIA I versi parisillabi (versi che hanno un numero pari di sillabe) creano sempre un ritmo facile, cantabile. In questo caso, il ritmo è congruente con la destinazione del testo. L’ode, infatti, aveva anche una finalità pratica: voleva essere un canto di battaglia da mandare a memoria, che spiegasse la situazione politica, unisse gli animi e infondesse coraggio.
Per questo motivo, si riscontrano artifici tecnici che rendono il testo più incalzante e più facile da capire e memorizzare: l’abbondanza di anafore (non fia; han giurato,; già; chi; con quel; o stranieri; Non vedete / Non sentite; chi v’ha detto; quel Dio; quel che; dove; Quante volte; Oh), l’abbondanza di esclamazioni e di interrogative retoriche, quelle cioè che non aspettano una risposta perché è ovvia. Da notare, infine, la scarsità di enjambements: metro e sintassi coincidono quasi sempre, proprio perché i versi devono essere memorabili, citabili, come motti incisi su una lapide («i tuoi figli son sorti a pugnar»; «per l’Italia si pugna, vincete!»).

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Individua e riassumi i nuclei tematici del componimento.

2 Illustra l’idea di “nazione” qui proposta, facendo precisi riferimenti alle strofe e ai versi in cui viene argomentata.

ANALIZZARE

3 A quale esigenza espressiva risponde la forma metrica scelta?

4 Ricostruisci la struttura argomentativa del brano, soffermandoti sull’uso dei vocativi e delle esclamazioni.

CONTESTUALIZZARE

5 Metti in relazione le idee che Manzoni esprime in questa poesia con le contemporanee istanze risorgimentali che ispirano, per esempio, il Giuramento di Pontida di Berchet.

INTERPRETARE

6 Perché l’ode è dedicata al poeta tedesco Theodor Körner?

Stampa
  1. Soffermàti ... sponda: fermatisi per un momento sulla sponda sabbiosa.
  2. vòlti i guardi: rivolti gli sguardi.
  3. varcato Ticino: Manzoni immagina che l’esercito piemontese abbia già varcato il Ticino.
  4. assorti ... destino: attenti a quanto di straordinario sta per accadere.
  5. antica virtù: antico valore della propria gente.
  6. Non ... straniere: non accadrà più che questo fiume scorra tra due terre straniere (segnandone il confine).
  7. non ... più: non esisterà più un luogo in cui tra un territorio italiano e l’altro sorgano frontiere.
  8. altri forti: altri valorosi patrioti lombardi.
  9. giuro: giuramento.
  10. rispondean ... contrade: hanno risposto da città e paesi abitati da popolazioni con cui si hanno vincoli di sangue, cioè da altri italiani.
  11. nell’ombra: in segreto.
  12. or levate: adesso alzate.
  13. le destre ... destre: si sono stretti la mano (destre) per sigillare il patto.
  14. le sacre ... porte: le sacre parole del giuramento sono state scambiate.
  15. sul letto di morte: che moriranno combattendo.
  16. libero suol: terreno liberato; si intende dunque la patria.
  17. Chi potrà: da legare a «scerner l’onde confuse nel Po»: chi potrà distinguere (scerner) le acque mescolate (confuse) nel Po, cioè i suoi affluenti.
  18. gemina Dora: la Dora doppia (gemina, “gemella”, è un latinismo), cioè la Dora Baltea e la Dora Riparia. Comincia qui un lungo ad ́ynaton: chi sarà capace di distinguere, nelle acque del fiume Po, quelle dei suoi affluenti (la Dora, la Bormida, il Tanaro ecc.), quello sarà anche capace di separare gli italiani, ridurli di nuovo a un mosaico di popoli disprezzati (spregiati): ma naturalmente è impossibile distinguere le acque dei fiumi, dunque sarà impossibile rompere l’unità degli italiani.
  19. Bormida ... sposa: la Bormida, affluente (sposa) del Tanaro presso Alessandria.



    ​​​​​​* Sposo/sposa

    Da sponsus e sponsa, che in origine avevano proprio il senso di “promesso/a sposo/a”, quello che oggi chiameremmo fidanzato/a; dal latino spondere, “promettere” (da cui anche, nell’italiano antico, gli sponsali, cioè il matrimonio). Oggi sposo e sposa corrispondono a marito e moglie, ma di solito con riferimento alla cerimonia nuziale: “prendere in sposo/a” (mentre farebbe sorridere dire, in un’occasione qualsiasi, “le presento il mio sposo”, anziché “mio marito”). Bisogna tenere presente che nelle società premoderne (ma ancor oggi nel mondo rurale) l’atto del fidanzamento era molto più importante (più “ufficiale”, diciamo) di quanto non sia oggi, perché coinvolgeva le famiglie dei due promessi sposi e comportava accordi anche economici che obbligavano i due contraenti. Quando Dante, nel canto V del Purgatorio, fa dire a Pia de’ Tolomei «salsi colui che ’nnanellata pria / disposando m’avea con la sua gemma» (vv. 135-136), si riferisce appunto all’atto solenne della desponsatio, il fidanzamento, sancito tra l’altro dal dono di un anello («la sua gemma») di fronte a testimoni. Essere “promesso/a sposo/a” era insomma, negli anni di cui narra Manzoni, un impegno più serio rispetto all’odierno “essere fidanzato/a”.
  20. Ticino ... selvosa: il Ticino e l’Orba, un torrente che scorre in un territorio “boscoso” tra Liguria e Piemonte e si getta nella Bormida. Selvosa è un’ipallage: si riferisce grammaticalmente a Orba, ma dovrebbe riferirsi a un altro termine (per esempio “territorio”), che pure non è presente nel testo.
  21. chi ... correnti: chi (potrà) allontanare (stornargli) (dal Po) le correnti del veloce Mella e dell’Oglio che si sono mischiate (miste). Il Mella è un fiume bresciano che si getta nell’Oglio, affluente del Po.
  22. chi ... versò: chi (potrà) togliere (ritogliergli) (dal Po) i mille torrenti che l’Adda, dopo averli accolti in sé, ha versato nel Po.
  23. quello ... spregiati: quello sarà anche in grado di dividere (scindere) un popolo rinato (gente risorta) in moltitudini disprezzate (volghi spregiati).
  24. e ... dolor: e riportarla (risospingerla), secondo un corso contrario del tempo (anni) e del destino (fati), agli antichi (prischi, latinismo) dolori della schiavitù.
  25. una gente ... mare: un popolo che sarà (fia) o tutto libero o schiavo entro i suoi confini naturali («tra l’Alpe ed il mare»).
  26. una d’arme ... cor: (un popolo) unito (una) in un solo esercito (d’arme), in una sola lingua (di lingua), in una sola religione (d’altare), in un solo passato (di memorie), in una sola etnia (di sangue), in un solo sentimento nazionale (di cor).
  27. sfidato e dimesso: sfiduciato e avvilito.
  28. guardo ... incerto: sguardo volto verso terra e pieno di paura.
  29. con che ... stranier: con cui (con che) sta un mendicante (mendico) tollerato (sofferto) per pietà (mercede) in un paese straniero.
  30. star ... Lombardo: così doveva stare il lombardo nella sua propria terra (in Lombardia).
  31. l’altrui ... lui: la volontà degli stranieri (in particolare degli austriaci) era per lui legge.
  32. il suo ... d’altrui: il suo destino era deciso nei piani segreti dell’occupante straniero.
  33. la sua ... tacer: il suo ruolo (parte) era solo quello di servire e tacere.
  34. O stranieri: inizia qui una lunga apostrofe agli stranieri oppressori.
  35. nel proprio ... riprende: l’Italia ritorna a prendere possesso della propria eredità (retaggio) e riconquista il proprio suolo (l’eredità va intesa non in senso materiale, ma come patrimonio storico e spirituale della nazione).
  36. strappate le tende: togliete gli accampamenti (metonimia).
  37. madre non v’è: non vi ha generato.
  38. si scote: si agita, si ribella.
  39. dal ... Scilla: per metonimia, significa dalle Alpi alla Sicilia. Il Cenisio è il Colle del Moncenisio, in Val di Susa; la balza (dirupo) di Scilla è lo stretto di Messina.
  40. infida vacilla: si muove diventando pericolosa.
  41. barbari piè: piedi stranieri; sono gli occupanti, gli austriaci.



    * Piè

    Si scrive piè, perché si tratta di una forma tronca (da piede, con la soppressione dell’ultima sillaba), e le forme tronche (come per fede, diè per diede, città per cittade), a differenza di quelle elise, generalmente non vogliono l’apostrofo (ma non sempre: il troncamento di poco si scrive po’, non ). Frequente nella tradizione poetica, il termine sopravvive oggi in qualche locuzione (“a piè di pagina”, “a piè di lista”, “a piè pari”) e si trova soprattutto nei toponimi, per designare un luogo che si trova “ai piedi di”, cioè “alle pendici di” oppure “davanti a” un altro determinato luogo: Piedigrotta, Piedicastello.
  42. stendardi: bandiere.
  43. l’obbrobrio: la vergogna.
  44. giuro tradito: giuramento tradito; si riferisce alle promesse di libertà fatte dagli austriaci nel 1814 dopo la cacciata dei francesi.
  45. un giudizio: il motto, esplicitato subito dopo, che venne pronunciato dagli austriaci in occasione della battaglia di Lipsia (16-19 ottobre 1813), combattuta contro Napoleone.
  46. iniqua tenzon: la battaglia (tenzon) che gli austriaci stanno per combattere ingiustamente (iniqua) conto gli italiani.
  47. a stormo: tutti insieme, con forza.
  48. rigetta: caccia, non tollera.
  49. pèra ... ragion: sia sopraffatta (pèra) la logica ingiusta (iniqua ragion) delle armi, cioè della forza (della spada).
  50. preme i corpi: perché vi sono sepolti.
  51. oppressori: i francesi, caduti nella battaglia di Lipsia.
  52. d’estranei signori: dei dominatori stranieri.
  53. sterile: senza frutto, senza effetto.
  54. saria: sarebbe; nell’italiano corrente si dovrebbe dire “sarebbe stato”: il condizionale presente al posto del condizionale passato è proprio dell’italiano antico e della lingua poetica.

    ​​​​

    ​​​* Saria

    La lingua poetica italiana conosce due tipi di condizionale. Uno è quello consueto, che si trova regolarmente nella prosa: sarebbe, avrebbe, farebbe ecc. Un altro è quello testimoniato da forme come saria, avria, faria ecc. Tali forme erano normali nella poesia dei rimatori siciliani che si raccolsero, nella prima metà del Duecento, alla corte di Federico II. Dopo che i loro componimenti vennero tradotti in toscano, quelle forme di condizionale entrarono nella lingua poetica italiana e vi rimasero fino alla fine dell’Ottocento.
  55. lutto: dolore, pianto.
  56. v’udì: vi ascoltò.
  57. quel Dio ... Israele: quel Dio che chiuse dentro le onde del mar Rosso (onda vermiglia) il malvagio faraone (rio) che inseguiva il popolo di Israele. Il riferimento è alla traversata del mar Rosso da parte degli ebrei in fuga dall’Egitto, narrata nell’Antico Testamento, nel libro dell’Esodo.
  58. quel ... guidò: quel (Dio) che mise nel pugno della coraggiosa (maschia) Giaele il martello (maglio) e guidò il colpo. Giaele ospitò il generale Sisara, che opprimeva il popolo d’Israele, e lo uccise nel sonno conficcandogli un chiodo in testa con un martello. Il racconto biblico si legge nel Libro dei Giudici.
  59. Germano: austriaco.
  60. raccogli ... hai: raccogli dove non hai arato, perché la terra non è tua.
  61. spiega l’ugne: distendi le unghie, gli artigli, come un rapace che ghermisca la preda (ed è probabile che la metafora non sia scelta a caso: l’aquila era l’emblema dell’Impero austroungarico, è questo il Germano a cui allude Manzoni).
  62. uscì: si diffuse.
  63. servaggio: servitù.
  64. ancor ... non è: non è ancora persa ogni speranza (speme) della nobiltà della stirpe umana, dove cioè gli uomini non sono tornati a essere bruti.
  65. nel segreto matura: il soggetto è la libertade , che cresce nella segretezza.
  66. ha ... sventura: suscita ancora compassione (ha lacrime) un destino profondamente avverso.
  67. Quante ... stendardo: quante volte dalle Alpi cercasti con impazienza di scorgere il sopraggiungere di uno straniero che ti fosse amico.
  68. Quante ... mar: quante volte tendesti lo sguardo verso il Tirreno e l’Adriatico (duplice mar), che però non erano solcati da navi (deserti è latinismo).
  69. dal ... sboccati: usciti dal tuo petto, da te stessa.
  70. santi colori: della bandiera.
  71. armati ... dolori: resi più forti dalle sofferenze.
  72. son sorti a pugnar: si sono alzati per combattere (pugnar è latinismo).
  73. forti: valorosi.
  74. baleni: compaia scintillante (congiuntivo esortativo).
  75. menti segrete: intenzioni finora nascoste.
  76. Il suo ... sta: il destino sta sulle vostre spade (brandi), cioè dipende dal valore dei vostri soldati.
  77. O risorta ... assisa: o la vedremo risorta grazie alla vostra azione (per voi) e seduta ai tavoli diplomatici con gli altri popoli.
  78. o più ... starà: oppure, ancora più serva, più disprezzata e più derisa, starà sotto l’orrendo bastone (orrida verga), cioè la schiavitù, di dominatori stranieri.
  79. giornate: giorni di battaglia.
  80. dolente: misero.
  81. da lunge ... d’altrui: da lontano (lunge), abitando in altri luoghi, dalla voce (labbro) di altri.
  82. vittrice: vittoriosa (latinismo).